“Quando iniziai a incidere le prime cassette io e i miei amici ci scrivevamo sopra delle sigle, tanto per ricordarci quali erano, quindi scrivevamo “Songs” e poi parole diverse. Lo “Ohia” per esempio è un tipo di albero e si pronuncerebbe semplicemente “ia”. Quindi il nome deriva solo da questo, una sigla e nulla più. Poi abbiamo iniziato a pronunciarlo “Ohia”perché buona parte delle prime canzoni venivano registrare in Ohio e la gente che vive in questo stato generalmente ne pronuncia il nome con la “a” finale…„ [Jason Molina]

Songs: Ohia è il moniker dietro il quale si cela Jason Molina, un tranquillo ragazzo americano cresciuto tra Lorain, una piccola e grigia cittadina industriale dell'Ohio e la Virginia Occidentale. Jason non si definisce un cantautore, preferisce rappresentarsi come l'anima immutabile di una creatura in continua trasformazione: «Non mi sono mai considerato un cantautore nel senso tradizionale. Sono solo un componente di una band, anche se i suoi elementi cambiano sempre. Paul Simon è quel che si può definire un cantautore». La sua esperienza artistica inizia in quel di Lorain, certamente non il posto in cui ogni ventenne vorrebbe trascorrere la propria adolescenza e giovinezza, e che segnerà inevitabilmente il suo modo di fare musica e il mood delle sue canzoni. Molina trascorre il tempo libero ascoltando hard rock (i Black Sabbath sono tra i suoi gruppi preferiti), i dischi jazz, blues e bluegrass dei genitori e suonando in alcune band heavy metal locali. Una delle cassette registrate da solo, in casa e con mezzi di fortuna finisce, grazie a degli amici, tra le mani di Will Oldham che resta piacevolmente sorpreso dalla sua vena artistica e lo chiama a incidere un singolo per la propria etichetta.
E' il 1996 e il 7” “Nor Cease Thou Never Now” viene pubblicato per la Palace Records, e non è nemmeno un caso: considerando che la sua voce e l'essenzialità della sua musica, così scarna, priva di orpelli e arrangiamenti elaborati vengono subito accostate dalla critica al cantato alto e noncurante di Oldham, a tal punto da infastidire lo stesso Molina che rivendica in molte interviste la spontaneità del suo modo di cantare e della sua scrittura. Forse è per questo che il cantautore abbandona la Palace per passare alla sua etichetta storica. Inizia infatti nello stesso 1996 con il 7” “One Pronunciation of Glory” il rapporto con la Secretly Canadian, etichetta alla quale Jason continua tuttora ad essere fedele. Un altro nome illustre che compare nelle recensioni dei primi lavori di Songs:Ohia è quello di Neil Young e in effetti il rock elettrico e scarnificato, contaminato con la tradizione folk-country americana di Molina non può non ricordare a tratti il poliedrico artista che ci ha regalato capolavori del calibro di “Everybody Know this is Nowhere”, “After the Goldrush” e “On the Beach”. Il primo album omonimo pubblicato per la Secretly Canadian nel 1997 ripercorre il canovaccio dell'alt-country regalandoci ballate dal sapore antico, dove il sentimentalismo del miglior indie rock si sposa con il profumo del country e con testi che ci parlano di un'America lontana, perduta nella polvere del tempo e degli spazi desola(n)ti del West.
«Close to the citadel, she raises her lantern / close to the citadel, she raises her laquered hooves / the long road division, for lack of another route / and theese then were all too good advantage lost / and I grow suspect as soon as your friendliness rises / cause one man alone stands a chance / but not a second chance» [Citadel (tenskwatawa), da “Songs:Ohia”].
Filone dal quale Molina si discosta ben presto per passare a una canzone più intimistica e attuale, che trae ispirazione dalla quotidianità di una (fin troppo) tranquilla cittadina della provincia americana, quale è Lorain. Già dal secondo disco, “Impala”, appare evidente la capacità del songwriterdi saper variare registro, spaziando tra stili e linguaggi musicali differenti che custodiscono tuttavia un medesimo approccio di fondo alla materia musicale, che sostanzialmente è quello di un punk rockerche si accosta alla tradizione della canzone americana, e conservano inttatte suggestione e impatto emozionale.
