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Introduzione
Critica
Webografia

Solex

di ©2005 Edoardo Bridda e Riccardo Maselli
Una ragazza olandese titolare di un negozietto di dischi usati che ha fatto del cut-up casalingo un'arte, a metà strada tra velleità post-moderniste e abbondanti dosi di ironia. Una carriera iniziata per gioco e per caso, che l'ha portata dagli scomodi paragoni con Bjork e Beck al capolavoro Low Kick And Hard Bop. Ecco a voi Solex, un piccolo (ma per noi grande, grandioso) caso discografico degli ultimi anni.
Foto: Solex (servizio fotografico 2004)

Sample Girl

di ©2005 Edoardo Bridda e Riccardo “Mimmi” Maselli

Le cose che cambiano la vita a volte capitano per caso, o perlomeno ci illudiamo che sia così.
Elisabeth Esselink, una riccia rossa olandese (di Amsterdam) comproprietaria di un piccolo negozio di dischi usati, è andata alla consueta asta dove solitamente si rifornisce, ma quel giorno la vendita all'incanto sembra non portare a nulla di profittevole: molti degli album sono già presenti in catalogo e per giunta i prezzi sono troppo alti. Sta per tornarsene a casa con la coda tra le gambe, quando lo speaker propone all’annoiato pubblico un registratore a otto tracce e un campionatore. Elisabeth alza la mano con lo scazzo di colei che sa di non vincere e invece (con sorpresa evidentemente solo sua) nessuno rilancia l’offerta e l’aggeggio – voilà – è nelle sue mani.
Quella sera stessa, senza alcuna pretesa, inizia a giocarci e, nel giro di un mese, è già pronto un demo con quattro brani da spedire a un pool di etichette – re-voilà –. Alcune di queste rispondono. La Matador allega pure un biglietto aereo e così – bingo! – comincia una carriera discografica atipica, corredata di quattro album tra il 1998 e il 2004, tra pop e sperimentalismo, collezionismo e creatività.

Scelto il nome di Solex, la musicista dal passato noise (era batterista e cantante in varie formazioni della Capitale olandese) fa parlare di sé grazie al discreto Solex Vs. The Hitmeister, ma è soltanto nel 2001, anno di pubblicazione di Low Kick And Hard Bop, che per critica e pubblico nasce un piccolo (ma per noi grande, grandioso) caso discografico. Si fanno riferimenti illustri nel tentare di inquadrala: prima l'olandese è la risposta dei Paesi Bassi a Beck poi - addirittura - la nouvelle Cpt Beefheart!

Elisabeth, da parte sua, prende le distanze, respinge i paragoni con certo alt. Country d'oltreoceano e non si pronuncia sul resto: la sua è, in fin dei conti, home music basata su un cut 'n paste ortodosso per necessità, un taglia e cuci di fonti tra le più disparate proprio come i Vampire Rodents prima di lei (ma con un fare tutt’altro che gotico e drammatico), magari con lo svacco di certi Pavement e Beta Band (se pur con suggestioni totalmente – o quasi - differenti).
Smarcandosi abilmente tra i campioni di un'immensa collezione con un caratteristica voce sbarazzina (a tratti sognante, spesso impertinente, alcune volte declamatoria e timidamente punk), la funambolica musicista cesella composizioni a volte distanti anni luce dalla forma canzone tradizionale, tenendole in vita con inserti strumentali suonati per davvero (grazie all’amico Greet De Groot) o reggendo l'equilibrio unicamente con la magia dell'incastro; il risultato è volutamente trasversale, a metà strada tra velleità post-moderniste e abbondanti dosi di ironia.
Così, rifuggendo ogni facile soluzione e affidandosi sempre a un intuito e a un gusto ragguardevoli, Elisabeth arriva in gran forma al recente The Laughing Stock Of Indie Rock, un album maggiormente orientato verso la forma canzone che, oltre a far tesoro di tutte le esperienze precedenti, si apre inoltre alla musica concreta inglobando ronzii, tonfi, fischi, mugolii, rintocchi, clacson, sospiri e urla …proprio come una finestra aperta sulla città.

