Buffi, anarchici, sintetici, romantici, mitteleuropei, demodé, punk, cartooneschi, amanti tanto di Kraftwerk quanto di Gainsbourg … Gli Stereo Total, l'ultima delle party band..

Irresistibili per alcuni e detestabili per altri (come ogni buon fenomeno
pop che si rispetti), gli Stereo Total si fecero conoscere dalle nostre
parti nel 2001 partecipando alla famosa Notte Vidal del Link di Bologna,
dove suonarono davanti a un discreto pubblico gli highlights di un promettente
album - Musique Automatique – che, di lì a poco, avrebbe riscosso
un discreto successo su scala internazionale.
In quell'occasione, il duo
si presentò al contempo buffo e scafatissimo, abile nel mescolare
una gamma imponente di stili - pop, rockabilly, garage, arie teutoniche
e chanson française - e nel saperli condire con testi surreali, e
soprattutto si mostrò capace di unire frivolezza, irriverenza punk
e ingenuità synth-pop all’interno del formato canzone minimo
(i classici tre-minuti-tre). Un gusto casalingo e demodé,
garagista e elettrico quanto basta, suggellava una formula azzeccata
e compitissima che, oltre a piacere agli studenti amanti della notte al "bagno
schiuma",
non sarebbe dispiaciuta a coloro che stavano proprio in quell'anno (ri)scoprendo
le sonorità anni ottanta.
Di fatto, a cinque anni dal debutto degli AIR - vera pietra angolare per la rinascita dei cocktail bar e la musica
esotica -, quelle sonorità che nella loro mescolanza di exotica,
futurologia glamour e tecnologia cheap riecheggiavano il lounge anni sessanta
e settanta stavano per venire rimpiazzate da altre in cui il fattore analogico-sintetico
avrebbe avuto la meglio. I brani di Musique Automatique erano tutti ottimi
e, manco a dirlo, si trovarono in una perfetta equidistanza tra i due poli,
il lounge e l’analogico; per gli Stereo Total (attivi dal '93 e non
certo giovanissimi) era l'inizio di un nuovo corso.
Oggi, a distanza di quattro anni, il duo di Françoise Cactus e Brezel Goring torna sulle scene con Do The Bambi, un album più arrangiato, ugualmente ricco di episodi (questa volta ben 19) e variegate scenografie, tuttavia privo dell’istrionica genialità di quel fortunato disco.

Dopo una lunga gavetta costellata da quattro long playing e numerose tournée in svariati club underground, Françoise Cactus e Brezel Goring, in arte Stereo Total, sono un piccolo culto dalla fama confinata poco più che alla metropoli berlinese dove abitano dal '93. Come alcuni dei loro vicini di casa - Mina, Contriva Quarks, Pop Tarts, Minitchev -, avrebbero potuto rimanere in quelle acque per lungo tempo ma qualcosa, al cambio della decade si sta muovendo e le antenne del duo sono ben sintonizzate.
Ritrovandosi in una perfetta confluenza di movimenti underground e mainstream, il loro sound si delinea in perfetta equidistanza contemplando tanto la musica lounge (gli Air, il french touch, il circuito dei revivalisti della musica exotica), quanto lo spirito garagista del rinato rock newyorchese (Strokes), tanto il rinato (rinascente) synth-pop quanto le spalline e ciuffi cotonati. E viste queste premesse, Françoise e Brezel non si fanno cogliere impreparati: rivolgendosi a Cem Oral (membro dei tedeschi Air Liquide) e assumendo per l'occasione altri due elementi (lo scozzese Lesley Campell alla chitarra e il palestinese Iznogood al basso), confezionano negli Airbase 1000 studios un album pensato non-pensato, studiato-sgangherato che zompa frenetico e incosciente lungo 50 anni di storia del costume europeo senza mai rompersi la testa e privarsi di abbondanti dosi di ironia e surrealità. Questo prodotto è Musique Automatique, un album che sbancherà letteralmente non solo in Europa ma anche USA e Giappone. Uno di quei prodotti che mettono d’accordo critica e pubblico. Ma quale prodigio sarà mai accaduto?
In continuità rispetto ai precedenti lavori - Oh Ah, Monokini, Juke-Box-Alarm, My Melody -, il repertorio preferito dai Nostri si configura - al solito - come un aggiornamento della Neue Deutsche Welle (ovvero la new wave germanica) e della chanson française (Francoise Hardy soprattutto), con l’aggiunta di una produzione più mirata. Il bersaglio? Chiaro e conciso: sfornare una perfetta girl band di pop-punk che non fa segreto di predicare l’electro tanto degli illustri del Kraut (Kraftwerk) quanto degli acefali della dance (l’hard dance analogica dei DAF in discoteca).
