Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Peter Brötzmann

di AA. VV.

 

 

 

 

 

 

Copertina: ...

Disc one

  • Aufen nr.1
  • Aufen nr.2
  • Aufen nr.3
  • Aufen nr.4
  • Aufen nr.5
  • Aufen nr.6
  • Aufen nr.7
  • Aufen nr.8
  • Aufen nr.9
  • Aufen nr.10

Disc two

  • Aufen nr.11 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.12 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.13 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.14 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.15 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.16 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.17 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.18 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.19 (Previously Unrealised)
  • Aufen nr.20 (Previously Unrealised)

Peter Brötzmann / Han Bennink – Schwarzwaldfhar (Atavistic / Wide, 2006)

di Daniele Follero

Non sarà un “must” nella discografia dei due grandi jazzisti, ma questo esperimento “naturalista”, meditato nel lontano 1977 e ripubblicato dalla Atavistic quest’anno (in versione doppio cd con l’aggiunta di registrazioni inedite), rappresenta la concretizzazione di un’idea che è più forte della musica stessa. Nato in maniera alquanto estemporanea, Schwarzwaldfhart è in pratica una sessione di registrazione effettuata nella foresta.

Affascinati dalla miriade di fonti d’ispirazione che avrebbe potuto offrire quel misterioso ambiente, i due musicisti si avviarono verso la Foresta Nera, in una fredda serata invernale, con la Citroen di Han Bennink, come racconta Brötzmann:“Bennink non aveva portato con sé le percussioni, così suonò sugli alberi, le pietre, qualsiasi cosa avesse per le mani. Io avevo clarinetti e saxofoni, ma faceva troppo freddo per farli suonare davvero”.

La situazione di assoluta improvvisazione (sia in senso organizzativo che musicale) si percepisce benissimo dalla registrazione: suoni sporchi, lo scorrere dell’acqua e il canto degli uccelli a fare da sfondo, il suono sordo delle percussioni di vari oggetti sui tronchi degli alberi, creano un’orchestra “istantanea” e polimorfa in cui c’è spazio anche per strumenti più tradizionali come viole, clarinetti, saxofoni e banjo, che si alternano senza soluzione di continuità.

Dieci momenti di pura improvvisazione, dieci fotografie che fissano nella memoria un’esperienza tanto singolare quanto significativa: il jazzista, simbolo dell’improvvisazione musicale, che incontra la natura e la sua imprevedibilità per trovarne sia ispirazione che strumenti materiali per la composizione. Il tema della natura e della sua imitazione, centrale per tutte le espressioni artistiche, viene qui assolutamente stravolto. La natura non è imitata, ma è parte stessa della composizione, sta dentro la musica stessa e i musicisti interagiscono con essa.

Un puro gioco divertente o una raffinata intuizione artistica? Probabilmente tutte e due le cose, a dimostrazione del fatto che quando sono coinvolti personaggi del calibro di Han Bennink e Peter Brötzmann, anche una semplice avventura, inizialmente considerata una curiosità, un “sfizio”, possa trasformarsi in qualcosa di molto interessante. Lo dimostra il dialogo continuo che i musicisti cercano fra di loro e con il “sound” esterno, dando vita ad un’azione coinvolgente, ricreando un paesaggio sonoro in cui , con un po’ di fantasia e un ottimo impianto stereo, l’ascoltatore può “entrare” senza chiedere il permesso a nessuno.

Sconsigliato a chi usa la musica solo come stimolo fisico. (7.0/10)

