Capitanati dal giovanissimo cantautore James Walsh, gli Starsailor sono un quartetto proveniente da diverse parti dell’Inghilterra nord-occidentale dedito a un pop emotivo e confidenziale sulla falsariga di Coldplay e Travis.

Verso la fine dei novanta a Wigan, la natia cittadina di Richard Ashcroft, Walsh, un ragazzo timido e ipersensibile, si presentò a un duo di amici - James “Stel” Stelfox (bassista) e Ben Byrne (batterista) - con un album di Jeff Buckley proponendo loro di suonare un qualcosa che potesse esprimere la stessa raffinatezza artistico-emotiva.
Reclutato un chitarrista - Barry Westhead –, il gruppo cambia ragione sociale prima in Waterface e poi in Starsailor, omaggiando così Tim, il padre del giovane suicida.
Nel 2001, la band firma per la EMI e il consueto magazine NME li corona, ancor prima d’incidere un singolo, “Brightest New Hope”, ovvero i miliardesimi cantanti brit-pop che potenzialmente potrebbero diventare i consueti nuovi Beatles.
La prima prova non tarda ad arrivare: si tratta di Fever e altri due demo (Coming Down e Love Is Here). Fever, che inizia su una manciata di accordi all’acustica per poi sfociare in un concitato ritornello, è una ballata in crescendo che calca prepotentemente la mano sul particolare timbro di voce di Walsh, fortemente emozionale in perfetto stile Coldplay, ma per nulla cristallino, animato com’è da un registro rugginoso ma vibrante. La canzone, inoltre, segue il classico schema del pop britannico anni novanta, che ha in Creep dei Radiohead il suo antenato: un inizio “piano”, con chitarra acustica e voce dai registri bassi in evidenza, e poi “forte”, con le distorsioni della elettrica, la batteria in primo piano, (in questo caso anche) il synth a riempimento “ascendente” e il cantato ad affogare/rantolare (ne)gli acuti.
Fever fa presa sul pubblico e sulla critica britannica tanto che nel marzo dello stesso anno, il gruppo parte per una tournée che sarà tutta sold-out. Sull’onda dell’entusiamo viene registrato anche il primo video e nuovo singolo, Good Souls, un brano dalla sufficiente mood psichedelico che scimiotta i Radiohead, per l’incedere delle chitarre e per gli inserti elettronici ambientali, i Suede per i registri vocali acuti e i Verve per l’andamento melodico.
In autunno, gli Starsailor, forti all’aiuto del guru della produzione Steve Osburne, registrano in sei settimane il loro primo album, Love Is Here. L’intento, per ammissione stessa della band, è quello d’ottenere un sound a metà tra Grace di Buckley e Harvest di Neil Young. A precedere è il terzo singolo - Alcoholic - che raggiunge il decimo posto nelle british charts, ma rimane pur sempre una ballad patetica (ovviamente in crescendo) dal ritornello deprecabile “Don’t you Know you’ve got your daddy’s eyes/daddy was an alcoholic”…
L’album viene incensato da una certa critica e riceve un buon riscontro di pubblico, tuttavia, concluso il tour, Walsh viene colto probabilmente da qualche tipo di crisi creativa.
La pausa dura soltanto pochi mesi, nel 2003 il gruppo entra in studio niente di meno che con Phil Spector. Silence is Easy, il nuovo lavoro, è un nuovo inizio.

Il debutto degli Starsailor è insoddisfacente soprattutto per due motivi: da una parte, i testi e il canto del ventunenne James Wash hanno la smania (la velleità) di voler comunicare al mondo con la stessa sottile magia del giovane Buckley; dall’altra il canovaccio alla Yellow (Coldplay) è sostanzialmente uguale in tutti i brani. A fronte della ripetitività dello standard canzone, delle pretese del cantautore di voler conferire all’opera un’aura di racconto privatissimo, Love is Here è spesso pateticamente struggente e solo in brevissimi passaggi veramente poetico.
Il recitato ad alto tasso d’emotività non può reggere a lungo la tensione che pretende di creare, tant’è che giunti alla traccia numero cinque – Way To Fall –, con cadute di tono come: “Ooooooh, I've got something in my throat/I need to be alone/While I suffer”, pronunciate in quel registro sofferente da Pavarotti del rock, è difficile non provare un senso di bulimia.
Per dirla tutta, il timido ragazzo di Wigan, più che essere debitore di Buckley (che brit-popper non lo è mai stato), deve molto di più a Brett Anderson (Suede) e Chris Martin (Coldplay)
In Poor Misguided Fool, Walsh, che prende a prestito la ritmica di Coffee & TV dei Blur, sovrapponendogli una manciata di pianismi classici e la solita triste storia, tocca il fondo lirico, annoiando e rendendosi antipatico. Forse la traccia migliore è la suedeiana Good Souls, psichedelica alla maniera migliore dei Verve ma praticamente composta sottobanco da Osbourne.
Walsh sembra uno di quei ragazzi che ha appena vinto una gara di canto, quelle che più tipicamente riguardano le selezioni per formare le girl group che vanno tanto di moda ultimamente, ha utilizzando tutto il suo potenziale, si è distinto, era il più bravo, eppure gli manca tutto… Per questo che a Sanremo una canzone come Poor Misguided Fool sarebbe perfetta. (4.0/10)