Copertina: Solex Vs. The Hitmeister (Matador, 1998)
01 One Louder Solex (3:27)
02 Solex Feels Lucky (3:46)
03 Solex in a Slipshod Style (3:44)
04 Waking up With Solex (3:32)
05 Solex's Snag (4:09)
06 Rolex by Solex (2:46)
07 There's a Solex on the Run (3:30)
08 Solex All Licketysplit (2:24)
09 Solex for a While (3:53)
10 Some Solex (3:35)
11 When Solex Just Stood There (3:24)
12 Peppy Solex (3:44)

Solex Vs. The Hitmeister (Matador, 1998)

di ©2005 Edoardo Bridda

Inciso per mezzo di un registratore analogico a otto piste, un microfono e il famigerato sampler acquistato fortuitamente a un asta, Solex Vs. The Hitmeister è la prima collezione di tracce home made di Elisabeth Esselink.
Come tutti gli esperimenti di questo tipo l’album nasce come un gioco, lo spasso di una musicista che si siede sul letto con un campionatore tra le ginocchia iniziando così, la sera di una giornata di lavoro, un personale divertissement.
Il passatempo avrebbe potuto limitarsi a un karaoke su basi estrapolate da frammenti di dischi del suo negozio ma, poco alla volta, un gusto personale frutto di schegge di migliaia di ascolti inizia a dettare accostamenti tanto divertenti da assemblare quanto appetibili alla pubblicazione: quello che era un timido progetto si trasforma perciò in qualcosa di più serio, arricchito inoltre dalla collaborazione di amici quali Greet De Groot che apporta parti di violino, basso, chitarra e piano, successivamente campionate e inglobate nel collage.
Solex Vs. The Hitmeister, l’album su cui la Matador all’epoca scommise, presenta alcuni degli assi nella manica che faranno di Solex un piccolo caso discografico tre anni più tardi: ritmi sbarazzini e sincopati, voci accattivanti e soprattutto un sampling di piccoli frammenti a effetto messi in loop e poi sovrapposti a altri, senza mai cadere in intellettualismi o in risacche lounge.
Il curioso accostamento (mozzamento?!) di alcuni degli stili che la Esselink utilizzerà in futuro (funky, country, soul-jazz, industrial, new-wave di marca Devo) nonché l’originale leggerezza e nonchalance a lei propri sono semi fin d’ora ben piantati nelle dodici tracce di questo lavoro, che certamente non possiede ancora la magia del funambolico capolavoro Low Kick And Hard Bop, ma che non è neanche l’acerba e incompiuta opera prima che molti s’aspettano.
Se c’è un taglio apparentemente è quello del trip hop, genere all’epoca ancora in auge – siamo nel 1998, l’anno di Mezzanine dei Massive Attack e di Angels With Dirty Faces di Tricky – da cui la Essenlink trae buona linfa come si sente nell’iniziale One Louder Solex (una Bjork altezza di Post mescolata alla malinconia di Beth Gibbons) e nella convincente Solex in a Slipshod Style (una bassocentrica base Tricky per canto sonnacchioso a lume di candela e minime fischiettate al cielo da chanson française, che non sarebbero dispiaciute nemmeno agli AIR di Moon Safari – sempre dello stesso anno); ma è solo un’impressione, perché quel che emerge è una Solex a tratti aspra che, se da una parte fa affiorare gli amati campioni di slide e di fisarmonica che utilizzerà più spesso in futuro (Waking Up With Solex, Solex All Licketysplit) assieme a quel caratteristico (anti)jazz malfermo su base industriale caro a Foetus (Solex Feels Lucky), dall’altra è pronta a mollare le briglie affogando in cul de sac che prendono il nome di drum’n’bass in salsa robotica (When Solex Just Stood There) o di bjorkismi un po’ ingenuotti (Solex's Snag – che rischiano pure far scattare facili parallelismi emulativi). In definitiva, una musicista in bilico tra il promettente talento e la fortuna della principiante …ma si rifarà tra poco. (6.5/10)

