Possibile ripartire dopo un'avventura folle, esaustiva, definitiva come quella dei Pavement? Tra autoreferenzialità e nuove vie di fuga, il cammino in solitaria di Stephen Malkmus.

Londra, 20 Novembre 1999. Terror Twilight, l'ultimo disco dei Pavement, è stato un discreto successo, e il pubblico inglese è lì a dimostrarlo: la Brixton Academy è colma fino all'inverosimile. Lo show, l'ultimo del tour, fila liscio come i precedenti ma, guardando bene il palco, non si può fare a meno di notare un curioso particolare: dal microfono di Stephen Malkmus pendono un paio di manette. E' lo stesso cantante a farlo notare durante lo show, e le indica dicendo "this is like to be in this band". Anche se sono ancora in pochi a saperlo (l'amara verità verrà fuori soltanto nei mesi successivi), quello sarà l'ultimo concerto dei Pavement. Il bellissimo dvd Slow Century (uscito nel 2002) documenta fedelmente questi toccanti momenti finali: una lacerante, sfiancante, bellissima Stop Breathin', attraverso la catarsi/celebrazione del sabba Conduit For Sale!, fino al commiato definitivo affidato a Here, le cui parole "I was dressed for success, but success it never comes" mai furono tanto emblematiche. Si chiude il sipario. Stephen è finalmente libero. Sì, ma da cosa? Da un meccanismo diventato più grande delle sue intenzioni (al punto che ha sempre amato definire i Pavement come una "minor league band"), o forse da una creatura che, dopo la sua progressiva "normalizzazione", probabilmente non riusciva più a soddisfare le sue esigenze artistiche (o, più semplicemente, aveva ormai esaurito la sua ragione d'essere)? Quali possano essere le effettive ragioni della fine della storica band americana, la questione per Stephen non deve essere stata semplice. Cosa fare adesso? Possibile ripartire dopo un'avventura folle, esaustiva, definitiva come quella dei Pavement? Come scrollarsi di dosso tale e tanta eredità?
Malkmus non è certo il primo ex-leader a doversi misurare con la fatidica "avventura solista". Sono stati davvero in pochi a riuscire a ricostruirsi una carriera senza far rimpiangere il passato (su tutti, Lou Reed). Il rischio che si corre, in questi casi, è di invecchiare precocemente, di inaridirsi, di entrare nel vicolo cieco dell'autoreferenzialità. Tutte eventualità che il Nostro deve aver di certo calcolato e dalle quali sta sicuramente cercando - anche oggi - di fuggire: il suo percorso in solitaria si è finora delineato tra legittima continuità e una certa sicurezza (l'esordio omonimo), e ricerca di nuove vie di fuga, ora sotto il tetto di una band (i fidi Jicks, perfetti nell'assecondare la sua cercata sintesi tra perfezione formale e impeto improvvisativo, soprattutto in Pig Lib), ora da solo in uno studio a giocare coi generi più disparati per esorcizzare i propri, crescenti demoni interiori (il nuovo Face the Truth). nonché l'onnipresente spettro del "già sentito". Comunque vada, Malkmus non è e non potrà mai essere un semplice songwriter, un cantautore come gli altri, anche se ci sta provando da un lustro, ormai (come l'ex sodale Spiral Stairs/Scott Kannberg nell'irrimediabile mediocrità della sua Preston School of Industry). Questo il suo massimo punto di forza e al contempo il suo tallone di Achille, che lo pone in una posizione per certi versi tutt'altro che invidiabile. Una cosa è certa: anche se non riuscisse mai a centrare del tutto il bersaglio, noi continueremo a tifare per lui.

Riecco Stephen, il genio cazzone, il tenero bastardo, eterna matricola (college) rock con in tasca una mestizia per ogni disincanto. Chiusa non senza rimpianti (i nostri) l’illustre pratica Pavement, se ne esce con un esordio omonimo (ma suonato assieme ai nuovi compagni The Jicks) che stempera le forme, smeriglia il suono e chiarisce i dettagli. Un buon disco nel complesso, che però se conferma intatte le capacità di songwriting non riesce a dissimulare un senso d’accademia, quasi fosse timoroso dell’auto-confronto, di mostrare eccessiva discendenza e dipendenza dal passato.