«Tonight I am gambling with my sentiment / tonight I am gambling with my repentance / deny I am losing in a crowded room / to a gambler in a crown of thorns / tonight I am down to my soul» [Gambling Song (An ace unable to change), da “Impala”]
A riprova di una genuina attitudine punkv'è la predilizione per un suono essenziale, quasi minimale diremmo, e la scarsa simpatia di Molina per i produttori in genere: «Quello di cui mi servo sono ingegneri, non produttori [.] dal mio punto di vista un ingegnere è qualcuno a cui dico: “questa è la mia idea di come dovrebbe suonare questo disco, con questo gruppo di musicisti. sei in grado di tradurre quello che ho in mente in qualcosa di fedele alla mia idea?” [.] un produttore è qualcuno che ha un'idea su come applicare la sua conoscenza, o mancanza di conoscenza (ride) sull'ingegneria del suono, a un progetto discografico».
Gli ascolti dei classici del country degli anni quaranta e cinquanta sono mirati all'assorbimento più che di uno stile, di un suono che è corale, registrato in presa diretta insieme all'intera band, sporco laddove l'imperfizione e la mancanza di sovraincisioni costituiscono l'essenza stessa di quel “calore” che i dischi di quell'epoca ci restituiscono. Il successivo “Axxess and Ace” ne è un esempio lampante in tal senso, con i suoi pezzi trascinanti dalla ritmica incalzante da una parte, e le sue ballate struggenti sulla natura ambigua dell'amore, dall'altra.
«There are gaps between the light and the dark roads we are on / no gaps between what's right / and the need that we have [.] there is love and work and lovers work / and it took all of my strength / to ignore the need to stay / and it took all of my strength / to leave you either way» [Love and Work, da “Axxess and Ace”]
L'eclettismo e l'apertura mentale di Molina si traducono in collaborazioni audaci quanto improbabili come quella con gli scozesi Arab Strap, la cui malinconia metropolitana inonda le trame di “The Lioness”, trovando terreno fertile nel pessimismo di Songs:Ohia.
«And I wanted that heat so bad / I could taste the fire on your breath / and I wanted in your storm so bad / I could taste the ligthning on your breath [.] your hair is coxcomb red your eyes are viper black» [Coxcomb Red, da “The Lioness”]
E poi c'è quell'oggetto misterioso e oscuro nella discografia di Songs:Ohia che è “Ghost Tropic”, personale interpretazione di Molina del folk apocalittico, o post-folkcome direbbe qualcuno. Un'opera destrutturata e pregna di una marcata attitudine jazzy di fondo, «.e una dichiarazione d'intenti, come dire che gli ascoltatori non devono sapere cosa aspettarsi da un nuovo album di Songs:Ohia». D'altra parte un punto di contatto con la frangia più sperimentale ed europeadel cantautorato americano, il Tom Waits della trilogia “Rain Dogs” / “Sworfishtrombones” / “Frank's Wild Years”.
«I once had all the words / I forgot all the words / held the blinding ligthning / beagn to burn away / we began to burn away»[Lightning risked it all, da “Ghost Tropic”]
Se si è tentati di etichettare facilmente Molina come un cantautore “depresso”, si deve però prendere in considerazione anche la parte più recente della già nutrita discografia di Songs:Ohia. In “Didn't it rain”, e ancor più in “Magnolia Electric Co”, le coltri di malinconia tropicale si diradano lasciando intravedere un orizzonte gradatamente più roseo, pur conservando la poetica di Molina la stessa intatta verve e forza espressiva del passato. Il che ci consente di collocarlo a pieno diritto tra i nuovi classici della canzone americana, al fianco di autori come Will Oldham e Bill Callahan, spiriti per sensibilità affini al songwriter di Lorain.

Il debutto sulla lunga distanza di Songs:Ohia dal titolo
omonimo avviene nel 1997 per la Secretly Canadian dopo la pubblicazione del
7 Nor Cease Thou Never Now per la Palace Record. Stilisticamente
collocabile nel calderone dellalt.country - al fianco di artisti come Will
Oldham -, il disco ci introduce alla poetica di Molina di cui apprezziamo
in particolare la voce tanto fragile quanto comunicativa e la capacità di
sapersi rapportare alla tradizione della canzone americana con indubbia personalità.
Ne sono testimonianza un mucchio di canzoni di buona fattura - citiamo Cabwaylingo e Dogwood
Gap - costruite su pochi accordi di chitarra oppure un banjo e una timida
sezione ritmica. Acerbo - come ogni opera prima che si rispetti - ma promettente.
(6.0/10)

Il successivo Impala evidenzia un piglio più sicuro nella scrittura
e allo stesso tempo mostra nuove direzione percorribili: lorgano di An
Ace Unable to Change, la ruspante 45 Degrees, il basso funk di This
Time Anything Finite at All.
Il sentimento country-folk lascia il posto a una canzone più intimistica
e malinconica (lo splendido trittico finale), salvo permanere nei testi (Till
Morning Reputations).
