Un immaginario europeista dove convergono suggestioni filmiche ed esplorazioni fantastiche ma probabili, con la nostalgia di attimi mai vissuti o ricordati appena. I Pram provano con successo, come tanti dai Novanta in qua, a colmare lo spazio vuoto in cui sono (siamo) sospesi, ricreando il passato con frammenti di immagini ritrovate in solaio.
L’anno venturo cadrà il 150° anniversario della nascita di Albert Robida, scrittore (ma non solo) noto - si fa per dire… - per Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo e in tutti i paesi visitati e non visitati da Giulio Verne, romanzo del 1879 che tratteggia avventure tra le più folli mai messe su carta fino al secolo successivo. Materia che ha ispirato i primi cineasti di finzione Georges Méliès e Marcel Fabre, odierni fumettisti e addirittura uno sceneggiato RAI di assoluto culto risalente alla fine degli anni Settanta. Strano ma vero, quell’uomo rinascimentale in ritardo di Robida (fu illustratore, umorista, autore di romanzi e architetto), mai si occupò direttamente di cinema. Probabile che apprezzasse la musica, dato che fu tra gli animatori del club di cabaret Le Chat Noir, celebre per gli spettacoli di teatro delle ombre, tra cui il fantascientifico e proto-apocalittico La Nuit Des Temps, nel quale Parigi viene distrutta nel corso di una battaglia aerea. Se già vi pare bizzarro, sentite questa: per l'Esposizione Universale del 1900, il nostro Albert allestì sul lungo Senna una ricostruzione dei quartieri medioevali parigini demoliti da Haussman.

Potesse viaggiare nel tempo e giungere fino a noi, Robida s’innamorerebbe subito dei Pram. Medesima la volontà di ricostruire un passato immaginario però verosimile. avvalendosi dell’immaginazione e della sua “messa in scena”, delle schegge dei tanti ieri assemblate in un gioco di specchi. Dunque: se è vero - e lo è - che esiste un genere musicale capace di evocare un’intera Nazione e il suo spirito romantico (lo andiamo nominando da qualche anno Americana), è parimenti legittimo che esista un contraltare di qua dell’Atlantico, incastrato dentro una nicchia minuscola ma fertile, più autoreferenziale e databile: chiamiamolo, se vi va, Vittoriana. Mettete su un disco qualsiasi della band britannica e lasciatevi andare, avendo l’accortezza d’essere pazienti.
Sarete coinvolti da un immaginario ineffabilmente europeista dove convergono suggestioni filmiche (dell’aspetto video si occupa l’ensemble Film Ficciones, mentre dei riferimenti sparsi sulle canzoni s’è ormai perso il conto) ed esplorazioni fantastiche ma, attenzione, probabili. Imprese da Società Reale dei Geografi come poteva sognarle Verne (o, appunto Robida..), al ritorno dalle quali si catalogano strani animali raccontando aneddoti bizzarri davanti al caminetto, in mano una tazza del miglior tè delle Indie. Fantasticherie, certo, ideate senza muoversi dal proprio paese d’origine se non per qualche tour. Emilio Salgari riuscì a descrivere la giungla senza esservi mai stato: ci riuscì, semplicemente, inseguendo mentalmente l’idea di come quei luoghi dovevano essere.
Col valore aggiunto di vivere sulla cuspide di fine secolo, Rosie Cuckston e compagni hanno l’opportunità di appoggiarsi sulla nostalgia di attimi mai vissuti, tutt’al più ricordati a malapena se non addirittura rimpianti. Provano con successo, come tanti altri hanno fatto dai Novanta in qua, a colmare lo spazio vuoto in cui sono (siamo) sospesi ricreando il passato con frammenti di immagini ritrovate in solaio. Predecessori insomma, assieme agli Stereolab (ma, se partissimo a tirare il filo dalla favola Young Marble Giants, nessuno se ne avrebbe a male…), della “ghostalgia” oggi così ricorrente da lasciarsi intuire come spirito - anzi, fantasma - guida. Sta tutta lì la radice della loro ossessione per l’acqua e soprattutto il mare: nel suo essere originario luogo/mezzo di viaggio a disposizione dell’essere uomo instancabile, una superficie nota che nasconde sotto di sé chissà quali misteri.
Il senso dei Pram lo trovate in una geografia della mente e della memoria, nella volontà ferrea di (ri)trovarsi esplorando allo stesso tempo lo spazio interiore ed esteriore. Spostare avanti la frontiera che funziona come commento sonoro a quanto detto sopra è l’esplicito compito loro, espletato con sorridente scrupolosità e surreale autoironia. Non anticaglie, semmai avanguardie i loro dischi. Non intellettualoidi frigidi, ma sardonici gentiluomini ed enigmatica chanteuse. Eccoveli serviti.