Te ne accorgi da come si disinnescano a vicenda certe stravaganze affettate, dagli arrangiamenti mai tanto levigati. Lo avverti in quelle melodie ora soffici ora spigolose, attraverso la nebbiolina di puro mestiere, in quello scazzo insomma mai così organizzato. Fin dal ghigno bluesy dell’iniziale Black book per arrivare al fantasma (r)umoristico posto in chiusura, tutto ciò che appare bislacco e slegato sembra applicato ad arte, come tessere che devono incastrarsi per chissà quale senso del dovere – e chissà nei confronti di chi, forse del pubblico, dell’etichetta o della propria autostima. Vedi quella Troubbble tutta tastierina, campanellini, voce ebbra, ringhi storti di corde, sfrigolii ciber e un urletto risoluto a chiudere la pratica. Oppure l’accademia che pervade - dal mood all’assolo - il valzer di Churchon White. O il clownismo lennoniano più scontato che svagato di Vague Space.
Con tutto ciò, non cessa mai la consapevolezza di giocarsela in serie A, e in questo senso i coretti adesivi della sbrigliata Jo Jo's Jacket o i filamenti psych a screziare la strategia power-pop di Discretion Groove tratteggiano un solo, irresistibile disegno sonoro. Nel quale le birichinerie come Phantasies (tra gridolini, vibrafoni giocattolo e siparietti liquidi) e Jennifer and the Ess-Dog (un Lou Reed adolescente senza centro di gravità né marciapiedi davvero laidi) si alternano a episodi strutturati come Deado (lo sberleffo diafano delle strofe - come un certo Beck – e il melanconico/ipnotico languore del ritornello – à la Grandaddy - tra nebulosi bordoni di synth) o come la ballatona Trojan Curfew (chitarra affilata, canto mesto, il ventre tiepido dell’organo, un po' del soffice sconcerto Radar Bros, il nume Gram Parsons lassù).
Sappiamo dell’uomo (non è più un ragazzo, porco cane) e delle sue qualità. Ne abbiamo saggiato le trappole frizzanti, gli irrefrenabili squilibri, la delirante consapevolezza. Caratteristiche cui questo nuovo esordio sembra tendere ma di sottecchi, senza riuscire né a smarcarsi da cotanti modelli né ad avvicinarvisi soddisfacentemente. Comunque, se non altro, ci dice che Stephen è tutto intero. Deve solo smaltire le tossine e prendere confidenza con la nuova vettura. Per poi, come vorrà, accelerare. (6.4/10)

I brividi e gli scossoni che il debutto non voleva (o non riusciva a) dare, erano stati evidentemente messi da parte per il secondo lavoro, questo Pig Lib partorito e firmato assieme agli ormai fedeli Jicks, al secolo Joanna Bolme (basso, tastiere e cori), Mike Clarke (chitarre) e John Moen (batteria e cori). Malkmus non perde certo quell’aria un po’ svagata da inguaribile giocherellone, ma orchestra le undici tracce del programma abbozzando una calligrafia nitida e spigliata: accelera e infittisce la trama, dissemina trovate e delinea coerenza, accende e smorza i toni lasciando sempre sullo sfondo una mai tanto accentuata propensione psichedelica, intendo proprio quella psych ruvida, rutilante e intossicata che germogliò intorno alla cuspide sessanta-settanta.