E se cavalcando il revival ottanta, senza farsi mancare svirgolate chic sulla falsariga della lounge music di Pizzicato Five, Cibo Matto e Stereolab, si aggiunge l’ingrediente mancante Party...
Bingo! L’album è un surrogato di pastiglie pop a effetto immediato, chewingum al tecnicolor sotto forma di brani automatici perché affidati a rigide metriche sintetiche, eccentrici perché non lesinano capricci e azzardi stilistici, isterici perché furiosi nel consumarsi in fretta, ipnotici perché dominati da loop implacabili, nostalgici perché legati a suggestioni di epoche andate, eroici perché figli di quello spirito punk che vuole riscossa.
Volendo proprio sbizzarrirci, potremmo dire che le sedici canzoni sono altrettanti modi per giocare al piccolo costumista, un gioco da tavolo dove i partecipanti, con al massimo tre minuti a disposizione, scelgono vestiti e capigliature con i quali abbigliare personaggi francesi e tedeschi di diversa estrazione sociale e età. Tra i capi troviamo Easy Listening francese, synth pop, elettronica analogica, future beats, rock, rockabilly, hardcore, lounge, e non mancano naturalmente le capigliature più tipiche quanto quelle più improbabili dalla "frangetta", alla "cresta", dalla "cotonatura" all'"ingellatura" extraforte. E il gioco non può che essere più spiritoso: Musique Automatique è una ragazza vestita mezza da cowboy e mezza da astronauta (la pettinatura è quella di Serge Gainsbourg), L'Amour A 3, rappresenta un chantosa sedicenne liceale con il maglioncino e la minigonna (ovviamente coda di cavallo e frangetta), Ma Radio una barbie con la camicia rossa, la cravatta nera e i pantaloni a zampa rubati a uno dei componenti dei Pizzicato Five, Kleptomane un giovane con la giacca e il pullover proprio come Antoine Doinel, Forever 16 una rockettara di Berlino con il kilt e la camicia bianca e così via.
Forse è proprio Musique Automatique il brano più tipico degli Stereo Total - loop molto semplici costruiti con tecnologia povera e corollari di declamazioni minime che procedono per associazioni di parole e vanno dal tipico france-flavour a quello più mittel-europeo, elettroniche dagli smalti Kraftwerkiani (e chi se non loro!) e tanto pop stralunato a presa rapida -, come dire che l'Amour a 3 rappresenta lo scherzo adolescent-pop per scalare le classifiche, Wir tanzen im 4 Eck il rompicapo lounge che caratterizza le esibizioni dal vivo e Hep onaltí'da - ovvero Forever 16 cantata in turco - il pastiche trans-etnico che ne evidenzia il tratto internazionale e contro-anglosassone, e infine Love With 3 of us - remix di L'Amour a 3 - a mettere il tutto sul piano del sport nazionale nipponico – avete dubbi? Ovviamente il Karaoke… -, resta il fatto che è letteralmente impossibile trovare chiavi agili per catalogare i brani in filoni, ognuno possiede una sua trovata, ognuno sfrutta una combinazione in un universo di costume che spazia almeno dagli anni '50 in poi. Se aggiungiamo infine che i riferimenti musicali sconfinano abbondantemente nelle soundtrack, e nel musical e quelli lirici giocano tanto sulla gag delle patologie da analista quanto sulle sottili provocazioni anarco-punk e alle frasi rubate agli attori del cinema, il diametro del cerchio s'allarga a dismisura e non possiamo che ammettere di aver tra le mani uno dei migliori prodotti pop del nuovo (?) millennio. Se è dal tempo dei B52 che non ballate il rock vestiti da imbecilli, questo è il vostro - e soprattutto nostro - momento (7.5/10)

Dopo il successo del precedente Musique Automatique (distribuito in tutta Europa, Giappone e Usa) e della succedanea tournée (che li ha visti fare da spalla, tra gli altri, anche agli Strokes), le date in posti inusuali come Messico e la Russia, la partecipazione a festival e performance live (il Gay Pride islandese!), nonché una curiosa comparsata a un show condotto da Wolfgang Muller (il membro dei Die Todliche Doris che per primo aveva inciso Wir tanzen im 4 Eck - trad. "noi balliamo in quadrato") dove hanno suonato in contemporanea due album del suo gruppo (in Stereo Total?!), non si può certo dire che Françoise e Brezel non abbiano raccolto i frutti di quel che avevano seminato negli ultimi dieci anni.
Do The Bambi, il loro sesto album, esce in tutta tranquillità a quattro anni di distanza (tre se consideriamo la ristampa americana) da quel lavoro: il produttore è il medesimo - Cem Oral - e pure l'impostazione sul viatico tra cameretta e studio di registrazione non è cambiata, a mutare è sicuramente l'abbandono di certe pose lounge-matiche (Wir tanzen im 4 Eck) e di certe infatuazioni indie pop (L'Amour a 3) a favore di un patchwork maggiormente - definizione da prendere con le dovute cautele - (garage-rockabilly)rock oriented.
