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Radar Bros

di ©2005 Edoardo Bridda e Stefano Solventi
Compiaciute sonnolenze. Bucolici eldoradi. Dall'omonimo album all'ultimo The Fallen Leaf Pages, radiografia di un gruppo a un passo dal piedistallo degli indimenticabili.
Foto: Radar Bros

Splendide inanità e piccoli gioielli. L'arte dei Radar Bros.

Quante volte ci siamo scontrati armati l'un contro l'altro riguardo a generi come slow-core, sad-core, nu-folk, psych-folk, depressive country? In quante occasioni abbiamo avuto la tentazione di depennarli tutti dopo aver ascoltato il millesimo gruppo derivativo, il milionesimo album monocorde e la miliardesima canzone dai testi e arrangiamenti ripetuti all'infinito? Eppure li abbiamo difesi, giustificati e compresi altrettante volte, trovando nella monotonia delle produzioni una tensione genuina verso un ideale, nell'essenzialità degli accordi quel che di autentico, assumendo i brani non come punti terminali dell'espressione ma piuttosto come stazioni d’un percorso esistenziale più ampio, giocato sul filo di una tradizione scomparsa, sradicata, svuotata.

Eppure, il passato è lì, di fronte ai nostri occhi: impossibile esaltarsi di fronte a prefissi come il post o il nu, etichette vacue di una contemporaneità ancor più evanescente i cui stilemi e suggestioni non sono altro che deriva di quel qualcosa di consistente che fu. Del resto, l’ombra lunga del vecchio folk, il padre da cui oggi smozzichiamo molliche di pane, è anziano e noioso. Proprio come sono pesanti e barbose le polemiche che ne contraddistinguono l’ossatura: il nuovo come insoddisfacente e il vecchio come inimitabile e (ciò che è peggio) irripetibile; il nuovo come sinonimo di estetica emula e contingente, il vecchio come sinonimo di sintesi e spontaneità, di talento e perseveranza. Non esistono categorie critiche e sociali inoppugnabili, eppure queste stanche dicotomie sono tutt'ora un punto di partenza valido per parlare dei Radar Bros., creatura splendida e inane del chitarrista Jim Putnam (Medicine, Maids of Gravity), attiva dal lontano 1994 e giunta all'esordio discografico due anni più tardi. La band sforna quattro album da allora al 2005: la prima metà caratterizzata da un folk al ralenti di derivazione Slint e Codeine sulla scia di Low, L'Altra, Oldham, Early Day Miners e Molina; la seconda alla ricerca di un bucolico eldorado floydiano all'insegna di un intreccio fortemente imperniato su alcune delle suggestioni che hanno reso celebri album come More (Capitol, 1969), After The Gold Rush (Reprise, 1970), Meddle (Capitol, 1971) e Harvest (Reprise, 1972).

Copertina: Radar Bros (Restless, 1996)

A differenza dei colleghi, il folk del gruppo non è mai troppo scarno e soffertamente intimista, anzi si caratterizza e si fa valere per alcune gentili venature psichedeliche. Sarà così fin dal primo omonimo EP per la Fingerpaint Records (che due anni prima aveva pubblicato tra le altre cose un album della serie anti-folk di Beck), mentre quelle stesse suggestioni troveranno una forma più copiosa l'anno successivo, in occasione del primo full lenght (Radar Bros, Restless, 1996) che il gruppo inciderà a Atwater, un paese vicino a Los Angeles, presso lo Skylab Phase III di proprietà dello stesso Putnam (lo studio diventerà la base fissa per i Radar Bros. che da qui in poi registreranno tutti i loro album). È un brano come Stay a dar lustro alle 12 composizioni, una scelta che è già manifesto di un'estetica in decelerazione costante che contempla alcuni tipici refrain e dimesse melodie agrodolci. E con lo slowcore lasciato dietro l'angolo, le chitarre elettriche con la spina staccata, i piccoli gioielli dell'album non tardano a farsi riconoscere: in On The Floor e This Drive troviamo abili accenni di rock acido e desertico, in We're Over Here scampoli agresti della vecchia California, in Distant Mine accenni di quella psichedelia aliena che fiorirà in Deserter’s Songs (Mercury Rev), e in Goddess un (non) dichiarato omaggio a Brain Damage (da Dark Side Of The Moon). Fatto salvo per i soddisfacenti inneschi emo di Capital Gain, sono tutte tappe di un unico viaggio condotto con il medesimo passo dolente dal falsetto di Putnam, sempre sublime nell'intonazione, gentile e garbato nelle movenze, sognante e delicato nei testi. Suo lo stampo vocale che dà il la a queste semplici strutture armoniche, e quel caratteristico modo d'impostare la voce come se fosse un David Gilmour che pensa a Neil Young e viceversa.