Copertina: Pick up (Matador, 1999)
1. Conference
2. Crashing memories
3. The soldier bleeds
4. 4cd1
5. Snowfall (coughing version)
6. Hannover
7. 9cd1
8. Two sinking pianos
9. Migratory boy (live)
10. Hey! Little child (live)

Pick up (Matador, 1999)

di ©2005 Edoardo Bridda e Riccardo “Mimmi” Maselli

Ad appena un anno dall’esordio, Solex si ripresenta sul mercato discografico con un album nuovo di zecca, ottenendo una crescente attenzione: molta critica, stuzzicata dalla foggia originale della sample girl olandese e dal modo non dissimile di sfruttare l’ars campionatoria, inizia a paragonarla niente di meno che a Beck, il folkster col vizio per l’avant-collage più famoso dei ‘90.
Il raffronto non è così peregrino, ma i distinguo sono proverbiali. L’arte della Essenlink condivide soltanto alcuni intenti con l’autore di Midnight Vultures (album anch’esso uscito quell’anno), tuttavia la sua è pur sempre un’arte che fa del campionamento il nucleo della composizione e non un accessorio volto a trasfigurare certo folk-rock americano.
Solex inoltre concede pochissimo spazio alla melodia così come la intende Beck - si prenda lo scalcinato siparietto di Pick up: un botta e risposta tra chitarra, violini, tromba –; piuttosto un’influenza più azzeccata sembra essere quella dei Butter 08 (il bislacco ma riuscitissimo side-project delle Cibo Matto in compagnia di Russell Simins e Mike Mills), il cui irriverente e ostinato appeal si ravvisa nelle accattivanti melodie di Randy Costanza (uno degli episodi più caratteristici), e nell’andamento cadenzato di Oh Blimey! (marcetta sgangherata che procede tra sincopi e felini passaggi trasognati à la AIR).
Pick up è un album con una sua personalità, ben lontano dall’essere facile preda di parallelismi e cacce alle streghe; certo è che tra gli ectoplasmi che si possono estrapolare dallo squinternato gioco di incastri e (dis)equilibri armonici sbucano tra gli altri Stereolab (l’andamento da space age lounge pop con sberleffi da colonna sonora James Bond di Superfluity), Devo (l’hard glam rivisto di Snappy & Cocky), Tori Amos (la marcia serrata dai rintocchi duri del pianoforte di Escargot!), Bjork (il mugugno sghembo di chitarra di Another Tune Like “Not Fade Away”) e per finire in bellezza Pixies (l’urgenza del riff della conclusiva That’ll Be $ 22.95).

E pensare che Elisabeth, per evitare di essere citata da qualche musicista invidioso, ha realizzato l’intero album estrapolando i campioni in questione ascoltandosi ore e ore di registrazioni fatte con un DAT a dozzine di concerti in quel di Amsterdam nel corso di un anno! Un periodo trascorso – come afferma nell’intervista concessa a Blow Up [BU#79 dicembre 2004] – in completa solitudine presso tutte le performance della capitale olandese, dalle più brutte alle più belle senza alcun distinguo.
Pick-Up, l’album “live” di Solex, anche per questo tenace obiettivo, merita (7.5/10)

Copertina: Hamletmachine (Urtovox, 2004)
01 Low Kick and Hard Bop (3:12)
02 Mere Imposters (2:23)
03 Have You No Shame, Girl? (3:09)
04 Not a Hoot! (2:49)
05 Knee-High (2:41)
06 Honey (Amsterdam Is Not L.A.!) (3:22)
07 Shoot Shoot! (3:08)
08 Comely Row (3:22)
09 Ease Up, You Fundamentalist! (2:34)
10 Dot on the I Between the H and the T (2:36)
11 Good Comerades Go to Heaven (3:39)
12 Cayenne (2:08)
13 Ololo (3:08)
14 You Say Potato, I Say Aardappel (1:37)
15 Look... No Fingerprints! (2:21)

