Mai come con The Streets l'hip hop è stato cosi' "bianco". Mai, da una provincia qualsiasi di una qualsiasi citta' europea, ci si è potuti riconoscere a tal punto nei versi di un rapper. Abbiamo ascoltato e ammirato tanta musica rap nera, ma mai sembrava di guardarsi allo specchio.
The Streets è riuscito nel grande salto: Mike Skinner siamo noi.

Chi l'avrebbe detto che lo scazzo anni '90 tutto playstation, joint e videonoleggio trovasse terreno fertile in un linguaggio come il rap?
Immortalato in una discografia colorata e indipendente - dagli USA di Beck e Pavement, agli UKdi Beta Band passando per la lounge di lusso degli Air in Francia - quello che è stato lo stile di vita più rappresentativo e propagandato della decade appena trascorsa sembrava l'esatto opposto del gotha rap USA fatto di collanoni, sparatorie e machismo.
Complice l'MTV, americana come europea, tutt'ora intenta a puntare gran parte della programmazione sull'asse rap/r'n'b/soul stelle e strisce, l'hip hop non aveva mai incontrato l'identificazione giovanile europea o perlomeno non era diventato un fenomeno sociale rilevante se non per delle sottoculture specifiche.
C'era una forbice invisibile che separava signora telemmittenza mtv, col suo mondo plastico fatto di culi e addominali scolpiti, dalla vita di tutti i giorni di universitari, disoccupati, cazzoni e figli di mammà intenti a tirar giornata e far i conti con la propria condizione: da una parte il grande popolo dei rocker e il suo pubblico, pronti a far tesoro e a scherzare sulle cadenze della cultura black urbana per eccellenza (Beck, Beta Band e da noi Bugo), dall'altra i gruppuscoli che alimentavano le movenze e lo slang della vecchia scuola rap nei club come per strada. E se a qualcuno appassionato delle indie pareva perfettamente naturale e ovvio l'approccio lo-fi alle problematiche quotidiane degli Arab Strap (cantori minimi e umili del disagio al di fuori della club-culture), il giovane fruitore medio di musica si rivolgeva altrove nel momento in cui voleva ascoltare qualcuno in cui riconoscersi.
Eppure tra quelle gang che, al calar del millennio scorso, parevano nostalgiche rianimazioni di un vessillo oramai consumato, si stavano muovendo nuove idee. Per quel che ci riguarda in questa sede, la location di queste energie è la Londra della seconda metà dei novanta, teatro di una scena oggi nota col nome di garage rap uk.
Nata dallo speed garage, termine coniato in quel di New York che identificava una fusione tra house e drum'n'bass, e solo successivmante, per strade parallele, approdata al two step e allo zuccheroso soul di Craig David, questo sottobosco di sperimentatori intenti tra l'altro a riscoprire il sound house di Chicago e New York (ovvero quello club neri dei primi Novanta) e a fonderlo col rap, presenta varie sfaccettature. Ci sono i So Solid Crew collettivo musicale-economico-distributivo che si fanno tristemente carico di fattacci di cronaca come sparatorie e tafferugli. Sul fatto strettamente musicale si fanno presto strada Dizzee Rascal, Dem Lott e Platinum 45 & More Fire Crew caratterizzando il suond uk che verrà, alimentato da radio pirata e da un circuito crescente di seguaci e curiosi.
Come in ogni vicenda di questo tipo occorre un collante, che nel mercato discografico significa un caso discografico. Se gli americani avevano avuto il loro Eminem e ne avevano fatto un caso nazionale, era necessario un cantore in rima con il quale i giovani potessero identificarsi e proiettare le proprie problematiche nonché il proprio vissuto quotidiano. Questo fantomatico lui sarà Mike Skinner ovvero The Streets. Classe 1980, nato a Birmingham e poi trasferitosi nel quartiere multietnico di Brixton, Skinner inizia colla fissa per il rap di De La Soul e Beastie Boys. A quindici anni incide le prime canzoni. Come migliaia di ragazzi la sua stanza è piena di poster. C'è il classico megastereo. Ci sono i genitori dall'altra parte della parete che incalzano. Una storia come tante... Poi arrivano i primi contatti con la scena nera inglese. Un viaggio in Australia per cercar se stesso. Infine la pubblicazione del folgorante debutto Original Pirate Material preceduto dal singolo Has It Come to This? per la Locked On.
