Come l’edizione del 2005, anche quest’anno il Primavera Sound è stato segnato da buoni, quando non ottimi, concerti di “vecchie” band - riunitesi apposta di recente o comunque concentrate sul classico repertorio -, di nomi storici dell'indie colti al loro apice, e di act freschi, chiamati alla prova del fuoco sul palco dopo le, spesso convincenti, uscite discografiche. Anche il popolo dance, per il quale il Primavera era nato inizialmente, ha potuto godere di un programma fitto di dj e culminato con la performance di Ellen Allien e Apparat, e al solito, uno stage apposito ha visto avvicendarsi un’altrettanta miriade di emergenti spagnoli. Il tutto, ancora una volta, all’insegna di una proposta che, aldilà di barriere temporali e di genere, fa della qualità il suo maggior vanto, senza facili concessioni: un festival sempre più funzionalizzato, che fagocita più che può da tutto il mondo, restando comunque fedele al dogma che esclude gli act ultra-mainstream. Nei limiti di quanto ci è stato possibile assistere, ciò che segue è un resoconto -a mo' di diario a più voci - dei tre giorni di spettacoli, svoltisi anche quest'anno nella splendida area del Forum in un format in tutto e per tutto simile a quello passato: sei palchi attivi quasi in contemporanea, per un’alta differenziazione della proposta.

I concerti di oggi si svolgono solo su due palchi, l’anfiteatro Rockdelux Vueling e il più contenuto Danzka Cd Drome; in ogni caso, la location è sempre splendida, la birra lascia ancora a desiderare, l’organizzazione è comunque impeccabile (a parte la gestione ambigua dei ticket-pasto/bibita tipo Festa dell’Unità), le misure di sicurezza da banca svizzera...

Appena arrivati sfioriamo il live dei Drones: tre ragazzi casinari e stilosi quanto basta, con canzoni “toste” in stile Sub Pop primo periodo. Divertenti, nulla più, così ci dirigiamo all’altro palco per non perderci i Castanets. Come prevedibile, la freakerie è di casa: set minimal / elettrico, con interessanti inserti di tromba e banjo elettrico e un paio di (piuttosto prevedibili) code noise. Per un live più concentrato e meno dispersivo si è dovuto aspettare il finale del set, con due ballate simil-buckleyane. Raposa lo immaginavamo diverso, un po’ più Gary Higgins e meno Nikki Sudden; nel complesso, una mezza delusione.
Il tempo di un veloce cambio di palco ed è il momento di No Neck Blues Band: nonostante se ne sia già parlato, è sempre un’esperienza straniante assistere a una loro performance, per la naturale tendenza alla dispersione e al bizzarro apparato visuale. Dilatazioni free form che prendono l’aspetto di infuocate jam session, decostruzioni soniche della forma canzone (stavolta appena accennata), in una performance sciamanica tra percussioni - anche di oggetti -, chitarre minimali, tastiere, assoli di sax. Una gestualità rituale che fa della ripetizione ossessiva l’unica regola, con il pubblico a metà tra stupito e ammaliato.