Low Kick And Hard Bop (Matador, 2001)

di ©2005 Edoardo Bridda

Con questo lavoro, Elisabeth Esselink supera in classe le già buone prove precedenti presentando una collezione di tracce da antologia, dove scorrono senza sbavature migliaia di campioni, realizzando uno degli album culto del 2001, nonché una meraviglia dell’arte cut’n’paste tout court. In altre parole, Low Kick And Hard Bop è il capolavoro di Solex.
Gli stili assemblati sarebbero veramente troppi da elencare in questa sede; forse più appropriato sarebbe parlare del melting pot di epoche e di cultura pop cui essi appartengono, e anche qui ci sarebbe da stilare un protocollo di svariati punti. Senza cadere in logorroiche escursioni di vocaboli, basti pensare che queste tracce sono uno squarcio di Novecento visto e ascoltato con gli occhi di uno space cow-boy (o meglio cow-girl) in salsa tex-mex. Cent’anni di creativa solitudine girati col telecomando, con la lavatrice accesa e la radio impazzita.
Low Kick And Hard Bop è lo zapping veloce, svagato, scazzone, irresistibile di chi non perde mai il filo del discorso, e che riuscirebbe in questo modo a far ballare Sir Winston Churchill con un ballerino di samba. Tutto è decostruito, smontato, decontestualizzato eppure magicamente scintilla, guizza, saltella.
È lounge post-moderna o velleità avanguardista? Un dilemma insolubile, che si risolve soltanto ammettendo la genialità di queste composizioni, apprezzabili dallo svagato modaiolo anni ’90 come dall’attento critico che non perdona mai nulla a nessuno.
Ascoltando la traccia omonima Low Kick And Hard Bop, Beck (quello di Odelay) può andarsi letteralmente (…e soprattutto musicalmente) a nascondere: tra accenni di breakbeat sincopato, riff di fisarmonica e chitarra slide, vocina teen-pop stile punkette, il biondo anti-folkster con la radio ghetto blaster sulla spalla fa la figura dello zio, per non parlare della successiva Mere Imposters (chitarra country à la Morricone, ritmi samba, buffo organetto da stadio) che è forse il capolavoro nel capolavoro dell’album. E questo senza citare brani come Not A Hoot, che viaggiano nel tempo grazie a boogie blues con tanto di tintinnii da ferrovia al ritmo di una feroce ritmica voodoo; cool dance hall Shoot Shoot! con i riff a presa rapida sul quale si calano fiati rubati a una big band dei ’50; e motivetti da Franco & Ciccio (Stanlio e Olio?) che paiono musicati da un Morricone ubriaco (Good Comrades Go To Heaven) tanto come da dei Calexico in versione dada…
Oltre a tutto questo Low Kick And Hard Bop è un album caldo, solare ricco di tesori che non si finisce mai di scoprire. Si può ascoltare da soli o ballare al festino con gli amici… insomma: è il segno dei tempi. (8.5/10)

Copertina: Hamletmachine (Urtovox, 2004)
01 Yadda Yadda Yadda No.1 (2:04)
02 Round Figure (2:45)
03 Boxer (4:06)
04 Honkey Donkey (3:32)
05 You're Ugly (2:38)
06 Hot Diggitydog Run Run Run (2:49)
07 Fold Your Hands Child, You Walk Like an Egyptian (1:39)
08 My B Sides Rock Your World (3:10)
09 On an Ordinary Day (2:41)
10 Show Master (3:12)
11 Take That Gum Out! (2:30)
12 You've Got Me (6:51)