Non molto da dire c’è sulla formazione dal punto di vista squisitamente, strettamente biografico. Carente se non nulla l’aneddotica, come se fosse balzata un bel giorno fuori dalla medesima riservatezza nella quale ripiomba ciclicamente nelle pause tra un album e l’altro. Vivono e parlano (poco) della loro musica, i Nostri, pesci che scorazzano allegri tra i surreali acquari che adornano le copertine di Helium e Sargasso Sea, pertanto ci adatteremo inseguendone le enigmatiche e imperturbabili scie, lasciando al pregiato Telemetric Melodies (Domino, 1999; 7.0/10) il compito di raccordare tra loro singoli ed EP sparsi.
Si formano nel 1990 a Birmingham, città del Nord britannico che da sempre soffre del complesso d’inferiorità tipico della provincia, cui cerca di sfuggire con sagace, distaccata rilettura delle mode che salgono da Londra: dicono qualcosa un paio di nomi come Plone e Broadcast? All’inizio è solo la sciantosa Rosie Cuckston che gioca alla sirena inquietante e armeggia attorno a un casereccio Theremin, presto raggiunta dal poliedrico Matt Eaton, dalle quattro corde di Sam Owen e da Max Simpson a tastiere e campionamenti, tutti ancora parte di una line-up soggetta a minime mutazioni. Non tutti digeribili i primi passi dispiegati in due autoproduzioni sulla media distanza col marchio Howl Records, Gash e Perambulations, raccolti nel 1992 su Gash (ae; 6.6/10).

Opaco e percussivo l’ambiente, ancora da rifinire e nondimeno stimolante, giocato su echi arty e wave anni Ottanta affastellati con buon volere, regolamentare bassa fedeltà e intermittente focalizzazione. Si intravede il desiderio di spingersi oltre, convincendo più col giardino d’infanzia post punk (Siouxsie nel tritacarne per Flesh, Ludus condita a tribalismi e slide dall’ottima I’m A War) che nei krauti distorti, porgendo gradevoli surrealismi (Blue Singer) e notturni per piano scordato (The Day The Animals Turned On Cars). Su tutto spicca la dozzina di minuti condivisa tra Sunset International (ipnosi levitante che implora il remix techno-ambient) e Bleed (ansiogeno stop and go Velvet-Can che muore in fanciullesca coda). La tela strumentale evidenzia nei brani più riusciti il progetto non comune di fondere vintage e riverberi colti sott’acqua, come del resto la saldezza a un ideale visionario di mezzi modesti e inventiva viceversa potenzialmente inesauribile. Il bric-a-brac post modernista si anima di policroma, esemplare vita nello stupefacente The Stars Are So Big, the Earth Is So Small...Stay as YouAre (1993; 8.0/10)
Il combo è stato frattanto adocchiato e messo sotto contratto dall’emergente Too Pure, ricambiata come noi dall’irruenta carnevalata Loco, dai principeschi ronzii di Radio Freak In A Storm, dalla sgusciante Loredo Venus. Disco appunto scivoloso e inafferrabile, inscena attorno a sé un’originale dimensione onirica e “pop” dalla quale gente come Psapp trarrà ispirazione adeguatamente moderna: lo certificano l’esotica sotto vetro Milky, la tempesta di onde The Ray e una Cape St. Vincent per la quale Laetitia Sadier ucciderebbe. Più d’ogni altra cosa lo chiarisce il Sun Ra sperduto nelle lande di Bitches Brew della sensazionale epica astral-jazz In Dreams You Too Can Fly. Costantemente propenso all’apertura eppure attraversato da stordimento e leggera inquietudine, è brillantissima gemma tutta da rivalutare e riconsiderare, libera di rivelarsi con lo scorrere del calendario come sta infatti accadendo.
