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Stereolab

di AA.VV.

 

 

 

  • Vonal Declosion
  • Need To Be
  • "...Sudden Stars"
  • Cosmic Country Noir
  • La Demeure
  • Margerine Rock
  • The Man with 100 Cells
  • Margerine Melodie
  • Hillbilly Motobike
  • Feel and Triple
  • Bop Scotch
  • Dear Marge

Margerine Eclipse (Elektra, 2004)

di Stefano Solventi

Anno nuovo, studio nuovo, disco nuovo per gli Stereolab. Accattivante e lunatico, ipercinetico e siderale, fisico e sintetico, sensuale e decadente, il sound di Margerine Eclipse appare fin da subito scosso e scisso da una doppia tensione: per un verso tenace voglia di immediatezza e per l'altro sistematica complessità strutturale.
L’obiettivo è una psichedelia guizzante e predigerita adattissima alle sinapsi esauste/assuefatte della/alla modernità, che funziona benissimo quale cortina fumogena sulla quale proiettare tutti i bagliori e i colori necessari a dissimulare una malinconia strisciante, annidata nella geometria liquida del suono, nel mistero che soggiace la chiarezza inappellabile dell’optical.
Rispetto agli ultimi lavori assieme a Jim O’Rourke, i calligrafismi avant-lounge sembrano relegati a pura evenienza: brillante e versicolore il lavoro delle tastiere (organi d’antan e synth cibernetici di cui la sbalorditiva Need To Be compie caleidoscopica apoteosi), febbrile e palpitante l’apparato ritmico, vivide e asprigne le chitarre. Quanto alla voce di Laetitia, niente da aggiungere che già non si sappia, salvo un po’ di sofferenza nel sostituire il controcanto serotino della povera Mary Hansen.
Ogni traccia propone almeno uno scarto ritmico/stilistico che ne scompagina il mood, quasi che Tim Gane e soci si fossero presupposti di fare patchwork del miliardo d’idee e ideuzze lasciate in qualche cassetto a decantare, gestendo le fisiologiche cesure con disarmante disinvoltura, senza curarsi troppo delle cicatrici.
Il sistematico taglia e cuci appare in qualche caso forzato, e comunque pesa sull’insieme spandendo un senso di generale artificiosità, ma la statura della band è tale ormai da sciorinare una assoluta padronanza della situazione: sentite come in Bop Scotch un vellutato ibrido electro-RnB sterzi in combattivo garage-psych, o come nell’iniziale Vonal Declosion convivano (alternandosi e compenetrandosi) spinta psych e vena soul, destrutturazioni folk e funky cibernetici. Per non tacere la bossa stemperata synth pop di Margarine Melodie o i ghiribizzi Human League trasfigurati prima in tiepidi pastelli electro-soul e poi in funky acidulo di Cosmic Country Noir.
Aromi e umori fluiscono unificati da un unico movimento ri-produttivo, come i diversi oggetti della rappresentazione in un quadro di Cezanne, organici al metodo che è peraltro visibilissimo sulla superficie dell’opera. Il programma dona perciò un’idea di compattezza cangiante, ogni traccia la sfaccettatura di un unico processo, particolare episodico di una stessa (spinta) forma(le).
Qualche sensazione “svisata” rispetto al flusso arriva dall’ineffabile The Man With 100 Cells (valzer delle sfere zoppicanti, retaggio avant-lounge capace di evocare obliquità Robert Wyatt e la malinconia marmorina di Nico) e da quella Feel And Triple che saluta l’amica scomparsa in una caligine surreale prima di mandare un convoglio soul-electro-psych a spegnersi tra rarefazioni glitch e sclerosi post-rock.
Detto che “…Sudden Stars” (già nell’ep Instant 0 In The Universe) è uno dei pezzi migliori del lotto, la palma del più schizofrenico va assegnata per acclamazione alla conclusiva Dear Marge, che esaspera il modus operandi al punto da piegare un mambo translucido in un valzer lento madreperlaceo, per poi repentina salire in groppa alle pulsazioni disco della già nota anch’essa Mass Riff.
Meticolosamente artificioso ma in questo onestissimo, Margerine Eclipse è un disco piacevole malgrado l’evidente ossessione che lo attraversa, col sospetto che proprio nella schizofrenia si nasconda il cuore (sanguinante) dell’opera. Probabilmente il massimo che ci si potesse attendere da un gruppo la cui genialità è rimasta per forza di cose appiccicata ad un certo periodo storico, lasciandogli in dote un proficuo talento. (6.7/10)

  • Kybernetcika Babicka Pt. 1
  • Interlock
  • Eye Of The Volcano
  • Plastic Mile
  • "Get A Shot Of The Refrigerator"
  • Visionary Road Maps
  • Vodiak
  • Whisper Pitch
  • Excursions Into "oh, a-oh"
  • I Was A Sunny Rainphase
  • Widow Weirdo
  • Kyberneticka Babicka Pt. 2