Più upbeat e captivating come dicono gli inglesi, cioè più energico e accattivante del suo pedante predecessore, il nuovo album degli Starsailor si presenta immediatamente come un lavoro più fruibile e aereo. Mentre il gruppo suona con rinnovato fair play, James Walsh canta con maggiore spontaneità accantonando in parte le proprie sfide personali con la famiglia Buckley.
Il merito va chiaramente ai produttori: Phil Spector, presente in due brani (Silence is Easy e White Dove), John Leckie in uno (Shark Food) e Danton Supple per tutti gli altri. Per Spector non occorrono presentazioni, per Leckie basti soltanto sapere che lavorato alla realizzazione di alcuni dei più famosi album rock della storia britannica (All Things Must Pass, Plastic Ono Band, Dark Side of the Moon, White Music, The Bends, Stone Roses) per Stupple a buon titolo si può concludere affermando che ha lavorato a tutto il resto (Morrisey, U2, Suede, Seal, Elbow, Pet Shop Boys, Doves, Simple Minds...).
Per Silence Is Easy, Spector prende a prestito il riff di Heroes (di Bowie/Eno) proprio come avevano fatto i Verve con Out Of Time degli Stones. Siccome il brano è anche il singolo-testa d’ariete del nuovo lavoro, le prime preoccupanti avvisaglie d’artefatto sbocciano spontanee. Se Osbourne era di fatto il quinto elemento in Love Is Here (Good Souls), Leckie, Spector e Stupple sono a tutto diritto i membri aggiunti di Silence Is Easy, solo che questa volta il pop sinfonico che mettono in scena è talmente ben arrangiato che dopo poco il dubbio diventa sentenza: c’è poco contenuto e troppa forma. Forse Music Was Saved dimostra freschezza anche al terzo o quarto ascolto, tuttavia è roba da b-side dei Verve, senza contare che il bridge è un riffarama eminentemente inutile messo lì per fare spessore all’inseguimento dei tre minuti da passare alle radio…
Forse White Dove - con quella madreperlacea sospensione d’archi - è la serafica mestizia folk che stavate aspettando, ma è come una polaroid sovraesposta, mancano quei chiaroscuri che ad esempio un Lanegan non ci avrebbe certo risparmiato (stesso discorso per Bring My Love).
Nel complesso, è una vera e propria fiera delle ballate, o meglio del cliché stereotipato di esse, ciò che resta dopo trent’anni passati a fare i conti con Crosby, Lennon, Young, Buckley e così via fino a Travis, Coldplay, Verve e Radiohead.
Le melodie ricordano puntualmente qualcosa di già sentito (White Dove sembra What’s Up Dei 4 Non Blondes prosciugata, Telling Them è pari pari Happy Christmas di Lennon, mentre il mood di Lady Stardust riecheggia palpabilissimo nella pioggerella di pianoforte che introduce Some Of US…), ma nulla di strano, è più o meno ciò che avviene in ogni fottuto disco di musica pop da che i Beatles hanno messo piede sulla terra. Però qui il problema salta alle orecchie causa la professionalità accademica della produzione: quell’organo, quegli archi, quella chitarra acustica stanno proprio dove dovrebbero e come dovrebbero; quel cambio di tempo in Born Again ha l’aria di una procedura contabile; canali saturi, voce colta a due passi dall’anima, umori segosi, rabbia domata, nessuna concessione al dubbio, il malanimo è plastico, la malinconia una pittoresca caligine..
In realtà - e tristemente - l’unica caratteristica peculiare degli Starsailor è ancora una volta la voce di Welsh, che sarebbe capace di interpretare in vibrato anche la lista della spesa, con quell’immancabile singhiozzo aspirato in fondo ai vocalizzi più sofferti, con quelle espettorazioni come un Nek che avrebbe voluto essere Jeff Buckley.
Musica senza mistero che succhia il sangue ormai rappreso del folk rock più nobile, che tarocca senza ritegno un decennio di brit-pop, che si asperge di soul non prima di averlo accuratamente pastorizzato. Undici titoli, ma non uno che ci ricorderemo fra un paio di mesi. Forse un po’ più di meditabondo silenzio – quel facile silenzio – avrebbe portato miglior consiglio. (4.0/10)

A quattro anni dal debutto, il momento magico degli Starsailor è ormai un ricordo, anche se Walsh e amici hanno assaporato il successo anche oltreoceano grazie al singolone spectoriano Four To The Floor. Il terzo disco della band di Wigan viene così registrato a Los Angeles con Rob Schnapf (co-produttore, tra gli altri, di Elliott Smith), con l’intenzione dichiarata di dare una sterzata al loro percorso. Dopo le afflizioni folk di Love Is Here e le ambizioni produttive di Silence Is Easy, gli Starsailor cercano di reinventarsi come rock band, inasprendo i toni e cercando un mordente che latitava dalla loro musica.
In The Crossfire sfoggia da subito un suono corposo e aggressivo; un brano con una certa personalità (non a caso è il singolo apripista), ma attenzione, gli ingredienti sono comunque quelli noti: liriche tormentate, rabbia adolescenziale (alla Creep) e piglio da melodramma (“I don’t see myself when I look in the mirror / I see what I should be”). Un vestito nuovo per la solita cerimonia, in pratica; non basta rivestire di psichedelia le solite ballatone o cavalcate, magari mettendoci dentro un po’ di groove, si rischia solo di fare ulteriori danni, come nello pseudo-grunge di Faith Hope Love o nello psych di marca Six By Seven / Spiritualized Way Back Home (con bello sfoggio di artifici di produzione vecchi di una decina d’anni); vanno un po’ meglio In My Blood, Get Out While You Can e Keep Us Together (prima di scivolare pericolosamente dalle parti della Pride degli U2), che rispolverano lo spleen buckleyano degli esordi, ma è un film già visto. Le vibrazioni soul di I Don’t Know e White Light finiscono per risultare quantomeno piacevoli, ma non si può aggiustare un giocattolo già rotto. Almeno, non stavolta. (4.0/10)