Un disco di passaggio, disomogeneo e pieno di anticipazioni degli sviluppi
a venire (si ascolti All Friend will Leave you) ma non privo di personalità e
dallascolto piacevole. (6.5/10)

Per Axxess & Ace, Molina si avvale della collaborazione
di alcuni tra i più validi musicisti di Chicago, Joseph
Ferguson (Pinetop Seven), Julie Liu (Rex), Geof
Comings, Dave Pavkovic (Boxhead Ensemble) e Edith
Frost, con la produzione di Michael Krassner.
Registrato per lo più live, il terzo lavoro di Songs:Ohia guadagna in
fruibilità e immediatezza rispetto ai capitoli precedenti e presenta
un songwriting più maturo.
Nove canzoni damore dirette, senza veli, che comunicano unurgenza
espressiva tipica di certe opere sincere e intimamente personali. Daltra
parte, un disco poco coeso, segnato da un senso di incompletezza e imperfezione.
Tra i momenti memorabili ricordiamo: il duetto di Molina con Edith Frost in Love
Leaves its Abuser, lincedere jazzy di Captain Badass, punteggiata
dai vocalizzi soul della Frost, il crescendo finale della ballata Come Back
to your Man con lo struggente violino di Julie Liu e How to Be a Perfect
Man, scandita da un basso groovy. Qualche riempitivo (Goodnight Lover)
rimanda allacerbezza compositiva dei primi due dischi. (7.0/10)

The Lioness è registrato a Glasgow, con la partecipazione
di Aidan Moffat, David Gow (Arab Strap) e Alasdair
Roberts (Appendix Out), oltre ai soliti Geof Comings e Jonathan
Cargill. La grigia e piovosa Scozia sembra incidere non poco
sul mood del disco che si rivela ben più caliginoso e
atmosferico di Axxess & Ace smarrendone daltra
parte i guizzi creativi. Molina pare un sacerdote-filosofo che
prima recita solennemente il suo sermone sullamore, con
tanto di richiami allimmaginario animale ad exemplum, per
poi ritirarsi in unaustera preghiera.
The Black Crow, Tigress e la title track assumono un incedere epico
e funereo mentre, in perfetto stile Arab Strap, è Being in
Love con il cantato che si dispiega su un tappeto di organo e drum machine.
Le indubbie capacità di scrittura del cantautore americano si rivelano
altresì nella semplicità di Coxcomb Red - poche pennate
di chitarra e la sua voce fragile e vibrante, gli ingredienti - ma la formula
non sempre funziona a dovere: le scarne Back on Top, Baby Take a
Look e Just a Spark non perpetuano la magia iniziale finendo per
diventare una coda superflua. (6.5/10)

Ghost Tropic vede la luce in un piccolo studio di registrazione
sperduto tra gli altopiani del Nebraska, grazie al contributo
di Alasdair Roberts, Shane Aspegren e alcuni membri dei Lullaby
for the Working Class. Specie dal punto di vista dellapproccio
compositivo rappresenta un capitolo a sè stante nella
discografia di Songs:Ohia, rifacendosi alle intuizioni strumentali
di opere come Swordfishtrombones di Waits per
un uso deframmentato e rarefatto della strumentazione che si
arricchisce di percussioni di vario tipo, vibrafono, pianoforte,
field recordings (rintocchi di campane & canti di uccelli
tropicali).
Ghost Tropic è lapplicazione dei concetti di dilatazione,
minimalismo e decomposizione al folk-rock di Songs:Ohia, otto pezzi - difficile
definirle canzoni - dallincedere impossibilmente lento che si incastrano
alla perfezione a formare ununica immagine spettrale. Si ascoltino linquietante Lightining
Risked it All con le sue ipotesi di chitarre e percussioni ancestrali,
la disperata e processionale The Body Burned Away, il tono compassato
di No Limits on the Words che sfuma nella strumentale Ghost Tropic,
visione hitchcockiana di una notte tropicale.
Ectoplasmi di Dirty Three affiorano nei colpi di spazzole di The
Oceans Nerves mentre la drum machine di Not Just a Ghost evoca
alcuni episodi di The Lioness. La fragilità della conclusiva Incantation ben
esemplifica il delicato equilibrio su cui regge il disco, il più audace
e affascinante capitolo dellavventura artistica di Molina. (7.5/10)

In Didnt it Rain il folk apocalittico di Ghost Tropic
lascia il posto a unoculata miscela di folk, country e
blues e le atmosfere dilatate abdicano in favore di un songwriting
più tradizionale e ricco di spunti soul, grazie alla presenza
di Jennie Benford e Jim Krewson (dellensemble
bluegrass Jim & Jennie And The Pinetops) ad affiancare la
voce di Molina. Alla produzione, Edan Cohen si avvale
di tecniche di registrazione old-fashioned e il suono, registrato
con la band al completo, in presa diretta e senza overdubs, pare
avvolto da una patina di polvere e da quel calore tipico che
si avverte nelle produzioni degli anni 70.