Quasi in contemporanea, sul palco principale si consuma quello che si rivelerà lo show più divertente della serata, pur essendo l’evento meno “in linea” con il trend dell’avvenimento. È sempre uno spettacolo trovarsi di fronte Lemmy, il padre spirituale di tutti i truzzi del mondo, che pesta sul basso, fornito degli immancabili stivali e cappello d’ordinanza e di quell’immutata voce da camionista incazzato nero, mentre i suoi Motorhead (Mikkey Dee e Phil Campbell) incalzano. Il paragone con l’Iggy Pop dell’anno scorso viene naturale: ecco un’altra icona del rock, dura a morire, inossidabile nel suo archetipo. E il sig. Ian Kilmister risulta credibile nell’essere adorabilmente macchiettistico, come quando confessa che questo è il primo concerto che suona da quando ha compiuto 60 anni, o quando introduce cavalli di battaglia come Over The Top, o quando presenta brani dall’ultimo Inferno (2004) chiedendo al pubblico se ci sia qualcuno che abbia comprato il disco... In chiusura di set, prima un bluesaccio acustico, poi l’immancabile Ace Of Spades. Tutto prevedibilissimo, ma come poteva essere altrimenti? Pubblico soddisfatto e divertito, ecco quel che conta.
Intanto sull’altro palco ha da poco cominciato Why?, che si presenta accompagnato da due musicisti eclettici. Yoni Wolf tiene il palco molto bene, riesce a coinvolgere gli spettatori nelle sue storie senza risultare inopportuno, la sua miscela di hip hop, indie ed elettronica è davvero niente male, e i brani da Elephant Eyelash on stage, densi di vibrazioni Radiohead, convincono ancora di più: promosso.
Poco dopo si torna indietro al main stage per la pura curiosità di vedere in azione uno dei gruppi più chiacchierati, i Babyshambles dell’illustre drug kid Pete Doherty. Esibizione che conferma tutte le voci sul personaggio, nonché i peggiori cliché sulle rockstar maledette: inevitabili pose a parte, l’impressione è che questi ragazzi, pur dignitosi su disco, vivano un po’ troppo alla lettera l’avventura dello stardom. L’esibizione è indegna sia da parte di Doherty (praticamente afono, e quando suona la chitarra è anche peggio) che del resto della band: si inizia con un paio di brani dei Libertines, si termina con la hit Fuck Forever, in mezzo, il nulla, tra evidenti problemi tecnici (un guasto alla seconda chitarra che nessuno risolverà) e incapacità di gestire la situazione. Un disastro, a esser buoni…
Arriviamo così all’ultimo concerto di questa prima giornata, i ritrovati Yo La Tengo, che svolgono in modo eccellente il ruolo di headliner della serata, spaziando con efficacia da vecchi successi a brani nuovi dell’album atteso per metà settembre. Ecco che alle note Little Eyes, Stockolm Sindrome e Tom Courtneay si alternano, in una grande varietà di stili, cavalcate kraut in odore di Neu!, violenze chitarristiche Sonic Youth / Neil Young (il cui minutaggio spesso varca i dieci minuti), passando per pop song pianistiche, e un paio di ballate Velvet Underground. Ispirati, compatti, coinvolgenti, sanguigni: grande band (ma questo si sapeva già) e grande concerto, nonché ottima speranza per il nuovo disco.

Oggi è il debutto del palco principale del festival, l’Estrella Damm, un compito affidato agli Yeah Yeah Yeahs di Karen O. Avvolta in un vestitino dai colori sgargianti, in puro punk-geisha style, la frontwoman salta, ancheggia, urla e si dimena per un’oretta buona, l’impatto anche visivo è innegabile, eccezion fatta per qualche brano (sia l’ultima hit Gold Lion che i pezzi wave più feroci del primo album) che a lungo andare fanno prendere alla noia il sopravvento.

Sul palco più indie poco dopo ecco ritroviamo il “solito” Jens Lekman. Stavolta il Jonathan Richman svedese si è portato dietro una band tutta al femminile, sei donzelle poco più che adolescenti divise tra tastiera, basso, batteria e una sezione fiati di tromba, trombone e sax. Il repertorio viene riarrangiato sulla falsa riga di big band di pop orchestrale anni 50-60: ecco una rilettura caraibica di Happy Birthday, Dear Friend Lisa.., o una versione quasi soul di Do You Remember The Riots, frammiste al solito pezzo in solitaria con l’ukulele e un paio di brani nuovi, uno con Isaac Hayes a fare da padrino e l’altro somigliante al classico r’n’b Heatwave. Carino.
Sul palco principale si stanno esibendo i redivivi Killing Joke. Lo spettacolo è senza dubbio efficace, anche se la storica band pare aver aggiornato il suono dell’industrial rock metal ai canoni del nu metal, ma la scelta in questo contesto appare quasi un’evoluzione naturale. Colpisce la teatralità di Jaz Coleman in comunicazione con il pubblico, sorta di Alice Coper + Ian Curtis, un perfetto istrione, uno spettacolo nello spettacolo
È la volta di Isobel Campbell. La signorina ha indubbio carattere, è evidente anche sul palco lo sforzo di costruirsi un’identità artistica rispettabile all’insegna del country folk d’autore, ma alla lunga il suo set lascia più perplessità che altro. Anche se si è porta dietro una leggenda indie scozzese come l’ex Vaseline Eugene Kelly, la scelta di usarlo come “rimpiazzo” di Lanegan per i brani di Ballad Of The Broken Seas non convince affatto (e il loro estemporaneo duetto su Time Wastin’ di Johnny Cash e June Carter fa più che altro sorridere). Da questo punto di vista, la chiusura concerto con Son Of A Gun è però un momento da incorniciare.
Mentre Isobel imbraccia il suo violoncello, al Rockdelux è il turno di Richard Hawley. Lo show è brillante, in bilico tra gli amati fifties del norvegese Sondre Lerche (adorabile presenza dello scorso anno) e il crooning di Scott Walker, passando per la lezione di Neil Hannon, ovvero Divine Comedy (anche lui grande star dell’edizione del 2004), e naturalmente per le maniere dei Pulp. Eppure, a differenza di tutti loro, il cantautore si ritaglia uno spazio più rock, convincendo i presenti con una scaletta tra il mid e l’uptempo, con qualche momento dai sapori gilmouriani.

