
Eccoli alla prova del nove questi nuovi puritani, ennesimi pupilli della mai troppo affidabile stampa inglese. Ma stavolta sotto il fumo, c’è l’arrosto. Eccome se c’è. Perché, non dimentichiamocelo, la perfida Albione è pur sempre la patria del pop rock.
I quattro sbarbatelli del Southend sono maturi; sanno gestire in maniera post-postmoderna mass-media e comunicazione. Sanno manipolarli squisitamente, aggrovigliando riferimenti e provocazioni con la nonchalance tipica dell’incoscienza giovanile. Masturbano cervelli ed orecchie triturando stili e consonanze con la maledizione dall’alto del demone di Mark “Fall” Smith. Cosa questa che loro, da mediatici cavalieri senza macchia e senza timore, non confermeranno mai, ma hai voglia se (benevolmente, sia chiaro) li maledice il vecchio misantropo.
E così, dopo presunte frequentazioni da bracci tesi (no, no, no!), deliri su necessarie (a detta loro) dittature prossime a venire e navigate passerelle nel mondo del pret-a-porter (Hedi Slimane come il McLaren del 2.0?) ecco servito l’esordio lungo. E che esordio! Ostentatamente sfacciato. Impertinente e ferocemente arrogante. Inglese, in una parola, come le facce da schiaffi degli Stone Roses o (ma guarda un po’?) del mister Smith di cui sopra.
Ma anche musicalmente valido, però; non solo sfacciataggine di facciata. Valido per quel suo allontanarsi dagli schematismi dell’ultima brit-music grazie al classico gusto per la otherness da impero post-coloniale che da Asian Dub Foundation, Cornershop e Senser arriva fino a M.I.A. (Swords Of Truth); per quella sua sbruffona capacità di devastare acclamati fenomeni solo cimentandosi con esercizi in stile (l’anthem nu rave virato Bloc Party Elvis, una cosa che i secondi ormai si sognano); per quel mood da nextbig thing che se ne sbatte di essere una right now! big thing ecc…
La storia dei TNP è nota. Basta leggerla su qualche centinaio di siti internet e riviste musicali. Ma restano i fatti, ossia le canzoni, a dimostrazione che questi puritani, tanto puri non sono. Nell’animo, ma soprattutto nella musica. Che è quella che deve parlare. Non i giornali. (7.2/10)
In un giovedì rubato all’appuntamento fisso del Locomotiv, locale nel quale Alarico Mantovani ha portato lo stesso giorno i Vague Angels di Chris Leo, al Covo ci sono quelli che da più parti mi vengono additati come i soliti inglesi WAVE che su disco vanno bene ma poi dal vivo sono guai. Il minutaggio dello show del resto va in questa direzione: 33 minuti di cronometro, contati da Inkiostro presente in sala, e un totale di 15 pesantissimi euro che gli organizzatori hanno tassativamente richiesto per rientrare dei costi del quartetto… quartetto che pare, da voci di corridoio, non aver manco rivolto la parola al malcapitato che li ha accompagnati nelle tre date italiche.
Dunque siamo alle solite. Certamente. Ma c’è pure una coerenza che non mi dispiace affatto e per chi ha in mente il libro Post-Punk di Reynlods, molto del loro fare performativo e musicale (freddezza ossessiva, look arty severo, altalena tra date rovinose a episodi folgoranti), ricorda da vicino e positivamente gli Wire degli esordi anche se su di un versante metronomico e dance (come se il post-punk nel ventre degli Underworld riazzerasse all’altezza Pink Flag senza perderci in amplificazione).
Similmente agli Horrors poi, c’è un altro discorso da fare: il live evidenzia un paradigma emergente che prende il largo da cose oramai standard tipo Franz Ferdinand. Il trend infatti è tutto sulla velocità, la serialità, la dissonanza e le pose a contorno. Sembrano questi gli elementi che fanno parlare di una variante nel doppio zero brit. Elementi che dialogano a distanza con un sound già post-Klaxons e post-nu-rave, e questo vuol dire anche uso molto combat hip hop del campionatore (a mo’ di typewriter) di Thomas Hein, elemento che conferisce al sound appeal techno e potenza timbrica quando a contraltare c’è il tastierismo povero della avvenente Sophie Sleigh-Johnson (che non dispiace) e l’asse Jack Barnett e fratello a cucire le texture in un compatto wall of noise stile Colin Newman e soci. Certo non siamo a quei livelli ma la messa dei quattro puritani è soltanto iniziata, e se non si drogano troppo forse…