Ne viene fuori una raccolta di canzoni impeccabili e a tratti commoventi
da mettere accanto a opere come After the Gold Rush di Neil
Young, ai dischi di Bob Seger e ai classici del soul, da Aretha
Franklin a Wilson Pickett. Il termine più frequente
nei titoli e nei testi di Didnit Rain è blue,
e il songwriting di Molina abbandona il nero delle notte tropicale per
vestirsi di colori sì malinconici ma rischiarati da un filo di
luce, e dalla consapevolezza che la via della redenzione, per quanto
impervia, esiste ed è percorribile. Si ascolti l'incantevole Blue
Factory Flame dall'incedere appassionato, con quell'assolo appena
abbozzato nel finale che evoca la struggente nostalgia di una On the
Beach, oppure la scheletrica e caracollante Steve Albini's Blues,
che pare costruita sul rintocco di una campana.
E che dire dell'andamento da marcetta di Ring the Bell, impreziosita
dagli archi (e ora immaginate pure una banda paesana sfilare in parata
per le vie di una ghost town del Midwest). O ancora, della perfezione
formale di Two Blue Lights, sostenuta da qualche semplice pennata
di chitarra elettrica e dal giocoso sovrapporsi delle voci. Tuttavia, è in Blue
Chicago Moon, il cameo finale, che il disco raggiunge il suo picco
di intensità, quando Molina canta con convinzione: "and you
are not helpless, try to beat it, try to beat it", e non è difficile
pensare allimmagine del sole che squarcia loscurità e
le spesse coltre di nubi.
Una delle opere più mature e incisive di Songs:Ohia, Didnt
it Rain si candida a diventare un classico della nuova canzone
americana. (7.5/10)

The Magnolia Electric Co. ripropone la band allargata che aveva
accompagnato Molina nel lungo tour europeo di The Lioness,
testimoniato poi dal live Mi sei Apparso come un Fantasma,
edito da Paper Cut e registrato presso Modena. La line-up comprende
Dan (chitarra) e Rob Sullivan (basso), Jim Grabowski (piano),
Jeff Panall (batteria), Mike Brenner (lapsteel) e Dan McAdam
(chitarra e violino). Alla voce, oltre a Jennie Benford già presente
in Didnt it Rain, si aggiungono Lawrence
Peters e la cantautrice inglese Scout Nibblett, cui Molina affida
ben due degli otto pezzi che compongono lalbum.
Abbandonati (definitivamente?) i sentieri oscuri di Ghost Tropic,
il cantautore americano prosegue il suo cammino lungo la strada assolata imboccata
con Didnt it Rain. E lo fa con unenergia e unintensità finora
sconosciute nella sua discografia. Farewell Transmission è una
scossa elettrica, uno scuotimento sismico che entra di prepotenza tra i pezzi
memorabili di Songs:Ohia. Ive been Riding with the Ghost evoca
il fantasma del Neil Young più elettrico e abrasivo mentre Just
Be Simple è una ballata dylaniana accarezzata da una gentile steelguitar
e punteggiata dal controcanto di Jennie Benford.
A chiudere lo splendido poker iniziale ci pensa Almost was Good Enough,
la cui progressione dorgano ricorda lonatanamente la sequenza daccordi
di Wicked Game (!). Meno brillanti i pezzi cantati da Lawrence Peters, The
Old Black Hen, country di stampo tradizionale, e dalla vocina sgraziata
di Scoutt Nibblett, Peoria Lunch Box Blues, traditional dai toni indolenti.
Quando il disco sembra sfilacciarsi e perdere in efficacia subito Molina riprende
in mano le redini della situazione, sfoderando la graffiante John Henry
Split my Heart, che ricorda per intensità la younghiana Southern
Man, e la splendida perla conclusiva Hold on Magnolia, ballata in
punta di spazzole, sognante, delicatissima e verde di speranza come questo
nuovo corso di Songs:Ohia. (7.0/10)

Un piccolo evento, il primo album a firma Jason Molina. Esce
in vinile, con cd omaggio allegato (come fecero gli Shellac di 1000
Hurts). Sfuggono i motivi che hanno portato al pensionamento
(momentaneo?) della vecchia ragione sociale, ma del resto non è mai
stato chiaro quel nascondersi dietro una band impalpabile, improbabile,
alla resa dei conti inesistente.
