Post-punk, funk-punk, disco 70, glam...
Ri-vedere un epoca pasticciando sulla tela con tinte forti gettate in maniera compulsiva. Riscoprire idiomi storicamente circoscritti.
Tasselli. Lego. I Rapture.
Drum machines prese di peso dai garage House di Chicago fine Ottanta. Un canto sgraziato spudoratamente Cure a frugare negli anni thatcheriani, rubando lamenti ed estetiche decadenti. Un fattaccio brutto per le decrepite tribù dark. Un incrocio deviato tra il mondo dance e i guerrieri della notte rock. Il segno di una rivoluzione oramai compiuta.
A inizio Duemila, New York è piena di queste pratiche. C’è il ground-zero. Si riparte dalle wave. Tunde Adebimpe perfeziona il falsetto Peter Gabriel con i neonati Tv On The Radio, Paul Banks sistema il cravattino di Ian Curtis, Julian Casablancas prova allo specchio il registro di Iggy. E prima di tutti loro c’è arsenico Luke Jenner. L’ossuto ragazzo di San Diego che già nel 1998 sfoggiava un credibile registro Robert Smith giovanotto (con qualche tentazione John Lydon). È lui l’antesignano della new wave. Lui e il batterista Vito Roccaforte, il primo nucleo dei Rapture. Una band che presto fa quadrato vedendo prima nell’hardcore un collante comune della febbre (art) punk. Poi arrivano una miriade di spezie che prendono i nomi di Pere Ubu, Cure, Gang Of Four, James Chance, PIL. Non importa dove finisce l’una e dove inizia l’altra. Sono cuochi che agiscono lontani dalle dita puntate.


Tra il 1998 e il 1999, come molte band dell’area sandiegoana, i quattro si spostano a Frisko per cercare contatti, gloria e fortuna. Nel frattempo, grazie all’etichetta della loro città, incidono un acerbo singolo, The Chair That Squeaks, e un album, Mirror (Gravity Records, 26 gennaio 1999), un misto di sonorità post-hardcore sulla scia dei primi Oneida conditi da una gran voglia di mettere strati di panna sulla torta malata della new wave. C’era già Olio da quelle parti, in una versione completamente differente da quella che il mondo conoscerà, un brano dall’accompagnamento lineare bastato su una languida linea melodica à la Cure e un tastierino malfermo. Il resto non c’entra nulla, s’alternano potenti affondi Pere Ubu come Notes (sirene, tastiere robotiche, scarna batteria hardcore) e sottoboschi urbani come FramesFramesFrames (drum machine d’antan, aplomb Suicide) o Alienation (ancora tastiere, ma questa volta primi Human League, declamare lydoniano, compagine wave-rock d’ordinanza). Un andirivieni di idee che trova nell’underground della Big Apple un faro e la migliore ispirazione per la chicca Mirror, title track dalla forza spastica e lacerante, doppiata infine da un’altrettanto scabra In Love With The Underground, quattro minuti di collasso post-punk, un tritacarne di chitarre, grazie anche al remissaggio di Kid 606.
I Rapture sono un enigma: dispersivi e senza compromessi, eppure anomali, specie per quella voce à la Smith di Jenner e quel brano, Olio. È forse questo episodio ad attirare l’attenzione di Tim Goldsworthy e James Murphy, due ragazzi allora sconosciuti che presto la Grande Mela conoscerà, due neoproduttori che pare sappiano esattamente come operare sul cuore della band. Non ci metteranno molto e un bypass funzionerà perfettamente: un congegno dancehall punk asciutto cresciuto a funk, lo stesso sul quale sono impegnati su altri fronti anche LCD Soundsystem (il combo di Murphy) e l’etichetta che vedrà la luce di lì a poco, la DFA. È nata una partnership che, fin dagli esordi, si presenta esattamente come l’aggiornamento della vicenda McLaren-Westwood con i Pistols. I Rapture si sfaldano per poi ricomporsi. Subiscono un cambio di line-up (i due storici rimangono, subentrano il bassista Matt Safer e di li a poco il sassofonista Gabriel Andruzzi) e si trasferiscono a New York. Firmano per la Sub Pop e iniziano la terapia.

Il nuovo corpo è pronto l’anno seguente quando esce l’eppì Out Of The Races Onto The Tracks (Sub Pop, 21 maggio 2001). I Rapture sono un’altra cosa. Con la sola The Jam a presentare strascichi del passato sottoforma di ralenti e decadenza, delle tastiere mefitiche di Mirror non vi è traccia, come anche le pose Cure sono ridotte all’osso. Ora il gruppo suona un cazzuto rock chitarristico, iconoclasta e privo di incertezze proprio come sarà quello dei nostrani Disco Drive anni più tardi. A farla da padrone la dance-funk à la Contortions della divina Out Of The Races And Onto The Tracks, l’avant punk di The Pop Song e il post-punk con vezzi tribal, meringhe El Guapo e merluzzi Liars di Confrontation (con vocalizzi pre House Of Jealous Lovers). Di fatto tutti i crismi del caso suonati con chitarre sbilenche ma taglienti come lame, batterie secche ma dritte e abilmente sincopate.