I risultati, ahinoi, non sono altrettanto geniali: sono ben 19 le tracce, forse troppe per la qualità media di un’offerta che non raggiunge il picco d'ispirazione di Musique Automatique e forse, in base a questa consapevolezza, punta tutte le fiches sulla varietà, caratteristica che si rivela un’arma a doppio taglio, ascolto dopo ascolto.
In Do The Bambi, gli Stereo Total danno il meglio quando spingono l'acceleratore sul ritmo, sovrapponendo ad esempio techno pop e riff sgangherati (Ich bin nackt), quando fanno gli Iron Maiden a modo loro (Ne m’appelle pas ta biche assomiglia all'omonima traccia del gruppo che fu di Paul di Anno), quando si concedono a propellenti garage (l'attacco di La douce humanité), o nel momento in cui si abbandonano alle tipiche chanson che li hanno resi famosi (la discrete Vive le week-end - parodia del popolo disco nonché cinica celebrazione degli incidenti del sabato sera -, Les Lapins - canto à la Hardy, arrangiamenti indie-pop infarciti di synth e strumenti giocattolo - e le ottime Das Erste Mal e Europa Neurotisch); deludono invece allorché riesumano roccacci tedescoidi (Mars Rendezvous), o peggio, intramezzano con soluzioni "elettro-retro-futuriste" più prodotte, a tratti anche sofisticatamente glitch, eppure stanche e senza intuizioni particolarmente rilevanti (Do The Bambi, Helft Mir, Troglodyten).
Senz'altro a bilanciare tutto ciò è l’aspetto delle gag e delle pure trovate lessicali: che le si apprezzi per quella tipica caratteristica automatica - il loro procedere per associazioni, l'arguto taglia e cuci di dialoghi che sembrano rubati da una seduta dall'analista - o per il modo altrettanto caratteristico con il quale sono cantate - il costante compiacimento/noncuranza nel sbagliare quasi tutti gli accenti del tedesco e dell'inglese -, il risultato intrattiene e diverte in modo (quasi) sempre intelligente, fin dal prologo socialmente impegnato di Babystrich (trad. "prostituzione di minori") dove troviamo un autentico dialogo tra teenager in un losco ambiente discotecaro - chiaramente - berlinese, passando per l'irresistibile e esageratamente dolce dialogo botta-risposta demenziale di Das erste Mal (trad. "la prima volta")
ti ricordi la nostra prima volta? /si / ti ricordi dove è successo? /si / ti è piaciuto? / si / e a cosa hai pensato mentre lo facevamo? / a niente / se io sono un cane, tu cosa sei? / una cagna / se sono un leone, tu cosa sei? / una leonessa / se sono un canguro, tu cosa sei? / ...una cangourette!
dallo sketch dada di Ich bin nackt (trad. nuda)
sono nuda / oh lala /è così che lo vuole la natura (nel senso che è naturale così) / sono nuda / perchè non ho niente da vestirmi / i miei vestiti mi vanno stretti / comprami un nuovo vestito / il vicino di casa guarda col binocolo / bè sopravvivrà se vedrà le mie tette / e poi possiede anche una TV da guardare / forse non ha una fidanzata / tu almeno hai una fidanzata nuda / non è il massimo ma meglio di niente / e così almeno non hai bisogno di spogliarmi
alle classiche carrellate di nevrosi e patologie moderne come Hunger! (trad. ho fame)
io ho fame, perchè tu non sei più qui …a cui segue l'elenco di tutte le cose che la protagonista divora in preda alla nevrosi bulimica provocata da crisi affettiva)
o meglio ancora nell'omaggio ai Kraftwerk - nonché probabilmente involontaria analogia con Emilia Paranoica dei CCCP... - Europa Neurotisch (trad. Europa nevrotica)
Obsessionen / Perversionen / Halluzinazionen... (e di lì tutte le devianze che finiscono per onen)
In definitiva un album dalle sorti altalenanti che si sarebbe sicuramente giovato di un numero inferiore di tracce; e che forse lascerà ai fan del duo quel pizzico d’insoddisfazione per quel quid genialoide che pare si sia spento. (6.5/10)

(CD Bonus)
Tra le varie raccolte uscite in questi anni per celebrare la mittel coppia più amata del mondo, questa sicuramente è la più completa e coerente. Il filo conduttore sta appunto nel titolo: un party dei loro, anticonformista, di quell’anticonformismo che oramai vende eccome e quindi tanto anti non è più, di quell’appellativo di cui sarà difficile (se non impossibile) mantenere le promesse, ma tant’è. Queste 24 canzoni (più cinque videoclip) sono il miglior curriculum multimediale che Françoise Cactus e Brezel Göring possono regalarci e dagli episodi scelti da Oh Ah del 1996 alle hit più studiate di Musique Automatique; lo spago è resistente e il collage una brillante cosmesi di cultura pop.
