
Che siano le estati senza pioggia di Hue, le memorie che fanno rumore di Kinetix, le dediche ad Alan Lomax di Fabio Orsi, o ancora le musiche dei vari Ielasi, Rinaldi, De Gennaro, Borrelli e i regali ad Etero Genio, la scena italiana dell’elettronica di ricerca e dell’elettroacustica di frontiera è ormai una realtà solida, tangibile, personale, appassionante. Adriano Zanni, Punck, fa parte di tutto questo. Da un lato distribuisce suoni altrui attraverso la meritoria net-label Ctrl+alt+canc, dall’altro – ed è la parte che ci interessa ora – crea in proprio ricercatissimi lavori di creativa ambient music.
Approdato per l’occasione sulla portoghese Creative Sources, per il suo secondo disco Punck trova un’intestazione quanto mai calzante. Perché di questo si tratta: migrazioni costanti tra la realtà e la finzione. Un titolo che parrebbe perfetto per un’ode alla sala cinematografica e che per la natura stessa dell’operazione traduce perfettamente la suggestione primaria di questi luoghi e di come questi luoghi “suonano”.
Le costruzioni di Punck sono assemblate con elementi variabili di elettroacustica, microwaves, concretismi, drones. Nei vuoti abissali di A Constant Migration, Passaggi, percorsi, aperture o ancora della splendida Hagakure (II, 105) , l’ascolto diventa un avventuroso percorso con la benda sugli occhi. Una tappa silenziosa per tastare la realtà delle cose e tradurre con la nostra coscienza quello che crediamo di intendere. L’ascolto acusmatico di cui parlavano i teorici della musica concreta e che concentra l’attenzione sulla natura primaria del suono, vede qui una delle sue rappresentazioni più brillanti. L’abbaiare di un cane, un sospiro femminile, il dialogo di un film, un cinguettio, dei gabbiani, e mille altri dettagli dialogano con la “voce narrativa” del laptop per creare una realtà virtuale impenetrabile, che tende a nascondersi e a rivelarsi piano piano, timidamente.
Quando tutto questo viene assemblato al meglio, Punck non ha nulla da invidiare a più celebrati esteti del suono come Loren Chasse e Steve Roden, mentre il mastering di Hue enfatizza un retrogusto per certa dark ambient di matrice industriale, dando un tono particolarmente metropolitano al disco. All’interno del cd, una dedica: “Dedicato a chi ha viaggiato con me verso il centro dell’universo”. A chi ha viaggiato e a chi viaggerà avendo questa colonna sonora. (7.4/10)

Metà Jodorowsky, metà trekking dell’animo. Flusso di coscienza in presa diretta + rielaborazioni postume da parte del duo Paolo Ippoliti e Laura Lovreglio (Logoplasm) e di Adriano Zanni, a.k.a. Punck. Drunk Upon Thy Holy Mountain consiste di una unica, lunga traccia in cui i suoni trovati durante un weekend dell’estate 2007 vengono stravolti e ricombinati sino ad essere irriconoscibili e tramutarsi in un qualcosa di nuovo. Un flusso sonoro melanconico, un’onda che monta sino a dilagare, un ritualismo astrattamente concreto nel piegare la quotidianità del sibilo del vento o dello scampanellio delle mucche al pascolo, del cinguettare placido di uccelli o della meccanica voce di un navigatore per auto ad una forma di poesia sonora in continuo divenire.
Un percorso meravigliato, un trekking interiore. In cima alla montagna si trova lo sfinimento dell’estasi, l’appagamento di ogni senso, la naturale fusione con e nella Natura. E ci si sente ubriachi di cotanto sentire. (7.0/10)