Il solco è tracciato, lontano dai successi commerciali di un Is This It? (The Strokes). Eppure non ci vorrà molto perchè un solo brano spazzi via tutto. Nel 2002 i Rapture accettano di pubblicare Olio riarrangiato in versione early house. È l’antefatto di un’abile tela del ragno tessuta da Goldsworthy e Murphy. Poi è la volta di House Of Jealous Lovers, l’asso nella manica, quel mito che, come in un tipico corso e ricorso del rock, fu in primis negato e poi approvato dalla band. Il manichino Rapture cambia vita per l’ennesima volta, ma ora l’appuntamento è con la storia. Perfetto trait d’union tra dance e punk, il 7’’ House Of Jealous Lovers (DFA / Output, 3 marzo 2002) è uno shock che sarà offuscato soltanto da Seven Nation Army dei White Stripes (marzo 2003). Roba potente, di quella che rende le prove seguenti dei piombi al cuore.
Dopo ogni singolo bomba c’è la prova del long playing.

Patrocinato dai DFA, tra timori e speranze, il fatidico lavoro esce in ottobre e ha tanti riflettori puntati quanti le penne avvelenate che lo attendono al varco. È il minimo che poteva capitare. Echoes (Vertigo / DFA, 8 settembre 2003) è un frittomisto, ardito, plastico e prostituto come poteva esserlo un appiccicoso inno house, eppure ricco di spigoli e testosterone che ne fanno un piccolo grande fenomeno, futile ma fortemente conturbante. C’è dell’house chicagoana e del Madchester e ci sono pure delle ballate che non c’entrano nulla né con il passato né con la new wave; piuttosto è roba tragicomica, glam. La carne al fuoco è tanta e gli equilibri non prevedono il fine tuning. Olio remissata - di cui si diceva - è scelta come apertura: adatta il vocalizzo di Robert Smith alle ritmiche di Chicago, infila mestizia nel ballo creando un effetto spiazzante ma funzionale. Poi si ritorna dalle parti della wave tout court con una Heaven per Gang Of Four in estasi declamatoria, in seguito il sussulto dance è tutto per Sister Savior, altro gioiello del dancefloor 70 e New Order, mentre I Need Your Love innesta extrasistole improv-jazz. Il falsetto di Open Up Your Heart s’aggrappa addirittura al tema ritmico della bowieana Five Years, e il lento melanconico Infatuation chiude l’album con un altro fuori programma in punta di piedi. (7.5/10)
Concluso l’ascolto, qualcuno sentì odor di bruciato (e come dargli torto), ma la prova è abbondantemente superata, seppure nel sospetto che senza i DFA il marchio Rapture avrebbe prodotto un album molto diverso, magari alla Ikara Colt, chissà.

Che i Rapture fossero una band-manichino, con il gusto per l’effimero ma senza fondamenta, il pubblico e la stampa lo avevano compreso già all’uscita di Echoes. E difatti a tre anni (luce) di distanza, con Pieces Of The People We Love (Vertigo - Motown / Universal, 12 settembre, 2006), Jenner e co. ci regalano un lavoro coerente su tutto tranne per quegli aspetti che avevano esaltato in precedenza indie rocker e club addicted.
I cimenti sono ancora quelli della disco-punk, eppure la tracklist si caratterizza per un revival Ottanta dai patogeni wave ampiamente vaccinati. L’house d’antan di Olio e la forza abrasiva di House Of The Jealous Lovers hanno lasciato il passo a un suono in scatola dove sbuca proprio di tutto, dagli assoli di chitarra Santana agli urletti Michael Jackson (!).
L’appeal dance acquista svariati volti e gli artefici dell’operazione questa volta sono Paul Epworth, Ewan Pearson e il famoso Danger Mouse. Cambio di produttore e cambio d’abito, ma il lifting pare quello di casa Supersystem, con lo switch a cambiare da una genuina wave Settanta alla “corruzione” degli Ottanta.
L’album proietta una curiosa timeline: da una parte il pavimento con le luci di Abba e Bee Gees, dall’altra il pop dell’era Duran Duran circa ’84. Al centro, il gracile p-funk sballottato come in mezzo a un gruppo di quarterback, con la sola rock ballad Callin Me a ricordare la prova precedente. Stucchevole e naïf, il singolo Get Myself Into It è comunque uno dei frutti migliori del nuovo corso. I Rapture sembrano catapultati nella disco di Tony Manero con i capelli dei primi U2. E di fatti c’è molta grandeur à la Bono da queste parti, anche se non certo quella di War, anzi è come se il pubblico prescelto fosse quello - immaginario - di Pop.
Buttando in faccia all’ascoltatore un handclapping à la Adam Ant su un canovaccio strofa-ritornello debole e ruffiano, è un brano come Pieces Of The People We Love a fornire tutte le risposte del caso. Per il peggio c’è sempre posto: ci pensa First Gear, un post-punk alla ricerca del DFA sound che finisce per diventare un pasticcio canoro da boy band. Ma che dire dei Primal Scream in discoteca di Down For So Long e della inutile Live In Sunshine tra Stone Roses e Beatles? Lasciamo perdere… (5.0/10)