Il post-rock che si tinge di folk e si agghinda di splendori pop. La bellezza dei Low e dei Mogwai che convive in dolenti flussi emotivi. La delicatezza e la violenza nella sintesi dei Picastro.

Dopo lo straordinario e inatteso successo indie del precedente lavoro, Red Your Blues, i canadesi Picastro tornano in pista con un nuovo, straziante disco, Metal Cares, fatto di chitarre che crescono e seducono tra gli infiniti precipizi del post rock e la rigorosa classicità dello slowcore. Una strana e affascinante alchimia tra Mogwai, Low e Dirty Three, in cui svetta la voce malinconica di Liz Hysen, leader della band e protagonista di questa intervista.
Inizialmente volevamo intitolarlo Sharks Away, ma poi ho pensato che forse era un’immagine troppo specifica per la nostra musica. Il nuovo titolo, Metal Cares, mi sembrava più appropriato quando mi venne in testa per la prima volta. Volevo ovviamente qualcosa che rappresentasse l’intero album, e questo è ottimo per descrivere i sentimenti che dominano tutte le canzoni, che sono in bilico tra delicatezza e una certa dose di rozza violenza allo stesso tempo.
Dipende dal pezzo. Solitamente però cominciamo dalla musica, perché grazie alla melodia della voce o degli strumenti riusciamo a dare una forma più definita ai testi, che ne possono sposare l’atmosfera.
Qualsiasi sentimento forte ed estremo mi renderebbe felice. Se la gente odiasse o disprezzasse Metal Cares andrebbe bene, e se i nostri brani fossero amati al punto da spingere l’ascoltatore a suonarli o a comporre canzoni proprie andrebbe bene ugualmente. Meglio questo di certe reazioni che invece stanno nel mezzo, senza prendere alcuna posizione al riguardo. Ma ritengo che ogni musicista la pensi così. Non credo che possa fare piacere sentirsi dire che un album che hai inciso è semplicemente “carino”.
No, non è difficile. A me non piace dividere la musica in categorie rigide e separate. Ascolto molte band, ognuna delle quali ha uno stile completamente diverso dalle altre. A volte sono più interessata a un determinato genere, ma cerco di non fossilizzarmi. E comunque suono sempre ciò che mi lascia maggiormente soddisfatta, indipendentemente da qualsiasi influenza.
È un brano vecchio. Di solito lo suonavo da sola. In quel periodo non avevo la band, così spedii il pezzo a Dwayne Sodahberk, che aveva pubblicato alcuni album per la Tigerbeat6. Siamo stati in contatto per un po’ e abbiamo anche collaborato insieme. Per Skinnies gli dissi di farne ciò che voleva. Penso che quella sia stata la mossa giusta, perché il brano originariamente era un po’ troppo rigido per i miei gusti. Le parti rumorose credo che diano maggior spessore e interesse alla canzone.
Secondo me è una buona cosa. Se si ascolta più musica, se ne comprerà di più. Inoltre è davvero utile perché permette alla gente di scoprire nuovi gruppi. Io stessa consiglio a coloro che sono curiosi di sapere che cosa facciamo di scaricare un brano nostro da internet. Ad ogni modo, diamo molta attenzione all’aspetto grafico dei dischi, per invogliare le persone a comprarli originali.
In effetti non abbiamo mai fatto un tour più lungo di tre settimane. Penso che sarebbe molto duro suonare per due o tre mesi di fila. Inoltre non ci sono grandi cambiamenti tra un’esibizione e l’altra, quindi può essere difficile restare interessanti facendo sempre le stesse cose ogni sera. Ci sono comunque altre cose che mi piacciono della vita da tour, come ad esempio visitare posti nuovi e conoscere tante persone con cui scambiarsi pareri sulla musica. Tutto ciò ti spinge a continuare per questa strada.
Certo. Saremo in Italia per il mese di marzo 2006. Mi sono trovata bene tutte le volte che ho suonato nel vostro Paese.

