

Tutto il dolore del mondo e il canto popolare come antidoto: questo sono ormai diventati i Silver Mt. Zion alla loro quarta uscita sulla lunga distanza. This is Our Punk Rock (2003) aveva tracciato le coordinate del nuovo suono a partire dallo stupefacente coro polifonico posto in apertura del disco; da li i canadesi hanno cambiato progressivamente pelle, mutandosi da ensemble post rock cameristico alla stregua dei Rachel’s in una formazione che fa musica folk disturbata da tendenze progressive. Il nuovo manifesto sta tutto nella prima traccia: God Bless Our Dead Marines apre con rasoiate di violino e un febbrile Efrim che intona “Put the angels on the electric chair”.
Il crescendo strumentale a venire è tipica ascendenza dai GYBE!, a testimonianza che l’evoluzione non preclude il portarsi dietro le proprie radici. E’ musica tormentata che si attorciglia su se stessa alla continua ricerca di un climax. Il secondo brano, Mountains Made Of Steam, è interamente costruito sulla figura di un valzer e mostra una parentela inaspettata tra i nuovi Silver Mt. Zion e il Matt Elliott di Drinking Songs, condividendo con lui il recupero di certe figure stilistiche, come il valzer e la mazurca, prese a prestito dalla tradizione folk europea. Teddy Roosvelt Guns e Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone) hanno invece la teatralità di un dramma senza lieto fine, con i crescendo alla Godspeed, i timidi arpeggi di chitarra che aprono e la batteria marziale ad inscenare il finale. La penultima traccia, è invece una riflessione da falò. Intermezzo semi acustico, che fa rima con certe atmosfere tipiche degli Animal Collective. Efrim è sempre più un trademark di qualità, un’icona di suoni senza compromessi e di atmosfere problematiche e tormentante; i suoi Silver Mt. Zion, partiti come costola minore dei GYBE! sono ormai una realtà a se stante, che con il passare dei dischi rischia di inficiare anche la torre d’avorio, dentro cui è custodito l’alone di culto della band madre. (7.0/10)

Efrim e soci tornano alla sigla Silver Mt. Zion e questa volta cantano il corpo elettrico. Se quello di due dischi fa era il loro punk rock allora questo è sicuramente il loro heavy metal. La congrega canadese non aveva mai alzato il volume delle distorsioni come in questo caso, tanto da assomigliare addirittura ai Black Sabbath in diversi frangenti del disco. I 13 blues segnalati nella tracklist in realtà sono solo quattro. I primi dodici sono occupati da un sibilo di feedback. 1,000,000 Died To Make This Sound dice buona a quota tredici e attacca subito alla loro maniera: arpeggio flebile, canto corale, andamento lento da preghiera cantata intorno ad un focolare, poi il taglio netto del riff e il suono rock che esplode con una cruda fragranza non troppo dissimile da quella di un Raw Power. La title track pesta giù duro in maniera ancora più insistita e si aggroviglia nel finale intorno ad un’idea di blues vecchia quanto il mondo. La domanda nasce quindi spontanea: che fine ha fatto la pregevole sezione d’archi? Sophie e Jessica dove sono andate? Le avverti giusto un po’ nel finale di Black Waters Blowed/Engine Broke Blues ma il loro suono è del tutto sprecato e coperto. Come il suono del basso in un disco degli Slayer… ci sono ma non le senti, perché le distorsioni coprono tutto. Il difetto di questo disco sta quindi qui. Quello che i Silver Mt. Zion acquistano in ruvidezza lo perdono in atmosfera. La maggior parte di questi brani sono stati rodati dal vivo e questo ha certamente influito sulla resa e sugli arrangiamenti. Il finale di BlindBlindBlind riporta un po’ nei territori a cui ci avevano abituato, ma è come veder calare il sipario alla fine di una performance teatrale non troppo convincente. Il giudizio è quindi sospeso. Ai fanatici della distorsione made in marshall questo disco piacerà molto. Ai seguaci della prima ora (alzo la mano!) lascerà un po’ di amaro in bocca. (6.3/10)

C’è una breve e fulminante epifania, forse ordita dal caso, che più di tante parole spiega la vera essenza della Banda Del Monte Sion: prima che Efrim annunci il sessantacinquesimo concerto del gruppo a uno Zero Club singolarmente pieno per tre quarti, l’ultimo brano programmato dal dj è This Ain’t No Picnic dei Minutemen. Subito scatta un rimando alle assonanze profonde presenti nella metodologia e nel significato odierno di questi sette canadesi, osservatori fieramente indipendenti di una realtà politica e sociale che non esitano a definire da subito “oscena”.
Nella loro musica visionaria e immaginifica, stratificata e aerea, percussiva e sognante, aleggia - come in buona parte del collettivo artistico legato all’Hotel 2 Tango e alla Constellation - un’ostilità per quel baratro disumano che sono i tempi in cui viviamo. L’invettiva sarà costantemente palpabile per tutta la sera, mascherata in una poetica stravolta e quindi ancor più lucida, capace di far rabbrividire prima e sdegnati levar gli scudi poi.
Il concerto, allora: indice puntato fin dall’inizio in una God Bless Our Dead Marines (il capolavoro Horses In The Sky è ovviamente saccheggiato dalla scaletta) che inizia ipnotica giga (quasi dei Savage Republic delle brughiere), decolla con una scansione ritmica “motoricamente” kraut e infine muore in funerea cantata corale. Stabilisce, tutto ciò, il filo conduttore di un’ora e mezza di suoni sollevati dal terreno e a esso fieramente ricacciati da tumulti di percussioni e archi, impalpabili visioni angeliche e progressioni vocali para-gregoriane, stasi riflessive e sfilacciarsi di controllate distorsioni. Mountains Made Of Steam monta come una marea, e un brano nuovo intitolato Blind, Blind, Blind pare invece un arazzo folk senza tempo né luogo, per non citare che due episodi in un concerto da leggersi in realtà come unico, continuo e stordente flusso.
L’alternanza di sferzante critica e straniamento dalla realtà trova soluzione nel finale, forte tra l’altro di una Ring Them Bells attestante che –casomai non ce ne fossimo accorti- “la libertà è venuta e andata”, conducendoci da empirei di stelle e vorticare ascensionale d’archi in una raccolta riflessione, prima di sostare in una coda di feedback e ripartire per un’ultima traiettoria. Nessun bis, comprensibilmente, giacché l’impatto sensoriale di una tale esperienza si colloca al di sopra di ogni ritualità abitudinaria, sconfinando in un liberatorio viaggio metafisico. Il gruppo ci lascia così, in improvvisa compagnia di noi stessi, rammentandoci che l’apocalisse è qui da molto tempo e tocca rimboccarsi le maniche per non farsene travolgere. Uno dei concerti migliori cui si è assistito da molto, molto tempo in qua, ma –l’avrete intuito- non è assolutamente questo il punto…