Si aprono, oggi, anche le porte dell’Auditori, ovvero il futuristico teatro al chiuso che ospita parte dei concerti. Tra gli appuntamenti, che hanno penalizzato non poco gli show pomeridiani di Final Fantasy e José Gonzales, troviamo in serata il set semi acustico dell’ex leader dei Tindersticks, Stuart A. Staples. Sul palco sono in cinque (i sodali Neil Fraser e David Boulter, e i nuovi compagni Yann Tiersen e Terry Edwards) a ricoprire quasi per intero le scalette dei due recenti album solisti, e il risultato live non è che la naturale prosecuzione del mood del gruppo. I presenti, accorsi numerosi, s’aspettano una gran performance vocale e sotto questo aspetto Staples non tradisce: timbricamente ineccepibile, sospeso tra i consueti umori romantico-melanconici e un compiacimento da chansonnier noir consumato , il crooner canta con tono limpido e sinuoso, romantico e adulto i brani di Lucky Dog Recordings 03-04 e Leaving Songs, risultando a tratti persino trascinante, concitato, cosa che nelle registrazioni accade veramente di rado. Il pubblico (anche il più esigente) applaude.
L’avvicendarsi dei concerti è serratissimo, e in contemporanea sul main stage è finalmente il turno dei redivivi, e molto attesi, Dinosaur Jr . La scelta di munirsi di tappi per le orecchie risulta più che saggia, visto lo spietato assalto di decibel. Il concerto si regge tutto sulla dinamica antagonista tra J. Mascis e Lou Barlow: tanto pacioso (ma comunque leader) il primo, tanto infuocato e bellicoso il secondo, che ha spesso dominato la scena massacrando il basso e urlando al microfono. Il live, breve ma tiratissimo, si è alimentato della tensione tra i due, mentre Murph si è rivelato batterista stratosferico, con una scaletta parecchio hard (una grande Kracked, un’infuocata Little Fury Things) salvo concessioni nel finale alle “hit” Just like Heaven e la sempreverde Freakscene. Poco dopo riusciamo, anche se di sfuggita, a seguire il live delle Sleater Kinney: l’impressione è quella di una band che gira meravigliosamente, con il drumming di Janet Weiss sugli scudi. Resta poco tempo per quello che si rivelerà l’act più atteso e celebrato di tutto il festival, quello dei Flaming Lips.