Sentire per credere: Sheets, con quel wah-wah flessuoso a rincorrere la melodia, la ritmica suppurante ed il bridge allucinato; l’incedere ebbro e slittante di Witch Mountain Bridge su curioso ordito country rock in deriva bluesy, quella One Percent Of One in cui per nove minuti collidono fantasie speziate Jefferson Airplane ed il trip incandescente dei migliori Crazy Horse, oppure l’alto tasso di acidità – reverse e distorsioni quasi hendrixiane - della fin troppo quadrata (Do Not Feed) The Oyster. E ci sono ancora, come no, gli angoli acuti, le trame spezzettate, il caro vecchio lo fi post-poppettaro e crepitante (la stralunata eversione dell’iniziale Water And A Seat, l’irresistibile svagatezza narrativa di Vanessa From Queens – come un Lou Reed tolti tre quintali di cinismo), quelle spiazzanti ballate col cuore arrotolato nei calzini (la filigrana asprigna di Ramp Of Death, l’understatement aggraziato di Craw Song). Nel complesso, l’antica fragranza appare quasi del tutto recuperata, così come il piglio noncurante e vagamente minaccioso: insomma, più o meno quel che speravamo.
Certo, mancano vere e proprie grandi canzoni, però la cura e la definizione, facciamo pure l’amore per il manifestarsi del suono (l’uso disinvolto di organo e synth - quei bordoni ipnotici e quelle cosmiche increspature - il calore, la pienezza e la sottigliezza delle chitarre, l’intensità del comparto ritmico), lasciano indovinare un cambiamento di prospettiva, ovvero che la vis poetica di Stephen sia alfine pronta a manifestarsi con tranquilla protervia, libera dai - anzi indifferente ai - gravosi paragoni col passato, a quanto pare del tutto metabolizzati. Tutto ciò non sarebbe pensabile senza una rinnovata fiducia nei mezzi propri e nella band, non a caso idealmente ripagata nella conclusiva Us, zampettante esercizio Wilco-Belle & Sebastian tra dolcetti anfetaminici, nebbioline pop e fugaci spirali kraut. Al modo di meritati titoli di coda. Certezze, sì, destinate comunque ad essere rimesse in gioco poco tempo dopo. (6.9/10)

Tempo di bilanci per Malkmus. Saranno gli “anta”sempre più vicini, la sopraggiunta paternità, i quindici – e rotti – anni di carriera sulle spalle (e possiamo solo immaginare quanto possano pesare, nel suo caso); di fatto, Face The Truth - titolo quanto mai emblematico - ci consegna uno Stephen diverso. Anzitutto, via la band. I Jicks, la “sacra alleanza” alla quale il suo nome sembrava vincolato in pianta stabile (specie dopo Pig Lib che, per certi versi, è un lavoro corale), compaiono soltanto qua e là come ospiti occasionali: il Nostro stavolta fa - quasi - tutto da solo, accollandosi anche gli oneri di produzione. Chiuso nello studio del suo scantinato Steve ha dato, forse per la prima volta in assoluto, libero sfogo al proprio individualismo, elaborando arrangiamenti tra i più vari e stratificati della sua carriera; le incursioni nei generi più disparati, il frequente ricorso a sovraincisioni (novità quasi assoluta del suo repertorio), l’utilizzo più frequente di effetti elettronici rendono questo il lavoro più eterogeneo (e per certi versi ambizioso) finora sfornato in solitaria da Malkmus; ma ciò che rende diverso l’album non è tanto la forma in sé.
C’è una strana tensione che attraversa le undici tracce di Face the Truth, qualcosa di impalpabile, eppure presente. Il melodismo pavementiano c’è sempre (Freeze The Saints, Post-Paint Boy, It kills), ma sembra pervaso da vibrazioni che hanno qualcosa di insolito (di adulto, verrebbe da dire). Per intenderci, l’ex Pavement non è meno gigione del solito, tantomeno serioso, anzi: suona esattamente come te lo aspetti: referenziale e classico (il folk rock della bellissima Mama o le immancabili vibrazioni Stones del singolone Baby C’mon), uguale a sé stesso ma comunque in vena di giochi (vedi la disco-funk mutante Beck-iana di Pencil Rot e Kindling for the Master) e sperimentazioni (le riuscite Loud Cloud Crowd e Malediction, tra psichedelia e popadelico d’annata), a volte fallendo il colpo (la calligrafica jam in stile tardi Sonic Youth di No More Shoes, o il pop spigoloso e schizofrenico della non memorabile I’ve hardly been), senza comunque mai rinunciare a quello scazzo semi-parodistico che sempre lo ha contraddistinto (si scoprano sornione citazioni nascoste di Rod Stewart e Kiss, per chi ha l’orecchio particolarmente allenato).