Copertina: The Singing Hatchet (Philips Media, 1999)

Ma il richiamo a questi colossi è anche alla base di una serie di ingombranti rimandi cui il cantautore e il suo gruppo cercheranno, con ogni probabilità, di porre rimedio prospettando per se stessi un viatico tra stilemi psichedelici in costante perfezionamento e una ricerca del senso della provincia e della famiglia al limite del metafisico. (6.8/10)

Tra venature pascoliane e contorni (ben delimitati) di siepi e la lezione di Oldham, Pajo e Molina ancora far da ombrello, The Singing Hatchet (Philips Media / Chemical Underground, 1999), secondo capitolo della saga, segna un traguardo di forma ma anche un passo indietro in termini melodico-arrangiativi: a cambiare non è il format, che passa da un compiaciuta sonnolenza a una cocciuta ricerca di compiutezza; ma la qualità dei brani, deboli e troppo simili l'uno all'altro. A parte un paio di eccezioni, nelle quali l'obbiettivo peraltro pienamente riuscito è quello del sing-along (si tratta delle ballad Shifty Lies e Shoveling Sons e in un certo senso Find The Hour caratterizzate da strutture più convenzionali strofa/ritornello con tanto di bridge da cantare in coro), l'album rimane una sedia a dondolo dei ricordi (All The Ghosts), un ondeggiare d'innocue cordialità, soffici meriggiate (la bella The Be Free Again) e cadenze californiano-messicane (si legga alla voce Calexico sotto bootleg) dove non mancano gli sbadigli (You're On An Island, The Pilgrim, Tou've Been Hired, Five Miles). (5.0/10)

Copertina: And the Surrounding Mountains (Merge, 2002)

Pare che Putnam, a fronte di un’ottima conoscenza degli elementi floydiani, abbia voluto approfondire la lezione di Young e pervenire a una sintesi. L’album è dunque un lavoro di transizione, una sorta di esercizio mirato all'assimilazione degli stilemi che ancora mancano a una formula cercata con dedizione e tenacia: un'alchimia che prenderà il nome di And the Surrounding Mountains (Merge / Chemical Underground, 2002), un album memorabile che ha mandato fuori giri i media e definitivamente stampigliato il nome Radar Bros. sulla mappa. Sminuzzando le impronte omeopatiche di ballate sognanti e valzer in punta di tramonto, i Radar Bros azzeccano così una forma compiuta in perfetto equilibrio tra nobili istanze desertico-psichedeliche e fruibilità folk/pop. Il sound acquista una propria tridimensionalità e Putnam, assimilati pure gli stilemi di band quali Byrds e Beach Boys, risulta incisivo ed evocativo come non mai. Così l’album spicca il volo, specie nella seconda metà con Camplight (avvitarsi psichedelico in grado di sublimare certi registri morbidi della West Coast con la visione cosmica dei Pink Floyd), Mothers (esplicito omaggio alla maestria melodica dei King Crimson, tra barbagli radioattivi e la fragranza quasi hip hop della coda), Mountains (ruspante lavoro del quattro corde tra decolli di synth, gelatinosi tempi dispari e allibenti sovrapposizioni vocali) e la conclusiva Morning Song (allucinati bordoni floydiani, lo svolgersi torbido e dolciastro dei migliori Alan Parson Project).
Del resto, l'epica solenne e dimessa, l’ossessione per alcuni quadretti distrattamente watersiani in orbita attorno a una medesima ossessione elettroacustica in tre quarti (Rock Of The Lake, Still Evil, Uncles, This Xmas Eve), l’intagliato carezzevole e la sdrucciolevole cura, riportano ancora una volta alla spina nel fianco di una band matura, a tratti splendida, eppure in costante rischio d’innocuità trasformano quello che poteva essere un classico in un buono, buonissimo, album da cassetto. (7.1/10)

 

Copertina: The Fallen Leaf Pages (Merge, 2005)