Uno spettacolo stupefacente, un carnevale in piena regola, con tanto di coriandoli, stelle filanti e palloncini lanciati al pubblico da un entusiasta Wayne Coyne, immerso in una scenografia coloratissima e attorniato da ballerini, ai lati del palco, vestiti da alieni e da babbi natale (un circo che include anche Captain America e Wonder Woman). In mezzo a tanti effetti speciali, il leader è come un bambino nel suo parco giochi preferito: indossa mani giganti per Free Radicals, fa cantare Yoshimi… a una bambola con le sembianze di una suora, si trastulla con una telecamerina posta all’altezza del microfono, collegata ad un maxischermo alle sue spalle, gioca con il pubblico per tutto il concerto, mostrandosi sinceramente stupito dall’accoglienza calorosissima degli spagnoli e facendo - secondo prassi collaudata - loro intonare i finali delle canzoni, ripresi ad hoc dal piano...
Insomma, non troppo diverso da quello che sono stati gli show degli ultimi tour, ma assistere di persona è un’esperienza lisergica e avvincente, che pesca nel passato recente (Race For The Prize, Do You Realize? e le ultime Yeah Yeah Song, Vein Of Stars e The W.A.N.D. ), piazzando in coda perfino una cover dei Black Sabbath, ovviamente dedicata a Bush. Peccato per la mancata inclusione di Bohemian Rhapsody. Voti inevitabilmente alti a fine concerto, con la certezza che i prossimi show italiani di Ferrara e Roma potranno essere anche meglio.
È ormai notte fonda, ma c’è ancora tempo per Animal Collective e Robocop Kraus. Questi ultimi, che chiudono gli spettacoli nello stand Rockdelux, sono una formazione di Norimberga poco famosa in Italia (qualcuno li avrà visti protagonisti di un videoclip da late night su Mtv, in cui il cantante imita smaccatamente Ian Curtis, sia nelle movenze che negli sguardi alla telecamera), che il pubblico del festival invece dimostra di conoscere e apprezzare. Il sound - manco a dirlo - è post-punk e wave, ma dal vivo il gruppo assume anche i connotati di una rock’n’roll band, sulla falsariga degli Hives (senza però possederne la concisione e il glamour). Da questo gioco al rimpallo non poteva che venir fuori una tracklist derivativa e neppure parca di momenti trash, che ha visto protagonisti il paffuto chitarrista e l’ossuto cantante, animali da palcoscenico sì, ma nel senso più stretto del termine.
E a proposito di Animali, il set di Panda Bear e soci risulta snervante e un po’ fiacco nella prima parte, in cui dominano momenti free basati essenzialmente sulle percussioni: un sabba in cui i ragazzi si scatenano, suscitando in un primo momento tiepide reazioni nel pubblico. La destrutturazione lascia poi il posto alla costruzione della forma canzone e quando parte il canto, l’audience è più partecipe. L’impressione è quindi migliore e si comprendono maggiormente i meccanismi di composizione. Il giudizio resta in sospeso, ma il finale, con la improvvisazione di I Just Called.. di Stevie Wonder, è da incorniciare.

Forti dell’esperienza dell’anno scorso, siamo un po’ preoccupati per i concerti che si terranno oggi all’Auditori, ovvero il futuristico teatro al chiuso che ospita parte dei concerti. E invece nessun problema per assistere allo show pomeridiano di Vashti Bunyan, che si concede per breve tempo, ma sufficiente per farsi un’idea. La signora inglese è come ci si aspetta: timidissima e apparentemente fragile, non certo avvezza al mestiere che ha ripreso a fare, la cui sola sicurezza è quella voce, sottile sottile come le sue canzoni. Nonostante l’impaccio, il concerto si snoda bene, merito non solo dei brani in sé (innegabile la loro caratura, quasi sempre buona malgrado l’inevitabile monotonia: metà sono dediche ai figli, l’altra metà sono storie di 40 anni fa finite male), ma anche dei musicisti che la accompagnano (piano, violoncello, violino e chitarra, per arrangiamenti in stile Joe Boyd).
Intanto al Danzka Cd Drome è cominciato il live degli Akron / Family, band su cui (come per NNCK) si è già quasi detto tutto. Basti sapere che anche in un contesto più dispersivo, come quello di un festival, sono riusciti a coinvolgere i presenti, rimasti estasiati, convincendo laddove gli Animal Collective ci avevano invece lasciati perplessi. I protetti di Gira sono sicuramente più “musicisti” e possono contare su un’alchimia invidiabile, sapendo esattamente come, dove e quando dosare l’improvvisazione ai momenti più suonati e quelli, irresistibili, “corali” (highlight assoluto la versione di Future Myth). Un’altra band che su palco ha più che soddisfatto.

