Tra giovani band esordienti, next-big-thing planetarie e gruppi ormai affermati, Spaziale ha pescato da scene musicali più o meno underground e dai generi più vari, confermandosi come una delle manifestazioni musicali più interessanti dell'estate, puntando sul contenimento dei prezzi e riuscendo talvolta ad anticipare l'hype invece di seguirlo.

Smentendo voci di corridoio e notizie non confermate che davano quella del 2005 come l'ultima edizione del festival 'incompreso', Spaziale torna cambiando formula. Non più una serie di eventi sparsi nell'arco di un mese, ma una quattrogiorni intensa e variegata con un cartellone ricco di abbinamenti interessanti e di date in esclusiva sul suolo italiano. Un evento imperdibile, ma con l'incognita delle partite della nazionale ad aleggiare minacciosa sul calendario.
L'apertura delle danze spetta ai Fine Before You Came, band milanese che coniuga la freddezza matematica di certo post-rock made in Chicago con l'espressività dell'emo-core più sincero. Un act che tocca l'anima e colpisce allo stomaco, rovescia chitarre fugaziane su scenari new wave, alterna solide geometrie ritmiche a squarci furibondi e caotici e si rivela all'altezza dell'osannato concept uscito per “L'amico immaginario”.
Il testimone passa ai 65 Days Of Static, quartetto britannico che mescola furiosamente rock ed elettronica, alla ricerca del punto di incontro tra il terrorismo digitale di Lesser e Matmos e l'impatto muscolare di Kyuss e Godflesh, dei quali ricorda la svolta lisergica di Pure.
Mentre su disco chitarre e sampler competono alla pari, dal vivo le distorsioni hanno il sopravvento e, tra turbini shoegaze, scariche noise-troniche e iper-riff apocalittici, la band inglese scatena un'eruzione stonadelica che travolge tutto e tutti.
Un'esibizione profondamente psych, ma senza legami con il rock visionario classico, per niente esotica e rassicurante, più stordente che ipnotica. I quattro di Sheffield sono dei guru mutoidi che, al pari dei riciclatori di rifiuti industriali, manipolano il rumore grezzo per mettere in atto un acid test del dopo-bomba. A giochi fatti è sicuramente la sorpresa del festival, a cui si aggiunge la notizia dell'apparizione, in veste di dj siderale, di Mr. Sonic Boom, ospite non annunciato ma quanto mai gradito.
I Mogwai, non sempre convincenti in studio, dal vivo sono una sicurezza e lo dimostra pubblico numeroso e impaziente. Quando parte Yes! I Am A Long Way From Home sembra di essere in paradiso, dopo le devastazioni del gruppo precedente.
Alternando classici come Mogwai Fear Satan a pezzi recenti i cinque scozzesi non ci mettono troppo a immergerci nei loro tipici paesaggi fatti di lenti crescendo chitarristici, drumming frantumato, vacuum sonori improvvisi e altrettanto immediate deflagrazioni noise, vera cifra stilistica della band.
Niente di nuovo ma è quello che l'audience si aspetta, ci ritroveremo ancora per anni a parlare degli ultimi deludenti Rock Team For Young Beast e Come On Die Happy, pronti ad accorrere numerosi appena la band di Glasgow mette piede in Italia, felici ogni volta di sbattere contro un muro di suono quanto mai familiare.

E' la sera di Italia-Ucraina, attraversiamo una Torino insolitamente deserta ed entriamo alla fine dell'esibizione de Les Fauves. La situazione è desolante, il pubblico, valutato intorno ai 1500 la sera prima, è composto da un centinaio di persone: la dura legge del Mondiale, che ha fatto annullare e spostare eventi in tutta Italia, si abbatte su una delle serate più interessanti del festival.
Per fortuna ci sono i Whitest Boy Alive a tirare su il morale, con la loro miscela a base di pop frizzante, elettronica vintage e funk bianco, ma non di quello sporco e rumoroso dei Contorsions o dei loro figli degeneri, quanto una versione armoniosa, linda e cristallina, easy-listening e love-supporting.