E con questa incapacità di compiere il balzo decisivo sul piedistallo delle indimenticabili, sotto la medesima lente giallognola che confonde i dettagli e respinge gli effetti/affetti, tre anni più tardi, la band di Putnam ritorna con The Fallen Leaf Pages (Merge, 2005 - Chemikal Underground / Audioglobe, 27 febbraio 2006). Fisiologicamente diurno, affetto da una malinconia adulta, docile e trasognata, l'album non poteva che essere in continuità con il precedente. Così, smorzato di un quanto il fattore epico-desertico (You And Your Father), resuscitate le sovrapposizioni tra i refrain ariosi e sintetiche languidità, l'accento è posto sulla scrittura. Sono le liriche, cantate con una maestria oramai imbattibile - un tutt'uno con la lezione di Gilmour-Young-Wilson-Crosby - a sorprendere e affascinare. Vedi le iniziali Faces Of The Damned (chitarra acustica a penzoloni, organetto liquoroso, chitarra calibratissima a sorpresa), To Remember (piano maliconico, superlativo arrangiamento vocale), Papillon e We're Not Sleeping (scocco di campanellini, passi di pianoforte ben candenzati). Eppure, tolto un mezzo miracolo più avanti, la qualità delle restanti tracce scende progressivamente.
Ancora una volta è un peccato, specie quando a circa metà strada una Dark Road Window – il miracolo di cui sopra - dall’arpeggio molto Dear Prudence s'impossessa di una melodia azzeccatissima generando un autentico miraggio e probabilmente la miglior canzone dei Radar Bros. Dopodiché l'incanto si rompe: Like An Ant Floating In Milk (lenta e radioattiva per voce wyattiana) non convince, Is That Blood sdrucciola, Show Yourself non scuote, Sometime, Awhile Ago pare di averla già sentita una volta di troppo, come accade per la girandola da singalong The Fish. L'ammaliante Byrds-iana Breathing Again salva in parte il consueto gradevolissimo svacco sul divano di pellaccia ‘70. (6.0/10)

copertina
  • When Cold Air Goes to Sleep
  • Warm Rising Sun
  • Happy Spirits
  • Hearts of Crows
  • On Nautilus
  • Hills of Stone
  • Lake Life
  • Watching Cows
  • Pomona
  • A Dog Named Ohio
  • Brother Rabbit
  • Morning Bird

Auditorium (Merge, febbraio 2008)

di Edoardo Bridda

Facciamo che arrivati qui o si scrivono delle canzoni oppure si crepa. Niente riflessi dal prisma di Dark Side Of The Moon ma raggi diretti, canzoni ben scritte, acqua necessaria al mulino di una band che possiede la stazza e la saggezza dei grandi gruppi dei Settanta ma per qualche volontà – propria più che altrui – non è riuscita a toccare le stelle ma le ha accarezzate per lungo tempo.

Quindici anni sono un sacco di tempo per stringere tra le mani la solita recensione con i medesimi luoghi comuni stilistici (i Radar Bros fanno psych folk, folk psych, gentle psych. Si ispirano a Neil Young e i Pink Floyd, i Crosby e  i Wyatt e pure i Mercury Rev). Necessario dunque un album solido, soprattutto dopo lo scioglimento dei fratelli d’arte Grandaddy, indimenticati lumicini di una gloriosa tradizione, come necessaria una certa disillusione riguardo una band dalla quale ci si aspetta la  consueta testa china e mano sul cuore, qualche piccolo segreto melodico e quella innata capacità d’arrivare alla polpa in punta di piedi senza applausi a scena aperta, con commozione e senza lacrime.

Auditorium è proprio questo. Pagando il pegno di una sardonica quanto proverbiale amabilità, l’album pare sospinto da una sottile brezza rigenerante. E non è questione dell’abile alternanza del piano (come del synth) alle chitarre indie (vengono in mente altri defunti, i migliori Black Heart Procession), dell’oniricità del disco (sospeso tra natura, risvegli e animali del West), piuttosto l’ottima grana di un egregio Putnam. Due grandi liriche da consegnare alla storia del genere per lui (Pomona, Warm Rising sun e quella Hills Of Stone in odor di una vecchia canzone del figlio di Lennon Julian, qual è?). Tre gioielli indie per un dodici arrangiamenti semplicemente perfetti. E una qualità media molto buona. Grandi mediani i Radar Bros, inutile aspettarci il discone ma Auditorium  va direttamente accanto a And The Surrounding Mountains in collezione. (7.0/10)