Rispetto all'ultimo Songs:Ohia non cè traccia delle
pagliuzze di speranza e dell'invasamento Crazy Horse,
semmai è un ritorno
alla scarna essenzialità di Axxess And Aces, tolta lirruenza
indolenzita e la scompostezza vocale. Lo spirito del canadese pazzo Young è tuttavia
ben presente, specie quello languido e asciutto, al limite del dirupo esistenziale,
come se ne può incontrare in On The Beach, in Time
Fades Away o in Tonight's The Night.
Nientaltro che la voce di Jason (ad un tempo misurata e animalesca, arcaica
e confidenziale, un vibrante ossimoro sonoro) e una chitarra o un pianoforte,
o meglio il loro rombante riverberare, la persistenza che divora la luce fino
a diventare espressione solida, come mani che ti carezzano gli occhi o un denso
spostamento daria. É una disperazione profonda che scava e spinge
fino a ritrovarsi nel caldo abbraccio di se stessa, scoprendosi viva e vitale,
punto di vista sulle cose che mutano in una lenta prospettiva dabbandono.
Con la possibilità di non essere più nulla da un momento allaltro
ma in fondo è la fottuta vita ad essere così, per quanto sia
meglio scordarsene.
La maturità di Molina sembra spostare i propri limiti lavoro dopo lavoro,
ormai è capace di risolvere la propria poetica con semplicità ed
efficacia disarmanti. Mai come in questo disco il microfono sembra in cerca
del primissimo piano, tentando una rappresentazione iperrealista del messaggio
moliniano, sospeso e conteso tra intimismo cocciuto ed epica on the road (vivi
complimenti al produttore-tecnico del suono Mike Moggis).
Neppure in Ghost Tropic sembrava di stare a così pochi
centimetri dal cuore (nero) di Jason, per quanto quello suonasse tanto pervaso
di malanimo da far male e questo invece proceda come pacificato, la malinconia
stemperata entro un'estetica desert che potrebbe ricordare il Ry
Cooder di Paris-Texas però spolpato fino al bianco
delle ossa.
Sette canzoni per altrettanti scenari folk-rock narcotizzati, potenziali blues
senza possibilità d'espiazione, percorsi da unelettricità indolenzita
e cupa, incanto nero che si cuce il silenzio intorno, lo genera abitandolo,
lo calpesta come fosse una strada dritta per lanima. Cè il
dramma polveroso di Songs Of The Road e lincedere spettrale di Red
Comet Dust, cè la lunga impalpabile mestizia di Honey,
Watch Your Ass e il dolce/decadente disincanto di Division street Girl,
ci sono gli allarma(n)ti canti lunari di Spectral Alphabet e Pyramid
Electric Co, infine cè il precipitare orizzontale di Long
Desert Train, uno sguardo lento, randagio, interminabile.
Come dite? Alla fine è la solita solfa Songs:Ohia? Sempre il solito
mestare un rovello che sannida nel proprio buio? Proprio così,
potete scommetterci. Il tedio più struggente che cè. (7.2/10)

Verranno a dirvi quanto questo disco sia inutile, spalmato su
esauste sonorità country rock, aggrappato a strutture
ben note e perciò prevedibili da chiunque possegga anche
solo due dischi del Neil Young o del Bob Dylan elettrici.
Ve lo diranno, certo, e scrolleranno la testa chiosando il deprecabile
nuovo corso di Jason Molina, di come in tal modo sprechi il suo
songwriting cupo, ombroso, defilato.
Questo il contesto quasi un rumore di fondo - che accompagna l'ascolto
di Trials and Errors, primo titolo licenziato dalla compagine Magnolia
Electric
Co., vale a dire il buon Molina con la sua band di elettrici cowboys colti in
un'esibizione live a Bruxelles nel 2003. Osservazioni plausibili a cui, dopo
numerosi ascolti, ci accodiamo senza alcuna remora.
Eppure, questi numerosi ascolti sono accaduti bene. Eppure, questa
trama lisa e frastagliata di concrezioni elettriche, basso
rombante e drumming granuloso,
sembra un buon riparo, sembra un sentiero puntato verso l'orizzonte buono, sembra
il mormorio di un'anima che non ha smesso di cercarsi per quanto la luce sia
più chiara adesso, anzi malgrado ciò.
Quella di Molina appare oggi lostinazione di chi deve rinforzare le fondamenta,
di chi sa quindi che deve abbassare lobiettivo, lavorare al di sotto delle
proprie possibilità, senza per questo perdere la naturalezza che solo
un approccio rispettoso può garantire. Rispettoso anzi umile al punto
da svanire, fin dal nome e in nome di mode e forme e stili che sono già,
prima dincarnarsi canzone, stato danimo (del resto, ai moniker Jason è abituato
da un pezzo).