All’Auditori è il turno degli Shellac. Steve Albini, il produttore più famoso dell’indie rock, veste nuovamente i panni di leader del power trio (insieme ai fidi compagni Todd Trainer e Bob Weston) più matematico e rabbioso che conosciamo, invitando il pubblico a fare domande tra un brano e l’altro. Dietro quest’operazione, in realtà, c’è tutto il cinismo di Albini: fare una pantomima con l’audience a mo’ di comizio, il corrispettivo fintamente dialettico di suono che non ammette repliche tanto è compatto, ringhioso e incorruttibile.
Per intenderci, gli Shellac sono degli anti-Dinosaur Jr: mentre i secondi sono caotici e in continuo dialogo/scontro tra Mascis e Barlow, rabbia scazzona e amicizia, qui la disciplina, l’ordine e la gerarchia dominano sovrane. E se tanta determinazione alla fine mostra un po’ il fianco, la perizia del suono vince e la bilancia pende in netto favore degli Shellac, che attendiamo con fiducia su disco per l’autunno.

Nel frattempo, sul palco principale si esibiscono i redivivi Big Star. L’effetto nostalgia è dietro l’angolo, ma Alex Chilton e i suoi nuovi compagni (della formazione originale c’è solo Jody Stephens, mentre il resto del lavoro è fatto dagli ex Posies Jon Auer e Ken Stringfellow) schivano l’ostacolo e imbastiscono un set di soft rock più che dignitoso, alternandosi al canto e presentando, oltre agli storici (una sempiterna Feel, The Ballad Of El Goodo e Thirteen dal primo disco, poi Back Of A Car), qualche brano del recente In Space. Nessuna grande pretesa, solo oneste canzoni di classic rock, per nulla invecchiato male. In più Chilton, che somiglia a una versione pulita di Keith Richards, pare divertirsi come non mai.. cosa chiedergli di più?
Dopo aver appreso che il live dei Television Personalities è saltato (per il secondo anno di fila…), al main stage ci attende uno degli show più attesi dal pubblico del festival, quello di Lou Reed.
Se da un lato c’è conferma di quanto espresso nel recente tour invernale, dall’altro non mancano alcune - piacevolissime - sorprese. Un Reed divertito ed estremamente a suo agio usa le canzoni come improvvisazioni aperte, per dare spazio ai suoi rodati musicisti (in special modo il bassista Fernando Saunders e il batterista Tony Thunder Smith), inserendosi qua e là con la sua solista, come sempre caciarona e dissonante, e un ragazzetto occhialuto a processare il suono in diretta. La scaletta riserva le sorprese maggiori, con delle inaspettate zampate a nome Velvet Underground (I’m Waiting For The Man, White Light White Heat e Jesus) e un must come Coney Island Baby arrangiata nel continuum Songs For Drella / Berlin. Lou, inoltre, risparmia anche le notoriamente svogliate versioni di classiconi tipo Sweet Jane, roba che è meglio non sentire. Pubblico ampiamente ripagato, e non poteva essere altrimenti.

A seguire i Deerhoof in scaletta, sul palco del Danzka ci sono i Brian Jonestown Massacre, sestetto (ma la storia del combo è assai travagliata in quanto a presenze) sanfranciscoano, che della città mantiene intatti tutti i colori: acidi e psichedelici, con quel gusto rétro Sixties tra Grateful Dead e Rolling Stones. Eppure l’approccio è rock e se volete il canto - confidente e emotivo - richiama gli Ottanta nasali di certo Mark Hollis. Stiamo sognando? Forse, ma sicuramente c’è una buona dose di folk lunatico e storto qui, e quelle code rincorse in groppa alle chitarre selvagge portano dalle parti dei Bardo Pond, alla psichedelia dunque, grande protagonista del festival. Persi nel loro mistico fluire, i Brian Jonestown Massacre sono un branco di hippy genuini e strampalati, una band solida, da riscoprire, confermati da un pubblico numeroso e catturato quasi allo stesso modo che per i deragli psych-noise degli Yo La Tengo. Long live to Frisko!
Quasi mezzanotte: è il turno dei Violent Femmes sul palco principale. I tre si confermano anzitutto dei grandi intrattenitori, e più che da Gordon Gano (un po’ defilato, ma comunque presente quando serve), la maggior parte della scena è dominata dall’ineffabile Victor De Lorenzo e dal pirotecnico Brian Ritchie. i Femmes non si risparmiano di certo, snocciolando quasi tutti gli episodi dell’esordio (una Blister In The Sun giocata subito in apertura e una strepitosa Kiss Off in chiusura, con in mezzo Gone Daddy Gone, Please Do Not Go, Add It Up) e altri più “rumorosi”, come American Music, aiutati da alcuni turnisti ai fiati, alle tastiere, al banjo e alla chitarra (laddove richiesto). C’è perfino un momento in cui l’ensemble si trasforma in un’orchestrina bluegrass, con la sorella di De Lorenzo, Silvia, a impersonare la Emmylou Harris di turno...insomma, una grande festa come per i Flaming Lips. A dir poco entusiasmante.
A questo punto potremmo ritenerci sazi, ma al Rockdeluxe stage c’è il tempo di gustare gli Stereolab. Laetitia Saeder sul palco è una presenza deliziosa ed elegante, e la sua band riesce a ricreare alla perfezione le sofisticate trame dei dischi, senza far perdere un grammo della catchyness dei brani, per la maggior parte recenti, a sottolineare l’apparentemente eterno stato di grazia della band inglese. Maniera? Sì, ma anche classe infinita.