Fab Four Suture (Too pure / Self, marzo 2006)

di Stefano Solventi

Se intendiamo la ormai lunga carriera degli Stereolab come il tentativo di scavare un plausibile solco tra popular e post-modernità, questo Fab Four Suture va considerato come un importante punto di arrivo, pur non essendo affatto un capolavoro. La veemente acidità degli esordi è diventata col tempo e gli album un'iridescenza solo apparentemente addomesticata, con l'acidità che cova sotto lo scintillio e il cuore brumoso dietro la fantasmagoria dei colori. Lo stile-Stereolab diventa auto-citazione che appiattisce mondi, riferimenti letterari, derive cinematografiche, ipnosi culturali e teorie sociali. Frullando il tutto, si ottiene una gelatina versicolore attraverso la quale vedi il mondo in feroce/vivido technicolor. Stratagemma ipnotico in cui precipiti fin da subito: il meccanico incedere di Kybernetcika Babicka Pt. 1 - in un carosello madreperla di effetti elettronici, ottoni ed emulsioni vocali - innesca infatti un punto di fusione prodigioso tra kraut, popadelica Xtc, wave eniana, epica psych posterizzata Alan Parson Project ed electro post-Riley.

Dopo di che, fino al sigillo conclusivo di Kybernetcika Babicka Pt. 2 (che significa anche la chiusura di un cerchio/anello da percorrere all'infinito), accade un flusso eterogeneo di esercitazioni che mette al centro le possibilità timbriche malgrado una certa prevedibilità melodico/espressiva. Passano in rassegna il trombone e la tastierina di Get A Shot Of The Refrigerator, i pigolii viedeogames e gli organi di I Was a Sunny Rainphase, il piglio spy-wave e la strisciante attitudine eurodance di Interlock, il languore spacey à la Air e le mirabilie vocali di Plastic mile, il tramestio robofunk su sfondo compassato di Excursions Into "oh, a-oh", eccetera eccetera. Nessuna traccia è memorabile, ma ognuna vibra per l'efficacia delle soluzioni, per la cura con cui ogni espediente (sia pur esso strutturale, come la svolta pastoral-freak nel mezzo di Visionary Road Maps) spreme e distilla il principio attivo dalle situazioni. Di conseguenza, il disco degli Stereolab diventa suppellettile perfetta, accessorio sonico per stati emotivi al crocicchio tra irrequietezza e sguardo avant, tra rovello ed estasi. Il comfort e la tossina, la culla e il tormento del moderno metropolitano: cui ogni forma di pace - nel bene e nel male - è negata. (6.8/10)

  • Noir-noir
  • Etoile
  • Lost Language
  • Elle Topo
  • Messe Joyeuse
  • Regarde
  • Invitation
  • Tout En Tout Est Un
  • Entre Chein Et Loup
  • Change Of Destination

Monade – Monstre Cosmic (Too Pure / Wide, 18 febbraio 2008)

di Giancarlo Turra

L’ultimo lustro non si è potuto certo dire biograficamente felicissimo per gli Stereolab: nonostante la rottura con la Elektra e la tragica scomparsa della cofondatrice Mary Hansen, l’ensemble ha comunque proseguito nella cristallizzazione del suono combinatorio che ne incarna lo stile da una decina d’anni in qua. Ne sono seguiti dischi a ritmi leggermente più lenti, giammai meno che buoni anche se le rivoluzioni già erano state compiute.
In mezzo, “madame” Laetitia Sadier ha avuto il tempo di mettere al mondo un erede e rilassarsi col dopolavoro Monade, pian piano sviluppatosi come band a tutti gli effetti (un quintetto misto franco-inglese). Al discreto Socialisme Ou Barbarie era seguito l’assai più riuscito A Few Steps More, osservazione a distanza del lato elettro-lounge e poliritmico del Laboratorio attraverso la traslucida lente dei Pram. Pop elegante e moderatamente sperimentale che è un piacere incontrare anche qui, sebbene gli orologi siano stati tirati indietro di una dozzina d’anni e il luccichio - per quanto ombreggiato di malinconia - sia ora padrone di casa. Rieccoci allora allo splendido incrocio tra 4+4 di Nora Orlandi e krautrock, condito da colonne sonore e citazioni degli United States Of America, che apparteneva a Emperor Tomato Ketchup.

Da quei solchi paiono infatti sbucare l’aereo valzerino Etoile, il sensazionale gioco tra ritmica che si sfalda e caleidoscopici ritorni di fiamma Sixties alla base di Lost Language, una Elle Topo dal titolo simpaticamente citazionista che chiede strada ticchettando astratta ma fisica tra pieni e vuoti, la chanson al caramello Bacharach-Wilson ma con quel non so che di stridente (squadrata Messe Joyeuse, fiatistica Regarde) Nessuna nuova e pertanto buone nuove se è un lussuoso accontentarsi che desiderate, dove un’inutile Change Of Destination con dieci minuti di rumorini concreti stiracchiati oltre il necessario e il sopportabile e il gradevole però prolisso riassunto Invitation sono redenti dalla sinfonietta onirica “ma anche samba ma anche acid-funk” Entre Chein Et Loup. Entertainment e intelligenza a braccetto come d’abitudine, pur con qualche ruga che rende la nostra Laetitia ancor più umana. (6.8/10)