Dopo una vita da produttore, collaboratore, saltimbanco della scena di San Diego, Rafter Roberts esce allo scoperto col suo nuovo disco. L’occasione per ripercorrere il suo recente passato, per non rischiare che rimanga trascurato.
Black Heart Procession, Castanets, The Fiery Furnaces, Pinback; questi e altri i nomi con cui si usa nel giro presentare un personaggio di San Diego, tal Rafter Roberts. Si dice sia un veterano della sua scena, che tutti lo conoscono perché ognuno di loro ha goduto della sua preziosa collaborazione, da produttore, da musicista, da gobbo suggeritore.
Tradizione vuole poi (seppure si tratti di tradizione che nasce e muore con la clessidra del pictionary) che tutti gli amici di San Diego che conoscono Rafter e gli vogliono bene hanno offerto il loro gentile appoggio ai dischi del Nostro, e del suo gruppo precedente, i Bunky, in condivisione con quello scricciolo impudente che è Emily Joyce.
Di fatto il Roberts viene apprezzato anche dal Sufjan, che nella sua etichetta (la Asthmatic Kitty) lo ha accettato come un bambino alla mammella di lupa. E allora in data 2005, dopo una serie di live che pare sia quantomeno limitato chiamare indie-pop, viene alla luce Born To Be A Motorcycle dei Bunky – per la Asthmatic, appunto –, disco adulto e infantile insieme, carrozzone a base pop e sovrastrutture bellicose, creatività e sconnessione, inserti di rumore comic-core, propaggini dell’indie che in California certo non sono cosa nuova (i Deerhoof sono la prima carta del mazzo, ma anche, tra la scena che ne è seguita, i divertentissimi giapponesi Limited Express). In più, abbiamo soluzioni di fiati e trombettismi che ricordano i Mr. Tube (posteriori di un anno) del cuore nero Jenkins, peraltro scaturiti dal medesimo milieu.
Si alternano divertissement dove Emily abbaia (Boy, Girl) o procede da gagliarda riot ragazzina (Baba), temi Beck-iani per banda di paese e chitarra distorta (Yes, No), fino a quella chicca (tra le altre) che è Funny Like The Moon, un incrocio tra surf-punk e una trasognata mazurca, con uno svincolo della voce di Rafter (che recita ancora “I wanna be a motorcycle”) sulla stradina percorsa dall’usignolo swing di Emily.
Il tutto, il che è cosa ben importante, non dà mai l’impressione di voler essere ricercato (6.8/10). Una caratteristica che Rafter si porterà appresso.

E così l’anno appena trascorso Rafter Roberts esce con 10 Songs, disco solista d’esordio. Il nostro perde il fanciullo caciarone ch’era nei Bunky; ma la seriosità non matura in un solo anno, perchè le tracce di 10 Songs - “sorpresa!” - sono datate tra il 1998 e il 1999, architettate e assemblate nel suo garage (secondo una mitologia diffusa, “con pochi mezzi”) e poi tenute nel cassetto (degli attrezzi); ciò, col senno di poi, l’unico disponibile, non lascia indifferenti.
Si possono allora tentare due chiavi di interpretazione: da un lato l’abilità con gli arnesi del mestiere di produttore preannunciano gli esiti del lavoro successivo; Rafter fa bella mostra – ma mai ostentata con spocchia – della facilità con cui gioca con la drum machine di Whiskey For Water, stravincendo – per un brano quasi-sincopato dalla ritmica tastieristica che ricorda persino Oh Yeah dei Can; e la batteria in primo piano di Stars, apparentemente slegata dalle altre componenti dell’arrangiamento, lancia un ponte diretto con l’album successivo.
D’altra parte, date alla mano, questa estetica di pop-folk farcito e reso eccentrico in produzione e strumentazione, questo indiepop complessificato da layer produttivi (si veda l’insoluta solitudine di “F” For Reach) ci ricordano esperimenti ben più recenti (Tunng?) e disinvoltura di talenti quasi conterranei (Elvin Estrela, in arte Nobody). (7.0/10)

Ci aspetteremmo allora un’ordinata limatura produttiva, un nuovo caso di folktronica, e invece Music For Total Chickens è più eccentrico che mai, al limite della schizofrenia. Rafter riesce a mangiarsi ancora una volta la sua storia e la sua coda (questa volta i brani vanno dal 2003 al 2006), torna a umori ormonali alla Bunky (Tragedy, Unassailable) e anche ad atmosfere umorali alla 10 Songs (Hope).
Si produce in narrazioni rumoriste che ricordano gli innesti fatti dagli Xiu Xiu (Encouragement); a volte la sconnessione tra ritmica e armonia, i tappeti batteristici sconnessi (Intent), fanno pensare dritto dritto agli Storm & Stress di Under Thunder And Fluorescent Light, legame non ricercato, ne siamo certi.
Anche qui si lavora sodo su shifting enunciazionali (Gentle Men); la retorica messa in risalto è la competizione tra lo sviluppo dei brani e gli escamotage produttivi a mettergli i bastoni tra le ruote. Si rischia la frittata, di non poter seguire fino in fondo, pur armati di pazienza. Ma Rafter dà all’ascoltatore due cose, fondamentali: divertimento e curiosità; a conti fatti sarebbe da polli dare a questo disco meno di (6.9/10), punteggio non pieno, come la pienezza ci è negata dalla sua opera. E – fuor di metafora – per il numero dei brani, forse troppi. Ora attendiamo la prossima prova. Si sa mai che Rafter Roberts esca dal cilindro canzoni celate da chissà quanto, oltre a un paio di galline.
Una curiosità: a latere di Music…, Rafter ha indetto un concorso per giovani cineasti – giudicati dal pubblico di YouTube, insieme ad Arto Linsday, Peaches, e Sufjan Stevens – per realizzare il video di una canzone. Degna conclusione, come l’accostamento dei giurati è degno dell’anima dell’album.