Una scelta coraggiosa, che un pubblico avvezzo a ben altre sonorità potrebbe liquidare come stucchevole e noiosa, ma invece ne rimane rapito e si ritrova a danzare immerso nelle atmosfere romantiche disegnate da Erlend Øye e compagnia nerd, catturato da canzoni improbabili, contagiato da suoni inconfessabili.
E non si smette di ballare quando sale sul palco il gruppo più atteso, la nuova creatura di Danger Mouse, Gnarls Barkley, un ensemble di 15 elementi in kimono che partono a razzo e coinvolgono i presenti con un live a base di soul, hip hop, elettro, funk, centrifugati e attualizzati. Si va dalla ciclotronica Go-Go Gadget Gospel con Cee-Lo che canta I'm free in un tripudio di archi e fiati, all'incredibile cover di Gone Daddy Gone dei Violent Femmes in stile Outkast, alla cyber-blaxploitation di Smiley Faces.
E mentre il funkadelico singolo Crazy annuncia chiamate in arrivo nei cellulari di mezzo mondo, mentre un altro mezzo mondo lo scarica più o meno legalmente e i caroselli di auto strombazzano al ritmo di po-popoppo-popo e di tata-tata, allo Spaziale i Parliament della generazione iPod celebrano il loro assurdo status di celeberrimi sconosciuti. E peccato per chi la notte magica ha preferito passarla davanti alla Tv in compagnia di Toni e Sheva.
Apre il Teatro Degli Orrori ed è una piacevole scoperta. Fortemente ispirata dal rock rumoroso di casa Touch'n’Go, la band formata da membri di One Dimensional Man e Super Elastic Bubble Plastic sfodera riff taglienti e una sezione ritmica monolitica e impeccabile. La narrazione in italiano di Pierpaolo Capovilla, a metà tra l'impeto ideologico e il delirio alcolico, tra il declamare e il blaterare, tra Mark E. Smith e David Yow, si adatta perfettamente alla veemenza del sound, ai suoni abrasivi e ai ritmi incalzanti che non lasciano indifferente i vecchi fans di Jesus Lizard e Mule.
E' il turno di Dalek, il cui hip hop evoluto entusiasma la stampa specializzata ma non riesce a sfondare tra il grande pubblico. E' incredibile l'assenza dei b-boys griffati e omologati che si vedono normalmente in giro per la città, forse troppo omologati anche negli ascolti, forse irraggiungibili a livello pubblicitario e ignari dell'evento.
Dalek è un tornado inarrestabile di rime, in sottofondo si muove un turbine di feedback e suoni distorti, merito di Octopus, dj anomalo che i samples non li pesca dai classici Motown e Atlantic, ma dalla Earache e dalla Creation. Non a caso gli è stato affidato il remix di un pezzo dei neo-shoegazers Serena Maneesh.
Il risultato è insolito, con il pubblico pietrificato, l'antitesi dell'atmosfera che ci si aspetta da un concerto hip-hop: impatto impressionante, chissà cosa succederebbe se decidessero di portare sul palco un paio di chitarristi a dar manbassa al dj.
Tocca quindi a uno dei nomi di punta del festival, il controverso Adam Green, crooner scanzonato con la voce di Nick Cave, menestrello metropolitano perennemente high. Genio incompreso o cialtrone insopportabile? L'ex Moldy Peaches è un fiume in rotta, corre stupefatto per il palco per buttarsi all'ultimo sul microfono, inciampa, scherza, apre un siparietto acustico, dialoga con i ragazzi delle prime file, ne fa salire un paio per una versione corale di Pay The Toll e chiude l'esibizione con Baby's Gonna Die Tonight versione chitarra ascellare.

All'Indie Rocket Festival di Pescara i nostrani Hot Gossip avevano incendiato i locali del Fuori Uso con un’esibizione travolgente a base di garage-punk venato di new wave, intemperanze indie, bombardamenti a tappeto crypt-style e una presenza scenica di tutto rispetto.
Non si può dire altrettanto dell'esibizione torinese, abbastanza anonima, sicuramente per via del cambio improvviso di formazione dovuto alla mancanza del bassista. Peccato.
Largo agli Ok Go!, gruppo di Chicago che propone un indie rock (ormai) classico a metà tra psych e glam. Le canzoni non sono indimenticabili, ma l'impianto scenico è originale, a base di insolite proiezioni di disegni cashmere, e i suoni empatici e solari dei cinque conquistano il pubblico, che viene steso definitivamente riproducendo dal vivo il balletto di A Million Ways. Premio simpatia del festival.
E arriva l'ora degli attesissimi Editors, ennesimi replicanti new wave alla conquista delle nuove generazioni. Se su disco la somiglianza con i Joy Division è palese, dal vivo sfiora il plagio, o la perfezione, secondo i punti di vista. Impeccabili, dal suono alle movenze, dal look alla scelta della cover giusta del gruppo giusto (Talking Heads), ma l'impatto emotivo è ridotto a un piacevole effetto deja-vu/deja-ecoutè. Intendiamoci, Tom Smith e compagni non sono gli unici ad ispirarsi a modelli ingombranti, ma forse il fatto che la band di Ian Curtis sia in questi anni tra le più clonate in assoluto rende l'esibizione poco eccitante. O forse il compito viene svolto in maniera troppo precisa e si sente la mancanza di quello spirito cazzone che ci aveva fatto apprezzare Rakes e Art Brut l'anno passato su questi stessi schermi spaziali.