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Patrick Wolf - La dialettica del lupo

di Stefano Solventi e Edoardo Bridda
Prolegomeni, tesi, antitesi e sintesi della parabola del giovane Wolf, dalle prime turbolenze alle odierne magiche po(si)zioni electro-soul.

Prolegomeni: le turbolenze del cucciolo

Londinese con gocce di sangue irlandese, classe ’83, Patrick è uno di quelli che a soli undici anni incide canzoncine su un quattro piste. Organo, violino, voce e la febbrile irrequietezza consentita dall’età. La corsa contro il tempo era già iniziata: lasciate alle spalle la frequentazione del coro ecclesiastico e le esperienze teatrali nel collettivo Minty, un Patrick appena sedicenne abbandonò la famiglia per trascorrere un paio d’anni tra Francia (con molte tappe a Parigi, assieme alla sua prima band, i noise-pop Maison Criminaux), Germania e Cornovaglia.

Un burrascoso periodo di formazione nel quale - oltre a comporre canzoni in cui dava sfogo alla montante passione per l’elettronica - azzannò l’esperienza cacciandosi nelle avventure più disparate, tra cui fare l’intruso ai party della high society parigina. In un modo o nell’altro riuscì ad ottenere i primi riconoscimenti, entrando nelle grazie di Kristian Robinson AKA Capitol K, la cui neonata etichetta Faith & Industry verrà battezzata proprio dal lavoro di debutto del giovane (neppure ventenne) Wolf.

Si trattava di un EP omonimo (Faith & Industry, 2002), quattro tracce piuttosto in linea con le soluzioni formali en vogue nel periodo. Due tracce che saranno successivamente inserite nell'esordio e altrettante che rimarranno come b sides. Tra quest'ultime troviamo due ballate: Empress e Pumpkin Soup, la prima strascicata tra sincopi di basso (uno smanopolo di un’onda sinusoidale), carillon e canto svogliato (non un granché), la seconda ariosa e classica per archi e pianoforte (buona). Insomma, un genuino ma acerbo biglietto da visita, s’intravedono le buone qualità di Wolf però ancora sporche d’erba di prato. (6.2/10)

Basti sentire il tipico vocalizzo synth pop d’annata e le altrettanto prevedibili elettroniche digitali: da una parte il rimando agli anni ’80 e dall’altra al drum’n’bass dei ’90, di qua il Marc Almond esteta e vellutato, di là l’enfasi per il ritmo funambolico e parallattico di un Aphex Twin.

Se poi ci mettiamo che la reunion dei Soft Cell era già nell’aria, i nodi della trama portavano dritti verso il classico hype passeggero, con tanto di riviste come NME, Logo e Playlouder ad incensare (e - diciamo noi - a ungere) il piccolo eroe. Eppure, ascoltando quella Bloodbeat, come anche la sezione d’archi nella già citata Pumpkin Soup, qualcosa sfuggiva alla morsa dell’effimero. Oltre l’emulazione c’era altro.

Tesi: nella tana (elettronica) del lupo

Lycanthropy (Faith & Industry / Wide, 2003), primo full lenght licenziato nel 2003, oltre che confermare il successo pronosticato, rappresenta molto di più di una ruffiana marchetta nella kermesse dello chic retrò. Per la voce di Wolf innanzitutto, che dimostra freschezza e briosità da far invidia agli zii del synth pop (Almond certo, ma anche Dave Gahan). Poi per l’arrangiamento, un amalgama elettro-acustico acerbo ma con forti intuizioni e aperture folk (irlandese ma non solo) e cameristiche (abbondante il ricorso alle sezioni d’archi).

Un album che non avrebbe potuto vedere la luce senza l’aiuto del padre e della sorella, riabbracciati dopo un lungo e silenzioso conflitto. Inciso presso gli Island Row Studios, Lycanthopy è il dedalo di un periodo turbolento nel quale il giovane musicista, lasciatosi alle spalle ogni legame di terra e sangue, s'è gettato in pasto alla vita. E la musica non poteva che esserne lo specchio: bassa fedeltà dettata dalle circostanze, l'impeto a ripianare ogni carenza, un bisogno espressivo che carambola tra gli steccati curandosi solo di quanto nel cuore batte per uscire.