Cosa resta alla fine? Resta la strana sensazione di sentirlo incazzato, Stephen. Forse l’eterno collegiale è finalmente davvero cresciuto, e la consapevolezza (a tutti i livelli) di un disco come Face The Truth ne è la prova (quasi) definitiva. (7.0/10)
Stephen Malkmus è esattamente così come ci si aspetta che sia. Spilungone, ossuto, capello corto e tendente al brizzolato (sì, gli anni passano anche per lui), di poche parole, con un’espressione di scazzo perennemente stampata in viso. Quest’ultima poi è particolarmente accentuata nella data romana del tour promozionale del suo ultimo Face The Truth (Domino / Self, maggio 2005), in quanto vittima di un furto (non da poco) di tremila sterline, computer annessi. Insomma, non è il massimo essere baciati dalla sfortuna poco prima di salire sul palco. Ma il nostro ex Pavement va avanti lo stesso, anche se visibilmente contratto e infastidito, come si conviene a un uomo di spettacolo che ne ha fatte e viste tante. E il pubblico, accorso in massa con notevole slancio, pare non essere disturbato più di tanto: in fondo per rivivere la propria adolescenza, anche solo per una sera, si può mandare giù questo e altro. Perché l’effetto che Malkmus suscita è questo: un viaggio a ritroso nel tempo con lo stop fissato a quindici anni, ciascuno chiuso a chiave (anche a doppia mandata, chè non si sa mai…) nella propria cameretta ad ascoltare melodie sbilenche, squarciate qua e là da una chitarra, che può assumere, a seconda dello stato d’animo, i colori della rabbia, dell’allegria, della più immensa paranoia e via di questo passo.
Anche da solista - in realtà si presenta con i suoi Jicks al completo - il ricordo dei bei tempi andati continua ad affiorare (e in sala c’è qualcuno che segretamente cova il desiderio di ascoltare una Cut Your Hair o una Unfair), ma ciò non toglie che il nostro Steve sia in forma strepitosa e sarebbe un torto bell’e buono non dargliene atto: chitarre lisergiche, feedback e distorsioni a iosa (molto più che in studio), quel cantato perfettamente stonato là dove serve, coretti uh-uh da perderci la testa (su tutte vale il cazzeggio puro di Pencil Rot, crogiuolo di tutte le prelibatezze malkmusiane). Tutto l’arsenale viene dissipato in un’ora e passa di crescendo infinti (lo splendido delirio di No More Shoes che arriva a toccare i dieci minuti), senza troppe chiacchiere - tranne sporadici “grazie” -, prendendo materiale dall’ultimo album e dal precedente Pig Lib (Domino / Self, marzo 2003) e allungandolo a dismisura. E basta dare un’occhiata in giro per vedere la diffidenza iniziale del pubblico farsi pian piano soddisfazione, tramutandosi infine in un’ondeggiare di teste e culi, in gridolini e incitazioni (me compresa, ovvio), come fossimo a quella festa del liceo in cui c’era, ti ricordi?, il lui o la lei dei nostri sogni, ma che non osavamo avvicinare perché…
Malkmus ci lascia così, con questo spirito adolescenziale mai completamente sopito, che ogni tanto dovremmo andare a recuperare, magari tralasciando la parte più guerrigliera dell’ “io contro il mondo”.