Sembra insomma unimplosione consapevole, voluta, guidata. Anche se levidente
entusiasmo, la più che discreta ispirazione dei pezzi nuovi e soprattutto
la cura dei particolari (i sapienti incroci armonico-ritmici, i riccioli melodici
che spumeggiano sulla superficie rugosa, la verve calligrafica dei siparietti
percussivi) tradiscono una convinzione profonda, come se non fosse affatto un prestarsi
a, non un gioco delle parti, non un farci, ma un poco
plausibile quanto volete - esserci.
Detto questo, seguono i particolari in cronaca: per quanto concerne i pezzi già noti, Almost
was good enough assottiglia langoscia e i volumi annusando dinamiche
oblique, saddensa
e distende senza posa come un aspirante apocrifo di On the Beach,
mentre è addirittura emblematico il trattamento riservato a Ring The
Bell e Cross The Road (entrambe contenute nellintenso - e a
parer mio irrisolto - Didnt It Rain), più serrate,
quasi frettolose, stranamente depotenziate, come cicatrici risarcite e quindi narrate,
non più in corso.
Venendo agli inediti, li scopri percorrere il non certo vasto ventaglio stilistico
che va dalle ballate mid tempo come North star e Dark dont hide
it (lelettricità muggisce mesto fatalismo e repentini tremori),
agli up tempo frastagliati come Dont this look like the dark passando
per le tumide trasfigurazioni country rock di Such pretty eyes for a snake e The
big beast (grugniti e ruggini, il cuore in bilico su apocalissi younghiane vedi
la citazione/apparizione di Tonights the night e Walk On e
lincedere
fosco da Thin White Rope narcotizzati).
Niente di nuovo dunque a rosolare sotto al sole di questo deserto precario: il
panorama è torrido e brullo, le prospettive promettono le solite vecchie
strategie di fuga e rivalsa. Proprio per questo, può bastare anche poco
per accendere la fiammella della magia, in questo caso una tromba inattesa che
squaderna tremolante brezza tex-mex sotto lultimo front porch in Leave
the city e The last 3 human words, dove il folk si distende, le corde
mestano sottotraccia e il canto si fa (torna a farsi) intima lamentazione, pur
con la sterzata acida pronta a scattare appena voltato langolo.
Non mi prendo la responsabilità di consigliare lacquisto di questo Trials and Errors, ma neppure riesco a dirne male. Un buon disco, che se
ce nera bisogno ribadisce Jason Molina tra i più grandi autori
folk rock contemporanei. Forse lui stesso ne è consapevole, ma sembra
non importargliene affatto. (6.9/10)

Jason Molina torna e ribadisce tanto la nuova egida quanto la consistenza della sua più recente ossessione: uno schietto, intenso, ruspante country rock. Verrebbe da liquidare il tutto con poche righe, invece – proprio come avveniva per le trame ombrose reiterate a nome Songs:Ohia – ogni volta sembra una cosa speciale. Che spiazza, attanaglia, incanta. E’ la solita vecchia roba, il solito campionario di slide e violini, organi e chitarroni, sospiri e ululati, flanella e granai, periferie e crepuscoli, cuori in ambasce e luccichii indolenziti. Proprio così, la solita muffa. Ma che impeto, che densità. Che padronanza. Che accorata collisione di strutture desuete e stringenti inquietudini. Insomma, credevo d’averne avuto abbastanza, d’essere ormai “oltre”, invece non so resisterle. Disdicevole, frustrante, ma è così.
Le otto canzoni – che ve lo dico a fare - coprono un
arco emotivo e formale che va dai Crazy Horse ai The
Band (come nella già nota The dark don't
hide it – dal recente live Trias And
Errors - pennate gracchianti e slide tremula,
l'assolo tagliente à la Robbie Robertson)
passando vicino al front porch dove jammano il Tom
Petty più ispido e lo Springsteen minimale
(la brusca essenzialità country blues di Hammer
down, impasto instabile di rabbia e rassegnazione). Se è quasi inevitabile l’approdo là dove
sventola il vessillo del bucaniere triste Oldham (Leave
the city, ovvero il trillo delle corde, un piano affidabile,
la tromba che pennella), un po’ sorprende che I can
not have seen the light s’incagli in meravigliose
trepidazioni Low, con i soffi di chitarra
a tracciare il ritmo e la voce di Jason raggiunta a folate
da un canto femminile (l’ottima Jennie Benford)
che ne spampana e incapriccia la malinconia. Se c’è un segreto, va cercato nella capacità di
aggiungere ingredienti che non snaturano la ricetta pur impreziosendo
il ventaglio delle suggestioni, come il puntello d’organo,
le scie di slide, il fremito degli archi e il ricamo di clavicembalo
che cuciono psichedelia sulla struggente desolazione folk di Hard
to love a man. E’ la modernità di un sogno
antico, che è fuga e rimpianto, una resa strategica
di fronte alla vanità di molta, troppa avanguardia.