Primo lavoro per i canadesi Picastro, Red Your Blues è un buon modo per entrare nel mondo al rallentatore della band di Liz Hysen (che, ironia della sorte, è nata e cresciuta in una famiglia di non udenti). Uscito originariamente nel 2001 (e pubblicato in Europa nel 2004), questo disco ha saputo sin da subito conquistare - stregare? - la critica per la capacità, davvero rara, di innovare il verbo del post-rock, contaminandolo con soluzioni di stampo più tradizionale, che vanno dal folk al pop acustico.
Tanto per capirci la musica dei Picastro è la sintesi perfetta di elementi sonori che richiamano alla mente i gruppi più disparati: i riverberi malinconici dei Mogwai, i violini struggenti dei Dirty Three, la rassegnata ma inesorabile emotività slowcore dei Low e dei Red House Painters. Il tutto, è bene ribadirlo, senza che il risultato soffra qualcosa in termini di originalità. I brani, quindi, si cibano di sofferenza e mal di vivere, come nel caso della disperata interpretazione di The Sea Will Kill You, un lento trascinarsi verso le corde più profonde e oscure dell’animo umano, o dell’apparente semplicità di Mine, forse l’episodio più bello dell’intero disco.
Che la chitarra acustica possa essere più post del post rock è la lezione che emerge dai Picastro, una band che sa che cosa vuol dire emozionare ed emozionarsi. Perché la buona musica verte intorno a questi elementi. Con sincerità e vulnerabilità. Sempre. (7.0/10)

Una buona descrizione della musica dei Picastro proviene da Liz Hysen, cantante della band: "Ci sono complessi che scrivono lunghe composizioni orchestrali, mentre altri scrivono brevi canzoni molto personali. I miei brani si trovano esattamente nel mezzo". Una diagnosi azzeccata. Ascoltare Metal Cares, secondo album del gruppo di Toronto, è come improvvisarsi equilibristi e camminare sul sottilissimo filo che separa il folk dal post rock: a destra ci si affaccia sul solito baratro mogwaiano che col tempo si è trasformato in un malinconico camposanto per centinaia di band, mentre sulla sinistra si muovono le placide, ma non meno inquietanti onde che lentamente frastagliano l’oceano dello slowcore di marca Low. E però il viaggio, benché costellato dalle insidiose sabbie mobili del già sentito, alla fine risulta non solo agevole, ma persino avvincente.
Saranno gli arpeggi di chitarra, che crescono col passare dei minuti e ti prendono per la gola lasciandoti quasi senza fiato (Sharks). Sarà la voce disperata della Hysen, che sembra portare con sé il peso del mondo e parla la lingua segreta dei cuori spezzati (No Contest). Sarà quel che sarà, il fatto è che il disco regge bene durante tutta la durata, grazie all’intelligenza degli autori, che non esagerano con certe soluzioni di mestiere e vanno dritti al sodo.
Nessuna paura, quindi, di sporcare la classicità acustica di Skinnies con rumorismi assortiti di lontana appartenenza shoegaze, consapevoli del fatto che ciò che non ti distrugge ti rende più forte (e più emozionante). Anche se non tutto fila come dovrebbe: il pathos e le dissonanze del ritornello di Drama Man, ad esempio, suonano un po' troppo sopra le righe rispetto alla malinconia della strofa, così come l’intermezzo Ah Nyeh Nyeh assume i contorni del riempitivo e non del fondamentale. Ma si tratta di inezie poco rilevanti, che si perdono all’interno di un lavoro dotato di classe e - nei momenti migliori - di rara intensità. (7.5/10)

Si potrebbe risparmiare tempo facendo un semplice copia e incolla della recensione di Metal Cares, il precedente lavoro dei Picastro. E non perché questo Whore Luck sia una sterile copia carbone di quell’album meraviglioso – uno scrigno nero di depressione sublimata in note musicali. O meglio, il disco nuovo è in un certo senso copia carbone di quello uscito nel 2005. Il fatto però è che ricalcarlo significa riproporre le stesse emozioni. Le stesse paure. Le stesse sensazioni. E allora non c’è scampo. Ascoltarlo significa prendere il cuore e metterlo ko per tachicardia causata da troppi brividi.
È un gruppo che riconferma la propria formula. Slowcore, un pizzico di post rock, deviazioni rumoristico/dissonanti. Quasi una versione rallentata degli Xiu Xiu più cantautorali – sentire per credere l’arpeggio della scheletrica Stair Keeper, l’ansimante melodia di If You Have Ghosts o l’angosciosa solennità della conclusiva Older Lover, che vede guarda caso Jamie “Xiu Xiu” Stewart ai cori. Quasi una band ancora più depressa – ci ripetiamo anche stavolta – dei Low dei tempi migliori e degli umori peggiori (la nenia in minore di Car Sleep). I Picastro lisciano il pelo dell’ascoltatore dal lato sbagliato, indugiando con sadico (auto)lesionismo sulle proprie (e sulle nostre) ferite, gettando sale dove brucia di più e lasciando al freddo laddove era necessario un po’ di calore (Hortur). Forse fa un po’ male. Ma tutto fa un po’ male. (7.5/10)