Go back to those gold soundz…
Quali i Pavement migliori? L’istintualità selvaggia, il vandalismo musicale e la lasciva approssimazione di Slanted & Enchanted (1992) o la splendida (im)perfezione pop di Crooked Rain, Crooked Rain (1994)? A più di dieci anni dall’uscita di questi dischi e a cinque dallo scioglimento del gruppo, questa controversia resta eterno oggetto di discussione da parte di appassionati e critica: se per la sua carica eversiva e la sua collocazione temporale (a cavallo della rivoluzione grunge e dell’esplosione mondiale dell’indie rock) l’opera prima del quintetto di Stockton è una pietra miliare dello scorso decennio (qualche dubbio in proposito?), tuttavia il successore rappresenta a sua volta quell’indispensabile salto di qualità che ha reso i Pavement qualcosa di più – diremmo, di più “alto” - del bislacco fenomeno lo-fi per cui pubblico alternativo e stampa specializzata avevano perso la testa un paio di anni prima.
Lasciata - volutamente - aperta la questione, Crooked Rain segna senz’altro una tappa obbligata nel percorso della band californiana, uno snodo cruciale del loro cammino, la pietra angolare su cui poggerà l’intera carriera a venire. Anzitutto, con questo disco i Pavement rinunciano a quell’impostazione sperimentale e aleatoria che aveva caratterizzato la loro prima fase (mirabilmente espressa dalla raccolta Westing – For Musket and Sextant) in favore di un canonico assetto “rock”, complici l’estromissione della scheggia impazzita Gary Young, il conseguente arruolamento del drummer “professionista” Steve West e l’adozione di procedure di studio più ortodosse. Detto altrimenti, i Pavement diventano un “vero” gruppo, anche se la loro attitudine resterà squisitamente, irresistibilmente amatoriale; una normalizzazione per certi versi necessaria, che porterà Stephen Malkmus e soci allo svolgimento e compimento della loro parabola.
In questo contesto, Crooked Rain diventa un meraviglioso anello di congiunzione tra passato e futuro, un eterno presente fatto di “suoni dorati”, in cui le deliziose incompiutezze dell’esordio vengono sublimate in una scrittura perfetta, debitrice tanto dell’indie ’80 (R.e.m., Dinosaur Jr, Pixies) quanto di classici come Velvet Underground e Neil Young (ripassati attraverso la lezione art-freak di Fall e dello Zappa più demenziale), ancora servita da una verve e un’ispirazione lontana dalla maniera - seppur di lusso - degli ultimi Brighten The Corners (1997) e Terror Twilight (1999). Ogni singolo brano meriterebbe una trattazione a parte, dall’irresistibile uno-due Silent Kid / Elevate Me Later (inni college-rock definitivi) alla hit alternative per eccellenza Cut Your Hair (che li portò nel circuito di MTV), attraverso l’indolenza di Heaven Is A Truck o le improvvise impennate di Stop Breathin’ e Newark Wilder, il pastiche jazz di 5-4= unity o l’epica jam corale Fillmore Jive, le scompostezze garage di Unfair e Hit The Plane Down (firmata Spiral Stairs) fino al genuino melodismo pop di Gold Sounds e Range Life (i cui ineffabili attacchi a Smashing Pumpkins e Stone Temple Pilots causeranno un ban da MTV). Nell’innata propensione alla melodia di Malkmus, nel suo peculiare stile compositivo e nel modo indescrivibilmente naturale in cui le sue intuizioni sono accompagnate e tradotte dai compagni (coretti sciocchi, bordate di rumore, stacchi improvvisi, ubriachezze blues) si cristallizza una calligrafia tra le più riconoscibili e imitate negli anni a venire (tra gli immediati epigoni, Grandaddy e i nostri Yuppie Flu). Come R.e.m. e Pixies prima di loro, i Pavement hanno infatti contribuito in maniera decisiva alla costruzione di un universo musicale parallelo, di una musica pop altra che riuscisse ad essere universale, ad andare al di là della stessa (limitante) etichetta di college rock. Nel definire i canoni dell’indie-pop, i Pavement hanno mostrato agli ascoltatori dei ’90 come il famigerato alternative non fosse soltanto grunge, hardcore o noise. Alternative possono essere anche i ghiribizzi chitarristici di Malkmus, le melodie trasversali, i siparietti naif, lo spirito amabilmente approssimativo e disincantato nei confronti della materia trattata, insomma, quella cazzonaggine illuminata che solo quei cinque - improbabili - musicisti avevano. I Pavement sono riusciti, forse senza neanche volerlo, ad essere i Beatles del loro universo.