Su internet troverete anche una compilation dal titolo diverso (e diverso ordine dei brani) uscita in questo stesso periodo, The Best Of Bungalow Years. Infatti, se il party è lo spirito, l’etichetta di riferimento è la Bungalow, la label che il duo ha lasciato recentemente per la Disko B presso la quale è stato inciso l’ultimo Do The Bambi la cui assenza da queste parti non si fa certo sentire. Dagli esordi punk trash (il video di Miau Miau) alle prese per il culo techno in salsa lounge (il capolavoro elettro pop lounge Wir Tanzen Im Viereck), il party non annoia praticamente mai, anche soltanto per quella doppia dozzina di etichette e riferimenti cinematografici che vengono in mente per ogni brano (e che il duo prima di noi ha saputo distillare – obbligatoria una capatina sul sito ufficiale).
Comunque, venendo ai destinatari, l’album è principalmente rivolto ai novizi, a coloro che desiderano un amore a prima vista. Per i collezionisti, già in possesso delle ristampe (con le bonus) dei passati lavori (e per coloro che sono a caccia di una qualche chiave di volta), qui c’è poco se non il party di cui si fa menzione nel titolo. Una versione unreleased di Schön Von Hinten (dall’album Monokini) e due “deleted b-side” ovvero Carte Postale (da Oh Ah) e In/Out (da My Melody) non bastano pertanto a giustificare l’acquisto. E neanche la parte video, da sola, vale la candela. I due clip tratti dall’album Musique Automatique sono certamente imprescindibili (Wir Tanzen Im Viereck è quello delle mutandine giapponesi recapitate al signorotto tedesco, per dire…), ma i restanti tre non sono altro che trovatine in super8 con interventi di technicolor. Roba da DAMS anno zero insomma. Complessivamente, medie del caso incluse, siamo sul (6.5/10). Ma se vogliamo votare la qualità media di questa tracklist a prescindere allora andiamo sul (8.0/10)
Quel che fanno sono più bravi di noi a dirlo. Paris-Berlin è un ritorno al lo-fi tra rock’n’roll e chanson e rispetto ai due dischi che l’hanno preceduto è diretto, wave e poco sintetico-disco. Loro sono nudi in copertina e noi si trema a metterlo nel lettore, perché dopo la sbronza stereototale della compila Party Anticonformiste uscita quest’anno è difficile pensare a un nuovo disco pieno d’irresistibili mittel-hit, soprattutto quando il duo minaccia di tornare alle origini con registrazioni a quattro piste appena sporcate da cheap synth sbarazzini. E le operazioni bring it back, si sa, sono così, un gruppo arriva a un punto dove proseguire per la strada della sofisticazione (Do The Bambi) è controproducente e allontana dal format prediletto. Così il ritorno alle origini porta a pericolosi confronti con le origini stesse. Difatti è andata proprio maluccio, la nuova tracklist è auto-revivalista e priva di classici istant pop. I begli scambi linguistici tra Göring e Cactus sono praticamente scomparsi per rincorrere il mito delle veloci pillole elettro-pop-punk e qualche ballatina semiseria delle loro.
E c’è poco da fare: Lolita Fantome, una canzoncina che solitamente la Cactus non sbaglia mai è da sbadiglio a mitraglietta, l’altrettanto tipico anthem femminista Patty Hearst à la Clash fa nostalgia e non comunica la scanzonatezza da rossettosbavato che dovrebbe dare. Il resto è un boomerang: il punk pop (+ cheap elctro spazialoide) Kusse Aus Der Holle Der Musik è automatico ma non come il pop che genialmente cavalcarono quattro anni fa, Mehr Licht sbaglia il mid-tempo rock ballerino e la pista si svuota, la gag cartoon-Sigue Sigue Sputnik (come dire la versione Barbie punk dell’omonima band degli Ottanta) è concisa come dovrebbe sì, ma quel “plastic” dell’omonimo brano ripetuto di troppo fa capire tante cose. Inutile rigirare il coltello nella piaga, gli Stereo Total sono un duo d’emuli che suona à la Stereo Total.
C’è il salvabile tra le pieghe e pensiamo al funk reggae di Ta Voix Au Telephone (un incrocio tra dreadlock e discomusic), oppure al rockabilly Ich Bin Der Stricherjunge con Going stralunato e bevuto come lo vorremmo sentire sempre. Ma non è proprio il caso di essere indulgenti. Loro dicono “This is Punk, this is Rock’n’Roll, this is modern Music!”, ma qui si tratta d’essere feticisti e se un po’ i loro fan lo sono, noi preferivamo il genio al latex. (4.5/10)