Intervista e critica discografica dedicata a Rivulets il moniker dietro il quale opera Nathan Amundson.

Nathan Amundson, in arte Rivulets, vive a Duluth, Minnesota, la città che ha dato i natali ad artisti come Bob Dylan e i Low. E proprio Alan Sparhawk dei Low, che ne ha prodotto l’esordio omonimo nel 2002 ed il nuovo “Debridement” uscito nel 2003 per i tipi della ChairKickers’ Union, è stato l’artefice della scoperta di questo giovane cantautore originario dell’Alaska, terra glaciale e tempestosa esattamente come le sue canzoni.
Registrato nella quiete di una chiesa e pervaso d’atmosfere più intimistiche e acoustic-oriented rispetto allo stupendo album d’esordio, Debridement – come ci racconta Nathan via e-mail –
«è la conseguenza di un periodo piuttosto difficile vissuto lo scorso anno. Queste canzoni, in un certo senso, sono state un modo per far fronte a quelle difficoltà. Il titolo dell’album è nato dall’esigenza di lasciarmi alle spalle quel periodo: io lo considero una sorta di esorcismo. La possibilità di registrare l’album all’interno di una chiesa, poi, mi ha dato modo di lavorare sulla creaturalità del suono, lasciando all’interno dei brani anche quelle sfumature acustiche dovute all’ambiente che normalmente verrebbero eliminate in sede di post-produzione. Io amo ascoltare quei dischi dei quali posso sentirmi parte, anziché essere un semplice ascoltatore passivo: quei piccoli rumori d’ambiente facevano parte del gioco, ed eliminarli sarebbe stata una falsificazione di ciò che era realmente accaduto durante le registrazioni».
Venendo ai testi, l’autobiografismo sembra essere una parte centrale della poetica di Amundson:
«'Sunsets Can Be Beautiful (Also In Chicago)' è stata scritta per una mia amica che stava attraversando un momento difficile. E’ una sorta di canzone d’amore platonico: nel testo tento di dire a questa persona che non ha importanza quel che può accadere perché anche nei momenti peggiori avrebbe sempre una persona su cui contare. “There’s Nothing I Can Do” è basata sul sentimento di disillusione che possiamo percepire nel mondo di oggi e sulla sensazione d’aver perso delle cose che non potranno mai più tornare. “Will You Be There” è stata scritta di getto dopo gli eventi del settembre 2001. Io mi considero apolitico e la canzone è basata su semplici impressioni: volevo mettere in luce il senso di impotenza che si può provare quando la vita e l’essenza di tante persone vengono spazzate via dal mondo nell’arco di un istante…».
Inevitabile, poi, la domanda su Nick Drake, evocato esplicitamente nello stile chitarristico rarefatto come nelle vocals sofferte ed emozionanti, che a nostro parere fanno di Amundson uno degli eredi più credibili del menestrello di Tanworth-In-Arden:
«Non posso davvero accettare un paragone di questo genere: Drake era su un altro livello. Quando abitavo ancora in Alaska sentii parlare molto bene di Drake e del suo disco Pink Moon e decisi di procurarmelo ordinandolo tramite un piccolo negozio locale. Ho ancora il ricordo di quando, nel gelo di Anchorage, ascoltai per la prima volta quell’album camminando in mezzo alla neve con il mio walkman: fin dal primo istante mi apparve impressionantemente familiare, e rimasi completamente affascinato dal suo stile. Non posso però dire di essermi mai ispirato esplicitamente a lui: Drake era un artista dal talento straordinario, e paragoni di questo tipo mi mettono sinceramente in imbarazzo».
Sospeso a metà strada tra il folk acustico e certe atmosfere vicine al dream-pop e al gothic, più presenti sul primo album, Amundson conclude l’intervista ammettendo le sue radici sonore:
«Più che sul folk mi sono fatto le ossa sui dischi di Cure, Bauhaus, Sisters Of Mercy. Ho amato Christian Death, Sex Gang Children e persino Skinny Puppy. E tra le mie infatuazioni più recenti ci sono l’ambient music, Aphex Twin e i Biosphere. Ho sempre avuto una fascinazione personale per la chitarra acustica ma non è affatto escluso che in futuro nei miei dischi possano avere una maggiore centralità la chitarra elettrica o il piano».
Quel che è certo, comunque, è che di Rivulets ne sentiremo ancora molto parlare.

Da radici country e folk, per quanto “scarnificate” e portate al minimalismo più estremo, attinge Rivulets alias Nathan Amundson, cantautore di Duluth scoperto dai Low, che debutta per la Chair Kickers’ Union.
Pervaso da una luce grigia ed opalescente che richiama, a tratti, i crepuscolarismi di Mazzy Star e Swans (sintomatico che la terza traccia si intitoli proprio in questo modo…), l’album – che si avvale della partecipazione di Alan Sparhawk e, in un brano, della voce di Mimi Parker – paga più di un tributo alla propria band-guida ma rispetto ad essa si contraddistingue per un mood ancor più levigato ed etereo, che prende vita da una strumentazione inconsueta (optigan, xilofono, cimbali, ukulele, oltre alle chitarre acustiche) per librarsi tra soluzioni armoniche “sospese” ed arcane, dalle reminiscenze quasi esoteriche. Valga per tutti il folk lunare e densamente onirico di Barreling Toward Nowhere Like There’s No Tomorrow. (8/10)