Chiuso il sipario sulla band da ormai un lustro, non resta che celebrare i bei tempi che furono. Ad oggi, la Matador si è distinta per l’eccezionale qualità delle edizioni speciali finora pubblicate: dopo il monumentale doppio DVD Slow Century - una vera benedizione per appassionati e non - e l’altrettanto prestigiosa reissue Slanted & Enchanted - Luxe & Reduxe, adesso è la volta di questo Crooked Rain -L.A.’s Desert Origins che, sulla falsariga del precedente, raccoglie la bellezza di 37 inediti tra b sides, versioni demo, unreleased e session radiofoniche del periodo ’93-’94. In mezzo a cotanta messe, meritano particolare menzione i provini con Gary Young (più per curiosità “storica” e gusto della congettura, nonostante una Flux=Rad fenomenale) e alcune perle sparse, come il bel tributo ai R.e.m. di Camera (cui fa eco l’ode esplicita in Unseen Power Of The Picket Fence), l’inedita All My Friends (che non avrebbe affatto sfigurato su disco), il Lou Reed acustico di Same ways of saying (doppiato da una Fucking Righteous che puzza di White Light / White Heat) e alcune versioni rigorosamente in progress di materiale che confluirà in Wowee Zowee (niente di trascendentale, in verità); a parte l’indubitabile prova di quanto il 1993 sia stato un anno incredibilmente prolifico per Malkmus & friends, resta un po’ la sensazione di barile raschiato, specie se si paragona la qualità di questi inediti a quelli pubblicati in precedenza. In ogni caso, i fan ringraziano sentitamente.

Chi pensava che la deluxe di Crooked Rain Crooked Rain avesse dato fondo agli archivi dei Pavement sarà costretto a ricredersi. Questa Sordid Sentinels Edition dell’opera terza della band di Stockton conferma anzitutto la Domino come la label più attenta e generosa in questo tipo di operazioni: a partire dal 2002 fan ed esegeti di Malkmus e co. si sono trovati tra le mani materiale completamente inedito per almeno una sessantina di tracce. Sulla qualità delle stesse, se il primo dei due dischi - nella formula consolidata a partire dalla deluxe di Slanted & Enchanted - raccoglie b sides e singoli coevi al disco (su tutte il Pacific Trim EP del 1996, che meriterebbe trattazione a parte), il secondo è fatto prevalentemente di versioni demo dello stesso materiale, di sicuro valore affettivo a discapito di quello puramente artistico. Eccezion fatta per l’ineffabile cover di No More Kings di Lynn Ahrens (dal programma seventies Schoolhouse Rock) e qualche interessante alternate take, si tratta di roba rigorosamente fans only, ma si sapeva già.
Quanto al disco vero e proprio, Wowee Zowee, è quello in cui qualcosa cominciò ad incrinarsi. Almeno per chi, dopo l’asso calato di Crooked Rain, lo trovò un lavoro discontinuo, raccogliticcio, dispersivo, colmo per lo più di riempitivi e perfino autoindulgente (aggettivo, quest’ultimo, che potrebbe essere l’ultimo da affibbiare a gente che ha fatto dello svacco uno stile di vita, ancor prima che attitudine, moda o posa). Non la pensava così la band, e nemmeno chi tra i fan lo considera addirittura il migliore della discografia. Non sarà così, però se prendiamo i due estremi toccati degli album precedenti, non si potrebbe avere migliore sintesi delle anime del gruppo: da un lato il songwriting sempre più limato di Malkmus, capace di perle come We Dance, At&T, Grounded, Father To A Sister Of Thought; dall’altro il laissez faire dei compagni (Bob Nastanovich in primis), quell’attitudine ludica e genuinamente folle che permea gran parte delle schegge impazzite inserite apparentemente alla rinfusa tra le canzoni (Brinx Job, Extradition, Serpentine Pad, Flux= Rad, Best Friends Arm). Eppoi la scrittura più sicura di Spiral Stairs, qui presente con quella che resta una delle sue chicche, Kennel District (oltre che in b sides come Painted Soldiers, nel cd2). E ancora il brano che meglio degli altri segna l’affiatamento raggiunto da quella che fino a pochissimo tempo prima era una congrega di dilettanti dichiarati: Fight This Generation. Magari non ci saranno le canzoni migliori in Wowee Zowee, però se cercate tutti, ma proprio tutti gli aspetti che hanno fatti grandi i Pavement è qui che li trovate.