Nei suoi testi c'è soprattutto la vita di tutti i giorni cantata in prima persona, quella di quartiere di un geezer, ovvero di uno sbarbo (come si direbbe a Bologna), cioè di un giovane qualunque, di uno medio come la cocacola che sorseggia davanti al video e alla playstation. E poi e poi, ci sono le delusioni amorose, l'altro sesso volubile e inaffidabile, un giro per la città, il junk food (il cibo spazzatura) mangiato a ogni ora, le serate nei club una tantum, le pastiglie di ecstay e poi le ore passate in casa. Nessuno si sarebbe mai accorto di Mike se non fosse che nel mentre lui cresceva e tentava le rime, in Gran Bratagna, all'incirca tra il 1997 e il 2002, quel fenomeno da piccolo e ghettizzato era cresciuto e alcuni con il garage rap erano arrivati persino nei locali pi ù vip di londra.
Il debutto degli Streets va a colmare un vuoto di cui molti non sentivano neppure l'esistenza eppure una volta ascoltate le sue rime Skinner diventa un affar di molti, anche dei rocker incalliti.

Il vero fenomeno del 2002 non si chiama Low, N.E.R.D. o Xiu Xiu e non viene dagli Stati Uniti. Il veo fenomeno del 2002 è The Streets, lo pseudonimo di Mike Skinner. Una base uk garage appena un poco pomposa, e un tipo dal forte accento che un po' parla, un po' canta, un po' rappa. Tanto basta per creare un mito.
Per The Streets l’emancipazione dagli stereotipi dell’hip hop di colore è totale. Il suo “hip hop bianco” è qualcosa di veramente nuovo - chiaramente le liriche giocano un ruolo chiave - e lo si sente seguendo passo passo i suoi quadretti di vita giovanile nei sobborghi inglesi (ma potrebbero applicarsi quasi tutti alla provincia italiana).
« Sit back in yer throne, turn off yer phone
Cos this is our zone
Videos, television, 64’s, Playstations
Few herbs and bit of Benson »
(da Has It Come To This)
Skinner ha fatto il salto di qualità perché è il primo rapper bianco veramente credibile all’interno di un contesto sociale («We walk the tightrope of street cred», come dice lui stesso). Original Pirate Material è quindi il primo disco in cui lo street cred è diventato qualcosa d’altro: il pub, la noia, lo spinello, la disoccupazione, le prese in giro tra amici (Don’t Mug Yourself), i ricordi dei rave e della prima pasticca di ecstasy.
In altri tempi versi come
« Point to the sky feel free
A sea of people all equal smiles in front and behind me
Swim in the deep blue see cornfields sway lazily
All smiles all easy where are you from, what you on and what’s your story [...]
We all smile we all sing
The weak become heroes then the stars align
We all sing all sing all sing»
(da Weak Become Heroes)
non sarebbero certo finiti in un disco di rap. Un rapper di colore non direbbe mai che “i deboli diventano eroi”, perché nel rap di colore, soprattutto americano, non c’è spazio per “i deboli”.
Come molto materiale Anticon, Original Pirate Material è anche un disco di rap che si ascolta senza doversi sentire un “White Negro”. È per questo motivo, tanto semplice da comprendere quanto scottante da enunciare, che il disco vende bene in Norvegia, in Germania e persino negli States (ed è in fondo è lo stesso fenomeno di identificazione che ha reso Trainspotting un film di culto, seguendo l’analogia tra un musicista com Skinner, un regista come Boyle e uno scrittore come Welsh).
Si potrebbe obiettare che quello di The Streets non è un rap ortodosso, perché in realtà metà parla e metà canta, e perché la base è un garage ben diverso dai beats dei N.E.R.D. o di un Timbaland. Per noi, è uno sganciamento dall'ortodossia che merita un (8.0/10)

Una intro colossale di fiati apre il secondo disco di The Streets, un A Grand Don't Come For Free su cui pesano tutte le aspettative legate all'essere diventati dei fenomeni.