Ancor più sofferto e “realistico” dell’album d’esordio, il mini-live Thank You Reykjavik, inciso presso la radio nazionale islandese, mette definitivamente in evidenza il talento compositivo di Nathan Amundson. Eseguite nello spartano assetto di voce e chitarra acustica, le quattro tracce contenute nell’ep (già edite sull’album) consentono di apprezzare il tocco chitarristico drakeano di Amundson e aumentano la curiosità per le prossime mosse di questo profeta del buio capace di descrivere drammi e angosce con la levità del volo di un gabbiano. (7.5/10)

Split-ep diviso in tre, The Alcohol vede all’opera Rivulets insieme ad altri due cantori dell’oscurità quali Brian John Mitchell alias Remora (che è anche il patron della Silber Records), e Jon DeRosa, talento multiforme attivo nelle due identità di Pale Horse And Rider e Aarktica. I brani di Amundson sono quattro – Anaconda, Gimme Excess, Shakes e Your Light & How It Shined – e mostrano ancora una volta il versante profondamente intimistico e poetico del musicista. (7/10) (Per altre info: www.silbermedia.com)

Chiudete gli occhi e immaginate l’interno solenne e ombroso
di una cattedrale. Immaginate i pavimenti marmorei, le volte
altissime, il senso di misticismo che pervade gli interni. Debridement,
secondo, impressionante album di Rivulets aka Nathan Amundson, è stato
registrato all’interno della chiesa del Sacro Cuore di
Duluth, non distante dalla casa di Mimi Parker e Alan
Sparhawk dei Low, artefici della scoperta di questo
schivo ma geniale menestrello originario dell’Alaska.
Caratterizzato da tonalità più acustiche e “sacrali” rispetto
a quelle del bellissimo esordio omonimo del 2002, Debridement immortala
su disco ogni più piccola sfumatura originata dalla particolare location
in cui è stato realizzato, ed è così che apparenti imperfezioni
come i passi sul pavimento o gli scricchiolii delle panche diventano come per
miracolo parte stessa del suono. Ma se il contorno è di quelli che non
si scordano, il piatto forte di quest’album è rappresentato dallo
stile narrativo di Amundson, abile a dipingere storie di disillusione e flebili
palpiti di speranza con il solo ausilio di una voce preziosamente evocativa
ed uno stile chitarristico emozionante, il cui paragone con Nick Drake appare
molto più sensato che in tanti altri casi simili.
Magiche e perturbanti come una tempesta sull’oceano, Cutter, Steamed
Glass, The Sunsets Can Be Beautiful (Even In Chicago) – in
mezzo alle quali compaiono ora la voce di Jessica Bailiff,
ora il banjo e il piano di Marc Gartman, ora le chitarre di Jon DeRosa (Arktica,
Pale Horse And Rider) – ci assalgono con il loro carico d’angoscia
e poesia lasciandoci letteralmente senza parole. Mentre Will You Be There,
accorata preghiera che vede la presenza degli stessi Low,
appartiene al dominio della pura bellezza e non ha davvero bisogno d’altre
spiegazioni. (8/10)

Se pure ancora, idealmente, parte del giro Chairkickers dei Low, Nathan Amudsen suona oggi più solitario che mai, dopo tre anni passati a solcare in lungo e largo i palchi europei. La filigrana di eterea disperazione che accompagnava i suoi primi due dischi viene rispettata anche qui, anzi viene sottolineata amabilmente dalle sapienti mani di Bob Weston, che sostituisce Alan Sparhawk in cabina di regia.
You Are My Home è un po’ un salto di qualità per il cantautore di Duluth, che passa alla distribuzione Important dopo essere stato amorevolmente allevato dai Low. Lo stile è appena più confidenziale rispetto alle scarnificate melodie di Debridment. Le canzoni sono arrangiate meglio e figlie di un’attenta meditazione in studio, laddove arrivano gli amici di sempre a dare una mano: Jessica Bailiff, Chris Brokaw, LD Beghtol (the Magnetic Fields), Jon DeRosa (Aarktica), Marc Gartman (No Wait Wait), Brian John Mitchell (Remora), Aaron Molina (if thousands), e Mimi Parker (Low).
Se anche le cose si fanno in modo più professionale, alla base resta sempre quel piglio da Nick Drake autunnale, che solo con la propria chitarra si lecca le ferite della vita. Can’t I Wonder lo dice chiaramente prima di chiudersi a passo sostenuto con la batteria in crescendo. Meglio ancora fa la title track, che flirta evidentemente con lo spaesamento delle cose migliori di Jessica Bailiff. Ma più che ai soliti sospetti, questa volta Rivulets fa pensare soprattutto ai rollercoaster desolati di Mark Kozelek (Red House Painters) e ai fiumi che portano veleno di Chris Hooson (Dakota Suite). To Be Home, You Sail On, quelle note di piano che accompagno il “there is no happy ending”, dicono di un autore molto più sincero del resto della schiatta intimo-cantautorale. (7.0/10)