Peaches è il perfetto prodotto post-moderno di una logica iconica fuori moda, che trae la sua forza e la sua eloquenza da un fiuto e da un talento tutto personale.

E’ lecito pensare che una parte della generazione degli anni Ottanta, almeno quella mediamente condizionata dal brainwashing mediatico, verso gli otto-nove anni coltivasse segretamente il sogno di vedere Madonna e Michael Jackson sentimentalmente legati. Ora: per quanto con il senno di poi una cosa del genere appare quantomeno perversa, il frutto possibile di un amplesso tra le due mega-superstar del pop di ieri (e di oggi?) avrebbe potuto essere Peaches. Provate ad immaginare. Merril Nisker prende dal padre un bulbo riccio-quasi-afro, una scioltezza di movimento invidiabile, un’irrefrenabile sensibilità al ritmo, movimento pelvico e tanta, tanta decadenza; dalla madre, lo spirito da Diva, l’amore per il travestimento quanto per la sua mancanza - ovvero il gusto verso la quasi totale nudità – la ricerca ossessiva di una trasgressione che si spinge sistematicamente al limite, la capacità di interpretazione di un cheap pop che ogni tanto è persino geniale. Scherzi e speculazioni surreali a parte, ad ogni modo, Peaches è il perfetto prodotto post-moderno di una logica iconica fuori moda, che trae la sua forza e la sua eloquenza da un fiuto e da un talento tutto personale.

La trilogia musicale di corredo al personaggio Peaches, che oggi si completa - The Teaches of Peaches – Fatherfucker - Impeach My Bush -, non sarebbe più memorabile o differente rispetto ad un Love, Angel, Music, Baby di Gwen Stefani se la Nisker nel tempo non fosse riuscita a perfezionare una formula ben calibrata, composta di auto/postproduzione più o meno intelligente e verve scollacciata demenziale fino all’eccesso. Come se proprio la “coincidentia oppositorum” tra colto e volgare fosse l’elemento esplosivo di una poetica che gioca con il suo stesso stereotipo.
Non è per fare di Peaches un fenomeno filosofico, ma sì, l’ascolto di Impeach My Bush così come quello dei due lavori precedenti non può prescindere dal fenomeno-Peaches, qualsiasi tipo di fenomeno si tratti. Il peso dei testi, della gestualità e delle intenzioni dissacratorie trovano solo parzialmente un contraltare efficiente nella sagacia degli arrangiamenti: vero tallone d’Achille di quella che oramai è una figura solida nell’immaginario collettivo, il discorso che lega la Nisker alla musica non può che restare un discorso limitato alla descrizione di determinate coordinate di genere mantenute più o meno invariate nel corso della trilogia. Minimal techno che non diventa quasi mai IDM e non lo vuole apparentemente diventare, auto-sampling selvaggio e chitarroni macho copia-incollati volutamente a caso incontrano il ricorso ad ospiti bigger than life come Iggy Pop nella Kick It di ieri e nella Boys Wanna Be Her di oggi il cui refrain è cantato da quella, proprio quella Joan Jett. E mentre la gloriosa Fuck the Pain Away non trova ancora nessun degno rivale o parente – né nella graziosa ma povera Downtown, né nella classica Two Guys (For Every Girl), né nella pur intrigante Give’er – succede che a questo giro Peaches, però, trovi “lo” slogan perfetto: Fuck or Kill, pamphlet di un minuto, è il suo manifesto più efficace fino a questo momento.
Wouldn’t mama (and papa) be proud? (6.5/10)