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Introduzione
Critica
Webografia

Son Lux

di aavv

 

 

Copertina: ...
  • Prologue
  • Break
  • Weapons
  • Betray
  • Stay
  • Raise
  • Tell
  • Wither
  • Stand
  • War
  • Epilogue

At War With Walls & Mazes (Anticon / Goodfellas, 3 marzo 2008)

di Daniele Follero

Dietro il nome Son Lux si cela un personaggio molto interessante, una sorta di ibrido musicale tra tradizione classica, elettronica e strutture ritmiche che richiamano l’hip hop più astratto. Ryan Lott, ventinovenne nativo di Denver (ma con trascorsi migratori che lo hanno portato ad attraversare in lungo e in largo gli States, dalla California a New York, passando per il Connecticut) il suo primo approccio con la musica lo ha come pianista, in una famiglia nella quale le lezioni di musica erano un “must”. E forse proprio per questo, una sorta di forzatura imposta dai genitori, ha subito abbandonato l’idea di intraprendere la carriera di concertista, ma non quella di compositore.

La formazione classica ha rappresentato un punto fermo nella sua vita di musicista, andando ad arricchire via via le sue nuove esperienze. Una storia come tante altre, che affonda le radici nella multiculturalità americana, di quell’universo fatto di tanti mondi che è la società statunitense. Dopo varie esperienze di composizione, quasi come se fosse la sintesi di tanti tentativi, la raccolta di un album di figurine durata anni, viene alla luce il suo primo lavoro discografico, al termine di una gestazione per lo meno triennale. At Wall With Wall And Mazes è una sorta di concept album (con tanto di Prologo ed Epilogo) che sintetizza alla perfezione i trascorsi di Lott. Un viaggio in continua trasformazione nel quale il pianoforte è il protagonista indiscusso, pur non prendendo mai il sopravvento. Le composizioni, quasi tutte basate sul songwriting, come se fossero state concepite solo per piano e voce, sono arricchite da arrangiamenti spiazzanti, che accostano sezioni di archi e beats abstract hip hop, minimal-ripetitivismo, gesto orchestrale e teatralità. Qualcosa, insomma, che sta tra il dream pop elettronico del Duo Alias & Tarsier e l’estro di Sufjan Stevens e Dirty Projectors. Con il sigillo inconfondibile di casa Anticon.

L’iniziale Break ben sintetizza l’atmosfera di un album tutto basato sui toni scuri, giocato sulle sfumature, ma che risulta, a tratti, paradossalmente, monocolore. Un viaggio macabro, dai titoli brevi e lapidari (Weapons, War, Raise, Betray), tutti dominati da un’oscurità che non riesce mai a trovare la luce. Pessimismo cosmico o limiti compositivi? Nel dubbio, la piena sufficienza. (6.8/10)