Sostanzialmente il problema fondamentale è che ora Skinner non è più uno di quei perdenti di cui canta. Dovendo reinventarsi un gioco che altrimenti si farebbe molto meno credibile, Skinner tenta una sorta di cantautorato garage rallentando le battute e sciogliendo i ritmi in una pasta di soffici synth, come in Could Well Be In o Blinded By The Light. Sono brani che ruotano intorno a racconti improvvisamente più introspettivi, nel senso che non si parla più dell'individuo durante la sua relazione esterna con l'ambiente sociale (come nel disco precedente), ma dell'individuo che si ripiega su se stesso. Lo racconta lo stesso Skinner:
«I should be standing at the bar, waving a ten pound note around / But I sit here on the sofa at my girls hourse»
(da Wouldn't Have It Any Other Way)
Purtroppo non è colpa sua se la normalità è di solito meno divertente, tant'è che la musica della stessa Wouldn't è tentativo malrisucito di rimangiarsi tutto e contaminarsi con la ballatona soul. La crisi da secondo disco pesa anche sulla musica di Get Out Of My House (praticamente una copia inascoltabile di Don't Mug Yourself dal primo disco), mentre la paura della crisi stessa spinge Skinner a giocare con ritmi eccentrici, quasi 2-step, in Not Addicted e gli fa usare un riff da new-new-wave. modaiolo in una maniera imbarazzante, in Fit But You Know It.
Quasi dappertutto sono spariti quei battiti spezzati, rimpiazzati da arsenali di archi e ritmi quadrati. Quasi dappertutto sono sparite quelle rime ironiche da adulto-adolescente-perdente. Skinner si sente cresciuto, ma questo non vuol dire che anche i suoi ascoltatori debbano sentirsi nello stesso modo.
Forse gli ci vorrà un po' per ritrovare l'ispirazione. Nel frattempo, dalle stelle alle stalle.(4.5/10)

Mike Skinner alla prova del nove. Terzo disco per lui: conferma o smentita? Annunciato come l’album diario degli ultimi due anni di stardom, The Hardest Way To Make An Easy Living è la risposta del rapper alle ansie e alle difficoltà di una vita da celebrità. E non è difficile immaginare per un geezer come siano andate le cose: alcol, crack, cocaina, Ferrari, party, brandy, insomma, le solite vicissitudini di migliaia di ricchi avvicendati nel biz dell’intrattenimento, che ora sono diventate anche roba sua, l’everyday life …suo malgrado.
Non bazzicando più il quartiere e la playstation dell’Original Pirate Material, Skinner racconta che la difficoltà maggiore ora sta nel condurre una vita normale e al solito niente è più congeniale della rima per dirlo, con il tipico accento, of course, in prima persona.
Problemi di dipendenza da alcolici e gioco d’azzardo, attacchi di panico e storie di sesso, le starlet che fumano crack e il babbo che non c’è più, le nuove storie sono fatte di questo, raccontate grazie a una formula rinnovata che prende le mosse dal precedente A Grand Don’t Come For Free, ma ne radicalizza l’approccio e ne affina la produzione.
La novità è che spunta uno smalto da r’n’b americano (da classifica) nei cori, ma è continuamente ficcato fuori dal finestrino, affogato in basi sincopate e sample serrati, costretto a controbilanciare e spesso a assecondare trame funamboliche fatte di rime a rotta di collo, spedite consonanze e dissonanze linguistiche dall’appeal rude e perennemente irritato. Tutto questo succede soprattutto in War Of The Sexes, When You Wasn’t Famous, Hotel Expressionism, il ring in cui si gioca la forza e la frizione del lavoro.
Forse il rispolvero degli esordi fa sentire la sua mancanza in Prangin Out (grande impasto funk-soul-gospel un po’ come la versione rap del miglior Moby), anche se non mancano certo le classiche uscite dagli schemi hip-hop, come accade nella consueta soft side rockeggiante di Two Nations (riff languido di chitarra e batteria finalmente in rilascio). Un paio di ballatone stradaiole come All Goes Out The Window e soprattutto Never Went To Church per coro gospel e rantolo di Skinner su una base al piano in stile Let It Be (dedicata al padre), chiudono un album difficile, complicato sia da seguire linguisticamente sia da gestire negli arrangiamenti.
Si apprezza la tenacia di Skinner, la testardaggine dell’uomo più paranoico d’Albione, eppure, in tanta foga forse è il timor di far cilecca quello che emerge, ma del resto The Hardest Way… è un necessario passo in avanti rispetto al debole (seppur di successo) A Grand Don’t Come For Free, dunque un buon compromesso in attesa del lavoro “definitivo”. (6.3/10)