Se la proposta del gruppo britannico si era fin qui divincolata tra ipnotismi e tensione sfogata, i due album dati alle stampe a metà dei ’90 cercano di conferire una veste più recondita alla seconda componente, perdendosi in un 20.000 Leghe riscritto da Borges. Helium (Too Pure, 1994; 7.8/10) e Sargasso Sea (Too Pure, 1995; 7.4/10) intavolano variazioni sul tema dell’esordio servendosi dell’attitudine di cui sopra, traducendola in trip-hop da bar sotto il mare, in “falsi” accenni folklorici mitteleuropei, in ancheggiamenti lounge di ribalda personalità. Il tutto abbellito da melodie provenienti da un Laboratorio Stereofonico più easy e meno germanico e pulsazioni buone per i Laika in versione deprogrammata. Difficile scegliere sul primo tra la paranoica rumba Gravity o una fantascientifica Dancing On A Star, tra l’ipotesi di acid rock latino che scivola nelle tarde Slits Things Left On The Pavement o gli Weekend insieme nervosi e oppiacei di Blue. La seconda prova, più ritrosa e uniforme, vale maggiormente come esperienza d’insieme, nondimeno ha vertici nei pigri cocktail Loose Thread e Crystal Tips, nelle spire d’alghe zuccherose che vibrano seguendo le correnti Earthing And Protection e Serpentine, nella stordente danza di sirene ‘50 Sea Swells And Distant Squalls. Pare un saluto - e lo è - a una formula che rischiava lo stereotipo revivalista in pieno corso. Meglio tornare a rinchiudersi in salotto, consultare qualche atlante con in sottofondo Les Baxter e Raincoats, poi rimettersi in discussione.
Tre anni dura l’attesa per un rendiconto delle spedizioni intraprese, tanto da istillare dubbi e scetticismi. Invece, rintracciato un caratteristico passaggio a nord ovest, i Pram giungono al Polo Nord e vi impiantano una stazione non artica ma radiofonica. Sostituiti i mecenati con la più munifica e attuale scuderia Domino, nel 1998 North Pole Radio Station (7.5/10) informa che il tempo è stato senz’altro ben impiegato. Non sarà quel meeting tra Edith Piaf e i Residents di cui leggete in giro, ma certo che piroetta disinvolto attorno all’ascoltatore come una provocante trottola, suscitando paragoni con Combustible Edison a causa di quelle atmosfere da cocktail ironicamente colto (Ominchord), sebbene il gusto dei britannici per l’abbigliamento acustico cada in direzioni più sfaccettate. Guai fare a meno della tv dei ragazzi (Sleepy Sweet) e del citazionismo chic non salottiero (El Topo): ne patirebbero la reputazione e, soprattutto, il progressivo consolidamento di uno stile ormai unico, assemblato con materiali di recupero e idee che la più parte dei gruppi getterebbe letteralmente via.
Nelle loro mani, rimasugli e scampoli vanno a costituire il canovaccio su cui inserire sagaci mutazioni del momento, mentre il fanciullino degli inizi si ripresenta temprato dall’esperienza. Legittimo perciò che il mambo sposi elettronica da cantina e fiati ondivaghi (The Clockwork Lighthouse), che alcune strane creature attraversino le pareti (Cow Ghosts, The Doors Of Empty Cupboards) e che la Rive Gauche infine affiori ectoplasma subliminale e inorganico - Hanne Hukkleberg senza eccessi contorsionisti - dalla superba, autunnale Fallen Snow. Non un caso che la stagione forse più adatta a incarnare gli umori di Rosie e Mattsaluti nel 2000 la pubblicazione di The Museum Of Imaginary Animals (Domino; 7.410), civettuola rassicurazione circa il senso di “cambiamento nella continuità”. Solo superficialmente uguale a se stesso, il mondo sonoro contiene tra le pieghe dettagli da scovare, indizi rivelatori che solo perspicaci Holmes avvistano e comprendono appieno.
La rivoluzione si trapianta alla soglia del decimo anno di attività in un condensamento sonoro che la groovy e quasi mingusiana The Owl Service mette in mostra senza indugiare. Confonde le carte più avanti il disco, replicando alla squillante Bewitched (ma quei fiati in sottofondo…) coi Belle & Sebastian allievi di Reed e Cale (Mother Of Pearl) e, del resto, l’atteggiamento da burla a denti stretti che si respira - la nenia avviluppata a un theremin The Mermaid's Hotel resta però canone del più squisito e fragrante - fa intuire l’opera in transito. Di quelli su cui si torna sovente, nondimeno, perché oltre a elargire indicazioni utili in retrospettiva, racconta un gruppo in forma sui noti terreni (garantiscono, una garrula e l’altra felpata, A Million Bubbles Burst e Play Of The Waves) eppure disposto a rischi come l’affastellarsi tautologico di bordoni A History Of Ice. Manici di scopa e pomi d’ottone, presumibilmente, ma come lo metti nel cassetto il retrogusto angosciante, quel cigolio che rimane in testa a fine ascolto? Succede che il ragazzino sta crescendo e, di tutti i periodi di passaggio, la maturazione umano-artistica è all'incirca la più dura. Appagante, però agra.