Molina sembra dirci: ecco la semplicità che ho raggiunto
alla fine, ecco cosa ho trovato in fondo a tutti quei sentieri
di buio e desolazione. Ovvero, le stupende evanescenze di The
night shift lullaby (dove la voce solitaria della Benford è una
candela nel buio), il cocciuto incedere country blues di Give
something else away every day (slide ed organo ad accumulare
tensione senza detonatore), la perorazione campestre di Northstar
blues (col violino che scava una breccia nel cuore).
É un ascolto cui devi concedere incredulità, dove ogni tensione prevede un rilascio, dove ogni assenza è un’ombra che ti passa accanto, dove ogni trama è un gioco scoperto, almeno finché non ti cattura tra scenografie vive, tra anime che covano strategie di salvezza o un sollievo appena. Un cammino che si allontana e si avvicina, sperimentando la consistenza di un passato che non sarà mai più davvero presente. Dopo la tristezza, Jason ha (forse) trovato se stesso. (6.8/10)

Due anni dopo Pyramid Electric Co., Jason Molina - la metà acustica dei fu Songs:Ohia (ovvero lui stesso) generata dalla famosa "scissione" elettrica - torna approfittando di uno squarcio nel sogno country-rock dei Magnolia Electric Co., che prosegue ininterrotto e parallelo. Se preferite, Jason ha obbedito alla necessità di dare vita a certi ragli indolenziti che gli sgorgavano dall'anima, roba da sbrigare in solitudine. Difatti, appena il tempo d'imbracciare una chitarra ed ecco la voce che inizia ad intagliare le solite melodie accorate, monotone, cupe, lancinanti. Proprio quelle. Stemperate soltanto da un pizzico di disarmo, una fluidità nuova che potrebbe essere maturità o un ulteriore passo verso la rassegnazione.
Le prime sei tracce - solo voce e chitarra acustica, tolta una punta di pianoforte in It's Easier Now - obbediscono ad una tensione scheletrica e dolciastra, sono ritratti minimali ma completi, stati d'animo coagulati nella luce blu di stanze chiuse. Rispetto a cotanta frugalità, è sufficiente una drum machine stecchita, qualche tastiera e soprattutto una stridente chitarra seventies (come certe ulcere del Neil Young più rugginoso) nella title track, perché gli ultimi tre pezzi sembrino accendersi di vitalismo palpitante (e – ci mancherebbe - un bel po' disperato). Non delude Molina il cantautore: la scrittura si muove con intatta destrezza in quelle mappe dolorose che ha scelto di rappresentare, il vocione ha acquisito col tempo una certa duttilità senza perdere un grammo di forza, le liriche spandono le solite meste invocazioni e i rosari atterriti. Ergo, se già lo amate, lo amerete. Il problema semmai è che sembra aver fatto un disco per se stesso, come uno che si riflette in uno specchio nero convinto che a forza di cantare riuscirà a vederci qualcosa. A vedersi. Sapete, viene voglia di lasciarlo solo. La mia copia di Axxess And Aces ha bisogno di una spolverata. (6.2/10)

A pochi giorni dal disco solista vede la luce anche l’opera terza del combo elettrico capitanato da Molina. Difficile ipotizzare la mancanza di collegamenti tra due lavori tanto ravvicinati. In effetti, le scalette presentano una sorta di specularità: laddove gli ultimi pezzi di Let Me Go... si arricchiscono di espedienti, sbocciando come fiorellini malsani dal generale disarmo sonico/emotivo, in questo Fading Trails accade al contrario una sorta d'implosione progressiva, la band si dissolve via via lasciando il solo Molina al centro della scena, coi suoi crucci, con gli spiriti in agguato. Tuttavia, anche in questo caso tutto si svolge sulla pelle d’un folk-blues piuttosto canonico, formalmente quieto, animato da una tenerezza speranzosa che scava un solco profondissimo rispetto ai lividi cortocircuiti esistenziali del Jason versione Songs:Ohia.