Il concerto di chiusura del main stage (e, virtualmente, del festival) è affidato ai Mogwai, che dal vivo continuano ad essere un act efficace, specialmente se aiutati da una location e da un’acustica favorevoli. Si possono così percepire appieno le sfumature, i vuoti, i pieni, i crescendo di cui si compone il suono, il tutto amplificato da un light show davvero suggestivo. Loro non rinunciano a sfoggiare la solita indole cazzona, portandosi a casa un risultato notevole, in un contesto che valorizza, oltre agli storici (su tutti Yes I Am A Long Way From Home e Mogwai Fear Satan, nonché Summer), anche lo stallo dei brani più recenti. E a giudicare dalla risposta del pubblico, è lecito pensare che tra altri dieci anni li avremo ancora tra i piedi, i Mogwai...

Ma non è finita qui: a notte inoltrata il Danza ospita una band attesa ansiosamente dagli ascoltatori più stravaganti e sperimentali. Caratterizzate dalla commistione tra noise, istanze psichedeliche e avant, le composizioni dei Boredoms trovano in questo set una mirabile sintesi sotto la ritualità e percussività del Taiko (recentemente riscoperto anche dai Liars), una tradizione trasposta in una jam ipnotica, estenuante, con tre batterie disposte a Y e un organista sciamannato dietro le quinte (...ovviamente Yamatsuka Eye), che esce dalla console, tra un fraseggio circolare e un’acida improvvisazione, per declamare in lingua originale quelle che sembrano frasi da mercato del pesce in movenze anti Tai-Chi.
C’è posto pure per una svirgolata in techno-samba a metà del set (Yoshimi P-WE si stacca dalla batteria per impugnare un sequencer con una base sincopata e degli effetti), ma poi si ritorna nella giungla percussiva. Insomma, ora più che mai diventa una sfida: fermarsi per sentire, per vedere cosa accadrà dopo quella fitta coltre di battiti, quasi tutti studiati. E quella fine sembra non arrivare mai e noi, stacanovisti più di loro, a rimaner lì inchiodati, impassibili nel farci massacrare le orecchie da un’esperienza che si trasforma in un autentico sballo nippo-lisergico. Non c’è che dire, i giapponesi sono maestri di rigore e autolesionismo e meglio non avrebbero potuto dimostrarlo.
Ultimo passaggio obbligato, solo perchè in direzione dell’uscita, allo stand dove si stanno esibendo Ellen Allien e Apparat. La Allien si cimenta al canto e dal vivo è pietosa. La bella voce del disco si trasforma in un’oca strozzata (o in una gatta in calore, a voi la scelta) e le sue movenze non sono proprio da libellula. Fortunatamente, la musica è quella che si sente sul buon album dei due: i groove coinvolgono, il pubblico balla e se alle cinque del mattino nessuno capisce molto cosa ci sia dei Kraftwerk nella techno dell’orchestra delle bollicine, è giusto così. The infinite beat is going on... and on.. and on...