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La cosa che ti manca se vivi in una città come Milano è trovare qualcuno che ti racconti, con un po’ di sacra e sacrilega poesia rock’n’roll, la dimensione urbana e la vita dei pischelli che ci abitano. In giro invece si trovano soltanto noiosi menestrelli che con la loro pessima chitarrina e la loro monotimbrica voce spaccano le palle retoricheggiando contro la città da bere o raccontando la triste storia dell’immigrato Magdi che è venuto dalla Turchia a fare i kebab, e s’è trovato l’inflazione e una crisi della Madonna e non pensava che fosse così dura, la vita, qui. Poverino, dico io, ma Santissimo Nume Protettore Di Noi Ragazzi Comuni, qualcuno che parli il nostro stesso linguaggio con un po’ di stile non si riesce a trovarlo in questa desertica Italia?
Per fortuna ci sono The Rakes, che però vengono da Londra e raccontano la loro, di città. Suonando come solo i brit sanno fare, visto che c’hanno il rock’n’roll nel sangue, loro. E cavalcano la nuova british invasion fatta di cravattine & Talking Heads, si pestano un po’ i piedi con i vari Bloc Party e Franz Ferdinand, e alla fine fanno uscire un album che non fa gridare al capolavoro, ma spettina come neanche una turbìna dentro i capelli. Sì, perché io me lo chiedo dove altro lo si trova un gruppo che ti fa suonare le chitarre a giusta miscela tra funky e post-punk, con una sezione ritmica composta e massicia e questa voce che sembra venire direttamente dalla tomba di Ian Curtis. Che ti canta, prima, “In the city it's alright” fino allo sfinimento, e poi, quasi fosse un crooner navigato, inizia suadente a baritonare “You are not an open book/I can't do nothing 'bout that ”.
Insomma, ce n’è da ballare e da farti venire voglia di correre al primo loro concerto, quando passeranno di qui. Innanzitutto perché Retreat e We Are All Animals non sono due pezzi che si dimenticano facilmente, e vi sfido a stare fermi e piantati nelle vostre All Star quando li attaccheranno; poi perché tutti gli altri brani, sebbene non raggiungano mai le vette di hit ormai consacrate come la franzferdinandiana Take Me Out, sono caratterizzati da un power pop post Wire assolutamente fico, il quale è d’altronde prodotto da Paul Epworth, già con gli ultra-leccati-ma-con-stile Maximo Park.
Bene. Conosciute le coordinate, sapete dunque che cosa vi aspetta se inietterete nel vostro sangue questo Capture/Release, che è proprio come il suo titolo: un album gonfio di presente, pieno di vita normale, comunicativo perché urbano e quotidiano nella forma, ma anche pensato nel contenuto. Magari non originale, ma vero. E poi come si fa a non innamorarsi di un gruppo che in Strasbourg, la canzone che apre il disco, canta “Our children must have rock'n'roll”? Cioè, io mi innamoro. Voi non so. (7.2/10)

Ritornano in città i Rakes, non più sotto l’ombrello dei Franz Ferdinand e Bloc Party ma forti di nuove amicizie che promettono emancipazione e prospettive. Certo, lo sapevano loro per primi che con 22 Grand Job (o il punk berlinese di Strasbourg) sarebbero rimasti soli in piazza. Loro e quella marea di ragazzini alla moda con il cravattino rimasto impigliato nelle porte di una metro in corsa. Albione si muove veloce e per il 2007 vuole le grandi produzioni, e se non sei Pete Doherty, il basso metallico e l’amfetamina non contano più. I Rakes non hanno bisogno di chiederlo a Ricky Wilson per saperlo, vogliono innanzitutto maturità e per questo si sono organizzati: con Jim Abiss (Arctic Monkeys, Kasabian) e Brendan Lynch (Primal Scream, Paul Weller) in produzione, hanno pulito, addensato e bilanciato un sequel maggiormente strutturato, tenendolo ad ogni modo sul filo di quello stile e quella strada che poi sono il cuore della faccenda.
I nuovi messaggi sono pastiglie wave a retrogusto teutonico (noir per quanto possibile), più composti e per questo meno debitori delle mossette spastiche di Ian Curtis. The World Was a Mess But His Hair Was Perfect aggancia con il passato angular, ma una detonazione prima trattenuta non verrà mai rilasciata: è un buon sentiero, al posto delle pose punk à la The Guilt troviamo un aplomb narrativo più Liverpool che Manchester, vocalizzi più romantici e una coolness non troppo ostentata. Nel caso di Little Superstitions il gioco funziona, ma da altre parti la scrittura traballa (il singolo We Danced Together dal ritornello banalotto, Suspicious Eyes con l’espediente rappato). Convince al contrario il riciclaggio creativo a base di riff Franz Ferdinand e controriff Arctic Monkeys di Trouble, complice freschezza e un grande interplay chitarristico. E molti difetti infatti si coprono in fase d’arrangiamento, con la firma di produzione in costante switch crudo/morbido. Il merito è di Jim Abiss, uno bravo, in grado di far girare il mulino anche quando si macina poco (Down With Moonlight), oppure quando le sementi sono quelle dei Police (When Tom Cruise Cries) …e c’è poco da cantarci su (se non un tentativo di prosa à la Curtis). Sempre in produzione, s’apprezzano gli inserti elettronici: minimi ma perfetti per tingere le trame londinesi tra cielo e cemento. Accade anche in Leave The City and Come Home dove finalmente voce, testo e arrangiamenti lievitano e catturano. È questa la traccia più bella (assieme all’opener), una ballad con smalti Mercury Rev che si ricorda, forte persino di uno slaking à la Damon Albarn (ci credereste? In effetti c’era pure nella precedente e bella Time To Stop Talking). Il vestito non è tutto, ma non darei i ragazzi per spacciati. Stanno crescendo. (6.5/10)