Prendete Spanish Moon Fall & Rise: soltanto chitarra acustica, voce e quel fantasma in mezzo alla strada, però – appunto - c'è una strada, c’è una via da percorrere là fuori. Discorso simile si può fare per Steady Now, con la sua tensione che sa di sabbia e pericolo, ma ti rimane sempre una chance da giocare, uno spiraglio da cui soffia una brezza che cambia tutte la prospettiva. Quanto al resto, è questione di country rock più o meno blues, i fragori di Trials & Errors e What Comes After The Blues tenuti con decisione al guinzaglio: chitarre varie (acustiche a sei e dodici corde, elettriche liquorose o sfrangiate di wah wah, l'immancabile pedal steel...), il tepore dell'organo, quel piano che galleggia sui mid tempo baluginanti (Montgomery), ballate agrodolci, ombre e ruggini stilizzate in direzione Smog (A Little At A Time), malinconie cremose a riempire interstizi errebì (Lonesome Valley), i Crazy Horse in overdose di raziocinio (Don't Fade On Me).
Prevedibile, scontato, banale, eppure sentito, sincero. Ogni pezzo al proprio posto in un programma tutto sommato organico, a dispetto delle tre diverse backing band e malgrado le registrazioni siano avvenute in ben quattro location (nello studio del caro Steve Albini, in quello di David "Camper Van Beethoven" Lowery, ai Sun Studio di Memphis e in frugali home recordings). Fatevi le vostre considerazioni. (6.3/10)

Non c’è scampo. Appena pensi che il discorso artistico-estetico-poetico di Jason Molina sia da considerarsi esausto, esplorato in ogni sua implicazione, lui ti sforna un altro disco, poi un altro, poi un altro, e che ci vuoi fare. Stavolta però, diciamolo, ha esagerato: un box set dal packaging sontuoso contenente tre album, un ep e un dvd, risultato delle sessioni sostenute in diverse location e con diverse modalità, quelle che poi avrebbero fruttato Fading Trails, rimanendo però in gran parte inedite. Finora. Perché oggi vedono la luce, raccolte in Sojourner per la nostra felicità. Nessuna ironia: felicità. Per come il più prevedibile dei discorsi folk rock possa insistere ad avere senso a patto che un cuore gli batta dentro. E, porco cane, Molina ha un cuore grande come un camion.
Nel volume intitolato Nashville Moon sono contenute le incisioni sostenute con Steve Albini nel suo studio di Chicago. Il folk rock si svolge turgido e incupito, energico nella soffice strutturazione come certi Grateful Dead post-psichedelia (Hammer Down, North Star). Quanto ai pezzi, proprio Nashville Moon sparge toccante melodia tra evanescenze di lap-steel e un assolo di tromba spaccacuore. Il dischetto intitolato Black Ram raccoglie invece le sessioni con l'ex Camper Van Beethoven David Lowery nel suo studio in Virginia, protagonista una backing band di vaglia con nomi quali Alan Weatherhead (chitarrista per Sparklehorse), Rick Alverson (bassista e chitarrista, già Spokane) e Andrew Bird. La solita cupezza moliniana acquista una frugalità vibrante, preziosismi sonici come il piano palpitante di Blackbird e i trilli cinematici di In The Human World. Molto belli, per quanto risaputi, il frusto ciondolìo di Will-O-The-Wisp e l'accomodante tenerezza - archi e arpeggio luccicoso - di And The Moon Hits The Water.
Le Sun Session sono avvenute proprio nei celebri Sun Studios di Memphis, quattro tracce che testimoniano un morbido arricchimento delle trame, un piglio quasi "cantautoriale" in Memphis Moon, l'ostinazione della forma-ballad col cuore pieno di cose che premono per uscire (Trouble In Mind), sia pure con mestizia (Hold On Magnolia) o strana disinvoltura (Talk Me To Devil, Again). L’ultimo volume è Shohola, ovvero la solitudine, sedia chitarra e stanza vuota in mezzo al crocicchio di trepidazioni & desolazioni come capita certe volte in America, lo Springsteen di Nebraska insegna. Ecco quindi il ventre tenero, asciutto e affilato di The Lamb's Song e la frusta tenerezza da valzerino Cash in Shiloh Temple Bell. Quanto al DVD, nulla sappiamo - il packaging promozionale non ne prevede la diffusione - se non che trattasi di un film, The Road Becomes What You Leave, con protagonista la band durante il tour canadese.
In conclusione, le solite cose. Ovvero, nessuna nuova. Molina è questo country folk rock cresciuto all'ombra di una malinconia senza scampo ma in continua assoluzione, circolo chiuso che scuote e scopre di potersi scavare dentro ancora e ancora. Ha una propria ragion d'essere, che siete liberi di amare o ignorare. (7.0/10)