Disc one

  • Born Broke
  • Beautiful But Stupid
  • Ain’t Got The Money

Disc two

  • Dead And Useless

Peter Brötzmann & Peeter Uuskyla – Born Broke (Atavistic, 19 febbraio 2008)

di Gaspare Caliri

Non c’è niente di più sbagliato che parlare degli effetti di un ipotetico inserimento di un disco come questo in un djset; cosa che invece farò. Born Broke è infatti un doppio CD che in nessun lounge bar, neanche il più illuminato, potrete far ascoltare alle persone senza che queste vi guardino con gli occhi stretti e accusatori – esperienza personale, come si sarà capito.
Il motivo sono i due protagonisti di questa uscita Atavistic, e la loro mancata concessione a qualsiasi tipo di indulgenza easylistening. Lo si capisce già dai venti e passa minuti dell’iniziale title track, dove su un tessuto ipnotico ma arrembante della batteria di Peeter Uuskyla, dopo l’insorgenza di un’inquietudine che fa battere il piede, si inseriscono i barriti senza grazia superficiale del sax di Peter Brötzmann; si ha conferma fino alla traccia che copre tutto il secondo CD, Dead And Useless, dove Brötzmann propone una specie di tema melodico solo per stravolgerlo in alto e in basso, a destra e a sinistra, senza nessuna speranza modale, e poi abbandonarlo del tutto, aspettando cosa propone l’altro, come il free-jazz insegna.
Ma fermiamoci un attimo ancora sui musicisti, per capire meglio. Brötzmann è una vecchia conoscenza del free-jazz, e Uuskyla un batterista che ha fatto del suonare a zonzo uno stile di vita, uno che picchia quanto e come vuole sui suoi tamburi purché non gli si pongano limitazioni - solo “vai, suona” – e che scopre con chi deve suonare solo mentre lo sta già facendo. Peter, quel 9 settembre 2006, alla Bohus Sound Recording di Kungalv, in Svezia (senza amplificazioni ma solo un piccolo drumkit e un sassofono coi suoi vecchi microfoni), sembra essersi trovato a suo completo agio con Peeter, come le altre volte che hanno suonato insieme. E noi, di conseguenza, ci godiamo la precarietà libera della situazione, di questo genere di autorialità imprendibile, ma fortissima. (7.3/10)

  • Machine Gun
  • Responsible (For Jan Van Der Ven)
  • Music For Han Bennink I
  • Machine Gun (second take)
  • Responsible (For Jan Van Der Ven) (first take)
  • Machine Gun (live)

The Complete Machine Gun Sessions (Deluxe Reissue + Bonus Tracks) (Atavistic, 21 agosto 2007)

di Gaspare Caliri

La Atavistic è etichetta attenta a certe cose, specie nelle Unheard Series. Nel bel mezzo della sua etica e politica editoriale, recupera con questa uscita un classico del free jazz europeo, ma va a pescare anche nel senso comune, perché sotto il nome di Peter Brötzmann quel senso comune raccoglie la gran parte dei discorsi sulla variante europea della New Thing.
Non solo. Se Brötzmann è il free jazz europeo, allora la cosa che sancisce questo legame di sangue e sassofono è proprio Machine Gun, cioè la pseudo-composizione liberissima ed esplosiva contenuta in questa riedizione. In effetti le mitragliate che in quel 1968 (maggio, fra l’altro) divennero il manifesto del free qui da noi ben rappresentano un ambiente di protesta, e, lasciatemelo dire per l’ennesima volta, di liberazione, sfogo intelligente.
The Complete Machine Gun Sessions è però un’opera collettiva, così come la title track attribuita al solo Peter, il quale alla fine è un musicista-ombrello di una scena, forse. Ecco che Reponsible è  composizione di Van Hove “for Jan Van Der Ven”, e che la traccia successiva è Music For Han Bennink, firmata da Willem Breuker; ma ci sarebbero anche da citare l’inglese Evan Parker e Peter Kowald, compare di Brötzmann.
La Atavistic, se vogliamo, va un po’ oltre, ma per una strada diversa; cerca cioè di recuperare l’aura dell’uscita Bro (limitatissima) di quarant’anni fa, mimandone la confezione (seppur Deluxe, oggi), e soprattutto riproducendo la pacifica sparatoria nerissima e ancestrale di Machine Gun in una take in più e specialmente nella versione live, prima rimasta impubblicata. Come a dire prolunghiamone il concetto e il furore, che quarant’anni non ne limitano l’impatto, e la quantità, in questo caso, è qualità che non si esaurisce.