Folk-rock e contaminazioni etniche, free-jazz e Morricone, musica da camera e di strada: sono i Ronin.

All’epoca in cui Bruno Dorella era batterista dei Wolfango, durante una data della tournée sospesa a causa della pioggia, accadde un qualcosa di speciale. Quella sera, in un tendone allestito fortuitamente, suonò una banda acustica slava catturando l’attenzione degli astanti. Tra i presenti c’era anche lui, Bruno, e gli venne un’idea. A dir la verità fu un’ispirazione fulminante, tant’è che a Pesaro, nell’estate del ’98, nacque IST, Imaginary SoundTrack, un progetto di musica folk che doveva in qualche modo attingere dalla forza vitalistica della musica dell’Est e farne un rock nuovo, magari contaminato con un pizzico di free-jazz e improvvisazione.
C’è voluto un po’ di tempo prima di metter assieme, tra i vari impegni e gruppi collaterali, un ensemble che suonasse il tipo di musica immaginifica che il batterista aveva in mente e, alla fine, grazie a Jacopo Andreini (OvO) e agli Alba, il progetto si concretizza nel '02 portando alla stesura di cinque brani che faranno parte di un eppì omonimo a nome Ronin. Bruno lo pubblica in proprio grazie alla sua fida etichetta, Bar La Muerte, e immediatamente dopo inizia a lavorare a un vero album. Purtroppo, il seguito di Ronin Ep arriverà soltanto a due anni di distanza, nella primavera del 2004. Ma valeva la pena di attendere: il progetto di Dorella, come il buon vino, ha preso corpo e sostanza testimoniando la qualità di gruppo unico in Italia: un affiatato ensemble che macina folk-rock e contaminazioni etniche, jazzistiche e cinematografiche, che non disdegna l’impostazione da camera e nemmeno quella bandistica di strada, che si giova del miglior Morricone e della musica da strada, dell’Est quanto del West.

Accompagnato da un'affiatata formazione comprendente Jacopo Andreini (batteria e sax) e l'intera line-up degli Alba (Marco Anicio alle chitarre, Lorenzo Rizzi alla fisarmonica e Alessandro Ruppen al basso), Bruno Dorella dispensa una raccolta di cinque tracce, registrate tra un tour e l'altro tra il '98 e il '01, per una ventina di minuti di suggestive ambientazioni strumentali.
Tra Morricone, la goliardia delle bande di paese balcaniche, il sole terso del Salento e le forsennate danze zigane, i brani scorrono veloci come un fugace pasto consumato con compostezza e appetito, tra un bicchiere di primitivo e una girata di forchetta.
Al calar del sole principia Ronin Theme, coi riverberi di corde e la fisarmonica malata di guittezza; poi Nada, di colpo il buio misurato a forza di corde spellate nel vuoto; segue Canzone D'Amore Moldava, prodigio di memorie dissepolte e sussulti nomadi, fisarmonica sfarfallante, chitarre sull'orlo della frenesia e sax ben oltre il limite; dopodiché la reprise del Ronin Theme, con quelle sordide ambientazioni che si sciolgono nel catrame Los Lobos; infine Outro, microcalvario lo-fi tra lacerazioni dimesse e ferite sottocutanee, field recordings di sguardi silenziosi e anime in combutta col niente.
Il disco è finito. Proprio sullo sbocciare della fascinazione. Rimane l'amaro in bocca, ma in fondo fa parte del gioco: rimane il gesto e rimane l'impronta, indefiniti quel tanto che basta da lasciare ampi margini di manovra alla curiosità. (7.0/10)