The Laughing Stock of Indie Rock (Discmeister/Wide, 2004)

di ©2005 Edoardo Bridda e Riccardo “Mimmi” Maselli

Sono trascorsi tre anni da quel settembre 2001 in cui uscì il miglior album di Solex, un periodo che sembra tanto enorme che della rossa olandese il pubblico si stava quasi dimenticando.
Eppure eccola con un nuovo album e nuova etichetta tutta sua, la Discmeister. E già il titolo è una serena dichiarazione d’intenti: prendersi gioco, ancora una volta, delle forme tradizionali dell’indie rock, pasticciare di nuovo con i campioni, tirar per il collo i riff, selezionare i breakbeat più accattivanti e cantarci su, come d’abitudine, improvvisando rime rap e melodie svaccate, strofe spigolose e versi sgraziati. E Solex lo fa, al solito, con il cut up intelligente e ben dosato che ha sempre caratterizzato le sue composizioni, virando però questa volta verso una forma canzone più convenzionale (anche se per lei inutile dirlo questo termine va preso con molta cautela).

Diverse le chicche, da quella Yadda Yadda Yadda no. 1 (un groove funkeggiante dal passo sincopato, che sembra abilmente prelevato dall’incipit di Acme della Blues Explosion), alla successiva A Round Figure (chitarra bluesy particolarmente sghemba e ubriaca), da The Boxer (pop retro-futurista ossessivo di stampo giapponese tra Butter 08 e Cornelius) a Honkey Donkey (sulla stessa traiettoria ma con l’inserimento novità della calda voce di Stewart Brown, musicista esordiente ancora senza contratto discografico con cui la musicista è entrata fortuitamente in contatto).

The Laughing Stock of Indie Rock inoltre è una finestra aperta, che registra tutto: ronzii e tonfi, fischi, mugolii, rintocchi, clacson, sospiri e urla. Forse questi inserti ben calibrati e amalgamati nell’insieme rappresentano la vera novità di una formula ormai collaudata e certamente meno istintiva degli inizi ma che appunto grazie all’esperienza acquista in classe. Una citazione di merito va spesa per la finale You’ve got me, lunga slide-guitar jam dal sapore psichedelico (sempre con Stewart Brown ma stavolta campionato), che si lascia fluire in un territorio liquido e lievemente doorsiano. Elisabeth Essenlink è tornata per rimanere.

(7.0/10)


Live: Elisabeth Esselink all'agorà di Bari 19 gennaio 2005
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Live: Agorà, Bari, 19 gennaio

di ©2005 Pasquale Boffoli

Ero molto curioso di vedere in azione l’olandese Elisabeth Esselink, in arte Solex, una delle più geniali ed eclettiche artiste degli ultimi anni, soprattutto dopo aver ascoltato il suo ultimo lavoro in studio, Laughing stock of indie rock, vero e proprio campionario della sua particolarissima estetica musicale ed ennesimo capitolo della sua saga di pop visionario e futuribile.
Non nascondo le mie perplessità iniziali circa la resa dal vivo di un sound così bizzarro , votato anima e corpo ad un costante spiazzante cut-up elettronico sonoro e compositivo che però a ben sentire rivela un retrogusto nostalgico per una naivetè tutta sixties disarmante.
Sono stato clamorosamente smentito da un set assolutamente godibile e ricco per varietà di proposte: doveroso il ringraziamento alla lungimiranza ed al coraggio organizzativo dell’Associazione culturale barese Stereo 4 .
Solex è capace di tirar fuori dal suo moog sonorità e loops astrusi e sorprendenti, sottolineati da ritmiche taglienti ed ipnotiche, che dal vivo risplendono di una brillantezza e di un fascino ben più esaltanti che in studio.
Simulazioni di chitarre noise e slide, fiati insolenti e tastiere vintage impegnate in intriganti accoppiamenti con agili e trasversali ipotesi di sonorità aliene e con la candida, insolente, mercuriale vocalità di Solex.
Coadiuvata efficacemente ( anche ai vocals ) da un’energica, poliedrica batterista che sorprendentemente riusciva ad integrarsi ed interagire con brani che rifuggono prevedibilità e linearità di svolgimento come fossero la peste, Solex ci ha deliziati
ed amabilmente aggrediti con l’esecuzione quasi integrale di The Laughing stock of indie rock ma anche di alcune chicche del passato, come la martellante (con malizioso riff d’armonica) Low Kick and Hard Bop, brano che dava il titolo al suo disco precedente del 2001 e poi Randy Costanza, The Burglars Are Coming!, Superfluity risalenti a Pick Up (1999) . Una performance lunare e frastagliata quella di Solex, ma tutto sommata carica di un’energia positiva e vitale, anche a giudicare dalla gioiosa intesa tra le due compagne di giochi; si sono scambiate sorrisi per l’intera performance ed hanno fatto sgambettare alla grande soprattutto le teen-agers sotto il palco.