Il riferimento zappiano del titolo - che è anche omaggio al dipartito Gary Young, leggendario drummer e figura chiave della genesi pavementiana - non potrebbe essere più appropriato per l’album più psichedelico e vario dei Nostri, senza lasciarsi però trarre in inganno: nessun sagace ed affilato sarcasmo da queste parti, tantomeno tecnicismi stratosferici. E’ dei Pavement che stiamo parlando, ragazzi. Una band che a sei anni dallo scioglimento continua a suonare terribilmente attuale e originale, alla faccia del tempo che passa e delle umane vicissitudini. Quanto se ne sente la mancanza, però… (7.7/10)
p.s. : agli iscritti alla newsletter della Domino è riservato l’accesso a un mini-sito (http://www.dominorecordco.com/woweezowee/) da cui è possibile scaricare un live del 1994 e sentire un paio di tracce esclusive…

Avete presente il video alternativo di Major Leagues? Mi riferisco a quello più accattivante e “potabile”, con la band colta in rilassante scazzo durante una pazzoide partitella a minigolf. Se la band ostenta l’aspetto trasandato/trasognato di sempre (forse più di sempre), Stephen Malkmus fa lo sbruffone narciso su collinette erbose, languido il suo sguardo in camera, l’aria complice al punto da imbarazzarti. L’effetto d’insieme è più buffo che beffardo, tutto sommato innocuo, amichevole. Ecco, guardando e riguardando quel clip credo di aver capito un paio di cose sui Pavement: che quel loro impeto amarognolo e angoloso, quel disarmante tour de force anti-stilistico, quel loro ridendo & sferzando, non era altro che una mascherata, un necessario dispositivo d’autodifesa. Offrire il minor profilo possibile. Esercitare una strategia defilata da consapevolissimi perdenti. Muoversi rasoterra, perfettamente armonici alla normalità. E intanto, in virtù di questo, covare idee ed energia per garantirsi un futuro da “outsiders integrati”. Lottare da dentro e di fianco e in obliquo. Accanto.
I Pavement, da Stockton, California: cinque studenti universitari invasati di Velvet Underground, Replacements e Sonic Youth (tra gli altri). La notizia del loro “split” mi lasciò stranito, tuttavia per nulla sorpreso. E’ facile dirlo oggi, ma Terror Twilight – a partire dal titolo – mi suonò proprio come un canto del cigno. E non perché sia un disco stanco o arreso: semmai il lavoro di una band che fa il punto della situazione e scopre di avere già oltrepassato il traguardo, quasi senza accorgersene. Voglio dire, questo disco non è una vetta, è una collina: ma che bel paesaggio, che colori, che luce morbida, che aria tiepida e tremolante. Prodotto da un Nigel Godrich reduce dai fasti Radiohead e Beck, dipana un programma lisergico e svagato: folk psichedelico, quadretti venati di nostalgia, meditazioni irrequiete e vibranti, ballate in bilico sul collasso emotivo. Episodi come Folk Jam, Speak, See, Remember o Billie sbandierano una profusione di stilemi blues e folk che - per quanto sottoposti a perturbazioni asprigne – spostano l’iconoclastia su posizioni ben più concilianti. Sembrano aver capito, i cinque ormai ex ragazzi, il rischio di suonare a vuoto in uno scenario apparentemente inscalfibile. Sembrano seduti sulle macerie immaginarie di un incantesimo che sanno bene di non poter demolire. E, naturalmente, non sono felici.