Sull'onda dell'entusiasmo per Ronin Ep, Bruno Dorella pensa già al successore poco dopo la pubblicazione di quel primo lavoro, nell'estate del 2002.
La prima session di giugno vede in scena un trio formato dallo stesso Dorella, Anicio e la Mansu (rispettivamente alla chitarra e al violoncello); la seconda e più corposa di agosto si avvale dell'aiuto di molti amici comprendenti Christian Rainer (piano), Bugo (basso), Roberto Rizzo (tastiere), Brynya Ansedottir (violoncello), Stefano Nava (violino), DsorDNE e a034 (elettronica).
Da quell'estate alla pubblicazione dell'ellepì trascorre molto tempo: alcuni ritardi riguardano le collaborazioni a distanza con le cantanti - Sara Lov (dei Devics) e Mae Starr (dei Rollerball) -, altri sono dipesi dagli incessanti tour di Dorella con OvO, Bugo, Daniele Brusaschetto e gli stessi Ronin (memorabile a tal proposito il concerto tenutosi all'Xm24 a Bologna nel 2003). Comunque sia, nella primavera del 2004, grazie alla Ghost Records, l'attesa è finalmente conclusa.
Il disco emoziona e coinvolge intelligentemente: si ritorna a far uso di stili morriconiani, folk e rock, ma ad essi s’aggiunge una compostezza camerista intrisa di suggestioni mitteleuropee.
Grazie all'ombra lunga dell'austriaco Christian Rainer e alla sensibilità dei nuovi collaboratori (la carezzevole ma austera voce della Star, gli archi colti di Ansedottir e Nava), ciò che colpisce è la particolare compostezza di alcune partiture, a partire dall'intro, perfetta musica d’apertura di un’ideale soundtrack; Cavaliera, che collassa nella sezione centrale in deliri free e riprende caparbia tra post e suggestioni balcaniche; Miniature, impreziosita da contrappunti medioevaleggianti alla chitarra e soprattutto Mandrake, accarezzata da languide melodie al piano di Rainer.
Sorprende come questi fraseggi si sciolgano alla perfezione in motivi diversissimi (da strada, rumoristi, morriconiani) per poi venir ripresi; e difatti la sensazione che ogni membro del gruppo sappia esattamente come partecipare è palpabile. Da qui la magia di tracce quali Nada, un brano già presente nell'eppì, e della stessa Mandrake, dove la voce di Mae fa pensare ai Sigur Ros più dark.
Non mancano i momenti di calienza westerniana: I Am Just Like You è un oppiaceo blues à la Mark Lanegan cantato da un'affascinante Sara Lov (tra Joni Mitchell e Lisa Germano); Mar Morto, un lento spaghetti western tra riverberi di chitarra e un violoncello a ronzare cupo al calar del sole; e Lava, con accenni tortoisiani, un agro commiato tra scrosci di lamiere e lo sfregar di zampe di lucciole. Infine, storia a sé per A.M. Coffee, che presenta un andamento da spy movie anni '40, tra fiati sinuosi da pantera rosa e improvvisazioni (elementi che sicuramente non sarebbero dispiaciuti al truce James Chance).
Ronin Lp ha lasciato un'impronta caduca dietro di sé, ammaliato gli animi e sopito sensazioni, come se la malinconia di Mandrake si fosse appiccicata alla nostra pelle senza possibilità di poterla lavare, come se quello spleen ci fosse entrato dentro e il pulviscolo lavico inspirato dalle narici e di lì sceso nei polmoni.
E mentre tutto ciò accade, un caffè, anch'esso nero come la stella più lontana dal sole, ribolle sul davanzale di un condominio. (6.8/10)

L’album d’esordio dei Ronin di Bruno Dorella, uscito un paio di anni fa, era noir. Un buco nero che flirtava tanto con i Calexico quanto con Angelo Badalamenti. Post rock e free jazz che convolavano a nozze. Blues cinematografico che seduceva e meravigliava. Fantasie acustiche e sperimentazioni intransigenti. Adesso, Lemming. Il nuovo disco. Che tutto è, tranne quanto ci si aspettava, viste le premesse.
Perché Dorella ha spostato la sua creatura in direzioni non inedite ma comunque particolari. Operando una virata stilistica che lo ha portato a tagliare i rami più estremi della sua musica – spariscono sia i deragliamenti avant che le prelibatezze pop – lasciando così un tronco sonoro spoglio in mezzo al deserto. L’unica concessione alla forma canzone, allora, è quella poco accomodante di Il Galeone, poesia anarchica scritta nel 1967 da Belgrado Pedrini e musicata in seguito da Paola Nicolazzi. La versione fatta dai Ronin ne consolida lo scheletro di folk da strada, mentre l’insolita scelta dell’americana Amy Denio come cantante dona una carica esotica ad un pezzo fortemente italiano.
Il resto dell’album s’immerge in soluzioni strumentali che odorano di mille fragranze. C’è il Sud America carioca e multicolore di La Banda. C’è l’ossessiva chitarra acustica di Mantra Infernale. C’è la bellissima desolazione di You Need It, Then It Comes, arpeggi psichedelici che sono splendide comete a rigare di malinconia la volta delle stelle. Ci sono le tentazioni etniche di L’Etiope, un passo in avanti verso una world music davvero globale. C’è la riproposizione di Mar Morto, presa di peso dal precedente cd e qui rinvigorita con l’ausilio della nuova band, fugace fotografia di un approccio post rock non del tutto dimenticato.
C’è una frase molto particolare, scritta da Dorella nelle note di presentazione di Lemming riservate alla stampa, che fotografa alla perfezione – pur con tutta l’ironia del caso – l’esatta portata di questo disco. “La mia piccola visione, la certezza di essere un musicista suicida e di avere nei Ronin un magnifico gruppo di visionari perdenti”. Certo, i Ronin perdenti non lo sono. Ma musicisti suicidi, questo può anche darsi. Perché si sono sbarazzati di quel minimo appeal pop che faceva bella mostra di sé in due o tre brani – peraltro ottimi – dell’esordio. Ma fa bene al cuore – e alle orecchie – sapere che lì fuori c’è qualcuno che si lascia guidare dall’istinto e non dai calcoli, dalla passione e non dalla finzione. (7.2/10)