Schiarisce gli sviluppi il passo temporale adottato per il giro successivo: trentasei mesi separano quanto sopra da Dark Island (Domino, 2003; 8.0/10), copertina più spettrale che mai e rinuncia pressoché totale a balocchi e sogni. Le panoramiche appartengono a una gita in località balneari dagli antichi e trascorsi fasti, impregnate di decadenza assolutamente inglese. Isolazionista e oscuro come il titolo fa supporre, richiede uno sforzo maggiore del normale per la scoperta, dopo il quale si apre lussureggiante (la marcetta morriconiana Track OfThe Cat), piazza l’orchestrina nelle mani di mesti ma fieri pupazzetti (Penny Arcade), fa ben più che tappare i buchi lasciati dai Movietone (Pawnbroker) o darsi al solito jazz trasversale (Paper Hats). Mescola e riassume: Sirocco tinge di Bosforo il cabaret che Distant Islands riconduce sul battello alla deriva, Archivist butta la paranoia in sottigliezze, Leeward invoca spettri dell’Ottocento. Capolavoro piovoso e amarognolo come la fine di una vacanza, dell’estate e di un amore. Tutto insieme, lo stesso giorno, appassionatamente bagnato da una lacrima che rivivrai mentre cerchi impossibile conforto dentro le stanze di Peepshow.
Del fresco di stampa The Moving Frontier (Domino, 2007; 7.5/10) vi hanno già ragguagliato (recensione sul #36): chi scrive, oltre ad aumentare la puntata, aggiunge che la formula si incastra alla perfezione nella ricerca di un senso dentro la confusione sonica odierna. Recita la parte dell’oasi, la musica dei Pram, del momento felice in cui tiri il respiro e le fila, cerchi ipotesi di futuro mentre ti copri con un patchwork di brandelli antichi. Che, subdoli, qui confortano, là levano la sedia da sotto. E’ altresì vero che queste mappe sonore ce le hanno già squadernate sotto gli occhi, ma di rado con tanta convinzione e maestria. Di età adulta non so se abbia senso argomentare, considerata l’imprevedibilità umbratile di questi personaggi così fuori dal tempo da leggerne lo sviluppo con rara arguzia. Non ne hanno bisogno, in fondo: vivono in perfetto e ininterrotto bilico tra fanciullezza e sogni del domani, tra malinconia di ieri e coscienza del presente. Ladies And Gentlemen, we are floating in time…

Da meravigliosa anomalia trip hop a ensemble morriconiano su Marte. Troppo riduttivo. Da splendida formazione neocanterburiana a mirror band degli Stereolab. Stupidamente snob. Da frullato di jazz, psych, kraut e etnica come i King Crimson di Island, il Robert Wyatt di Dondestan e gli AIR di Premiers Symptomes in un unico box, a una dignitosa formula che tutto comprende e tutto sublima. Non ci siamo ancora ma capirete senz’altro una cosa: i Pram sono una band spessa come una quercia. Perlomeno lo erano. Attualmente sono quel luogo raffinatissimo in cui è sempre bello accamparsi. Dove non si rimarrà mai delusi. E fin qui ci siamo.
Il nuovo The Moving Frontier appunto si muove, su se stesso ma va bene così, il gusto di queste marmellate difficilmente annoierà e gli stilemi imbastiti saranno pur sempre imburrati dalla parte giusta. Per capirci, fate conto che i Pram sono il gruppo esotico più complicato che ci possa essere. E nessun fan di Canterbury potrebbe resistergli. Tuttavia non si può negare che gli ultimi quattro dischi di questi signori di Birmingham rappresentano la coda di una gloriosa epopea, iniziata nel 1993 con una tripletta d’album di devastante bellezza. Il confronto con quelle creature è pesante assai ma non c’è pericolo, neppure se l’iniziale The Empty Quarter inizia con una morriconata trita e ritrita, fatta da loro suona ancora come dovrebbe. Come pure tacciare Sundew di discoverychannelismo sarebbe una cattiveria gratuita. Piuttosto poggiate l’orecchio su Iske, come dire il miglior jazz-rock calato in Messico, oppure Hums Around Use, una straniante gemma minimal-psych, oppure ancora la finale The Silk Road, country come si farebbe a Bombay. Pensate che quest’album scioglie le tessiture più aspre del precedente concedendosi al sale e alla sabbia, ai deserti e alla frontiera appunto. I punti molli, l’abbiamo detto, ci sono. Le proprietà di linguaggio anche. E i Pram parlano una gran bella lingua meticcia. (6.8/10)