Elisabeth Esselink live al Covo, Bologna, 22 gennaio
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Live: Covo, Bologna, 22 gennaio

di ©2005 Daniele Follero

Con il Link ancora in attesa di riprendere la piena attività, il Covo rimane l’unico locale bolognese a proporre musica di un certo livello. Appare quasi scontato, allora, che sia lo storico locale di via Zagabria ad ospitare la data bolognese di Solex, sicuramente una delle musiciste più acclamate e discusse dell’odierno panorama indie. Ci si aspetterebbe una sala trasbordante di folla e invece il pubblico non risponde a dovere al richiamo. Con lo spazio concerti mezzo vuoto e l’aria completamente ripulita (complice la famigerata legge Sirchia) sembra quasi di essere al teatro.
Nell’era del laptop e della maturazione dell’elettronica, si fa sempre più forte la perplessità sulla resa live di musiche che non nascono per essere eseguite dal vivo. A parte qualche sporadico caso di virtuosismo nel modulare i suoni improvvisando, nella maggior parte dei casi ci si trova in presenza di persone che non fanno altro che mandare in play dei file audio (seppure stupendi). Di qui l’inutilità di molte performance, che non si allontanano molto dal concetto di playback.
Elisabeth Esselink aka Solex, ben consapevole del rischio di mortificare il suo interessantissimo cut-up con un’esecuzione piatta e monotona, si inventa una formula efficacissima in cui il laptop è accompagnato da una batteria acustica e da un moog. La musica diventa allora palpabile e il sound tremendamente vivo.
Grazie soprattutto alla bravura (e allo “swing”, direbbero i jazzisti) della batterista Marit de Loos, del gruppo olandese Caesar, sostegno fondamentale anche ai controcanti, tutto diventa più coinvolgente e la vena funky dell’ultimo album The laughing stock of indie rock, eseguito quasi per intero, viene fuori con maggior vigore. Le due olandesi non si fermano un attimo ed Elisabeth sembra divertirsi mentre canta con la sua vocina alla Suzanne Vega e maneggia il suo moog. Si ha tutta l’impressione di assistere a un concerto rock e quasi ci si dimentica di ascoltare suoni pre-registrati tanta è la bravura delle due di entrare in perfetta sintonia con le macchine e dargli un’anima.
C’è tempo anche per il passato: Low kick and hard bop, The burglars are coming, Superfluity fino ad arrivare a sprazzi delle sue radici trip hop. Un campionario impressionante di suoni si sparpaglia tutt’attorno a un pubblico che vorrebbe ballare, preso com’è da alcuni groove deliziosamente danzerecci, ma non lo fa, perché è attentissimo ad ascoltare.
Sembra incredibile pensare che appena qualche anno fa, quella ragazza un po’ cresciuta che dall’alto del palco governa tutto ciò dando l’impressione di essere una musicista matura, lavorava nel suo negozietto di dischi da collezione e di fare musica non ne voleva sapere. Meno male che ci ha ripensato.