Da cui quel vago, opalino, persistente sentore di nostalgia. Se Cream Of Gold compie doveroso omaggio all’altare del post-grunge, il resto del programma bazzica territori decisamente meno vigorosi. Praticamente un festival delle ballate sull’orlo di acidule visioni: le meditazioni Beatles-Byrds dell’iniziale Spit On A Stranger, il caracollare traslucido di Ann Don’t Cry – dalle vaghe ascendenze Lou Reed - o la malinconia obliqua di The Hexx in cui la scia dei Big Star incrocia quella irrequieta dei Television. Eppoi Major Leagues, certo: aromi country a speziarne l’inquietudine dissimulata, una tenera, accomodante mestizia. Il clip alternativo di questa canzone fu realizzato perché quello “ufficiale” si rivelò ostico per gli standard MTV, col suo granuloso pseudo-amatoriale dove un ragazzo munito di enormi cuffie canticchia il pezzo assistendo ad incontri di wrestling di serie zeta. Per questo fu deciso di correre ai ripari, e meno male. Tra i due video corre infatti uno iato estetico nel quale (consapevolmente?) si rivela la “funzione” di questo disco: mitigare la minaccia, differire la beffa, disinnescarsi per segnare i confini di una nuova appartenenza. Mimetizzarsi per non farsi vedere (prendere) più. Ciao ciao.
Ecco perché la genialoide allegria di …And Carrot Rope - fantasmi vaudeville, sciocchezze rag, scorribanda beat, centrifuga Kinks, Lennon/McCartney e Pixies - ti congeda con una stringente uggiolina nel cuore. Che nessun Malkmus solista o Preston School of Industry – per quanto dignitosi e anche buonissimi – potranno mitigare.

Il quarto album in solo di Malkmus lo propone sempre meno... solitario, ovvero spalleggiato da una band sempre più band e sempre più organica al progetto sonico dell'anfitrione, quei Jicks che nel frattempo fanno subentrare Janet Weiss (ex Sleater Kinney) alla batteria. Progetto che prosegue la deriva calcolata verso una lucida rielaborazione psych, che se da una parte coglie frutti incandescenti Vanilla Fudge sbalestrandoli di selvatico afflato noise-wave, dall'altra s'ingegna di architettare rassicuranti trame folk-soul come un guinzaglio che consenta alla caracollante calligrafia del Nostro di proseguire a caracollare imperterrita. Solita dinoccolata impertinenza squarciata di rabbia angolosa e malanimo in souplesse che ben conosciamo.
Nella sostanziale prevedibilità c'è spazio per qualche sorpresa, come il pressoché inedito utilizzo di tastiere e synth, oppure – venendo alle canzoni - il disinvolto incedere Steely Dan, l'afflato strumentale doorsiano e uno sconcertante break à la Monty Python in Hopscotch Willie, per non dire del valzer tra complicanze hard-blues hendrixiane e proto prog birbone di Baltimore. A non stupire - ed è quasi frustrante - sono quelle cocciutaggini acide, talora spossanti come nella title track, che pure prende il via da fascinose ugge tardo bitòlsiane e si spegne tra foschi palpiti Lou Reed, o la sciolta irrequietezza di Elmo Delmo, roba tipo uno Young motorizzato O'Rourke, rete sfilacciata che non prende molto pesce in verità.
Permangono segnali dell'antica classe, che siccome non è acqua non bastano certo tre lustri abbondanti di carriera a svaporarla. Intendo una Gardenia garrula e ruvidella che scomoda rimpianti per il miglior Badly Drawn Boy, una Out of Reaches che stringerà alla gola i nostalgici di Wowee Zowee e una Cold Sun che prima gioca a rincorrere i discepoli Grandaddy e poi spalma assorta malinconia su tastiere pastello. Così è, se vi pare. (6.3/10)