A conti fatti, se il motore del lavoro sembra azzannare in ugual misura il canto emotional e recitato di certo pop inizio ottanta e la drill’n’bass dei Novanta (rivista in “economia” al laptop), l’inserto di arrangiamenti folk (chitarre, accordion, fiddle) e il saccheggio di alcune suggestioni cameristiche racimolate dall’esperienza mitteleuropea (viole caliginose e coretti notturni) accrescono decisamente lo spessore dell’album. Un concept, se vogliamo, che sa smarcarsi dalle insidie del formato in virtù di una scrittura intrepida e briosa, pronta sia alla carezza (struggente come in Demolition, tra archi, flauto, tastiere e una voce che si strappa il malanimo dal cuore) che allo sguardo cupo (la scheggia Depeche Mode centrifugata Notwist di To The Lighthouse), alla psicosi (i cyber-fantasmi Tom Waits e PJ Harvey in The Childcatcher) e al salto nel buio (il delirio languido tra fidale e tastiere di Paris).

La trasformazione da ragazzo in lupo, che ha seminato lungo il percorso tremiti, rabbia, dramma e un bel po’ di humour, si compie così in Epilogue, solenne dialogo di violino e ukulele preso in consegna dalle impietose spire del laptop.

Riuscendo a non cadere nella facile trappola cartoon-esque, con questo primo lavoro Patrick Wolf seppe spingersi al limite di se stesso, in una vera e propria scorribanda notturna che era poi uno struggente/farneticante addio a ciò che restava dell’adolescenza (la sua, la nostra).(7.0/10)

Antitesi: il lupo perde il pelo (ma non le piume)

Una volta “rientrato” in famiglia, le idee musicali di Patrick (come la sua vita) ebbero a subire cambiamenti prospettici significativi. A parte il surplus di maturità che fisiologicamente gli portò in dono lo scoccare del ventiduesimo compleanno, c’era da mettere in conto l’intenso lavoro sulla tecnica vocale intrapreso al conservatorio del Trinity College. Inoltre, come confessato dallo stesso Patrick, grande effetto ebbe su di lui l’exploit discografico-mediatico di Antony, l’efebo-androgino pupillo di David Tibet e Lou Reed, il cui fenomenale album d’esordio (Antony and The Johnsons - Durtro, 1999) veniva all’epoca riscoperto.

Sopraffatto da quelle possibilità melodico/atmosferiche, l’apolide Wolf si ritrovò a piegare la rotta wave-pop verso trame maggiormente bucoliche ed emotional, quasi che la propria vicenda umana non attendesse altro per esprimersi al meglio. Tutto ciò appare evidentissimo in Wind in the Wires (Tomlab / Wide, 21 febbraio 2005), un lavoro che segna distanze piuttosto decise con i riferimenti noti, smorza il volume delle incursioni ritmiche d’impatto per concentrarsi sulle melodie e gli arrangiamenti acustici.

Già la copertina ci dice qualcosa: la posa da profugo preindustriale del debutto cede il passo ad un romantico primo piano sullo sfondo di bozzetti di pennuti (metafore dei due periodi che hanno caratterizzato la sua vita fuori e dentro la famiglia). Un ritrovato calore quindi, la calma e la sicurezza di chi ha buoni argomenti dalla propria, ciò che gli consente di proporre una collezione di tredici brani suonati e cantati praticamente da solo. Come sue sono parimenti tutte le liriche, e ancor più quello stile che, pur conservando un certo feeling per il gotico, acquisisce l’incanto del volo diurno.

In equilibrio tra brio sampledelico e strumentazione cameristica, Patrick si dimostra a proprio agio con una produzione più raffinata, capace di curare ogni aspetto, d’imbastire una effervescente coabitazione tra espediente digitale e respiro folk, quest’ultimo inteso come tradizionale retaggio sonico-culturale, campionario d’immagini, incubi, speranze e tremori pescati dal ripostiglio della collettività.

Il risultato è mirabile sin dall'iniziale Libertine (primo singolo estratto), un brano di gotici cromatismi e ariose melodie mittel, patinati trotti western e aggraziati riff di violino (sorprendentemente, il relativo video clip possiede un taglio ancora fortemente ottanta, con Patrick che si contorce ricordando addirittura la “like a virgin” Madonna!). Violino e mitteleuropea soffiano anche tra le saltellanti luminarie rom di The Gypsy King, nel romanticismo concitato di This Weather (metti Kurt Weill una sera a cena con Marc Almond) e tra le decomposizioni traditional di Ghost Song.

La materia è ben governata secondo il caso, che ci sia da ridurre le dosi al minimo (nel valzer ossuto di The Railway House) oppure sciorinare una pressante ritmica sintetica (sulla febbrile Tristan), quando non giustapporre andazzo pop-wave, trasporto folk à la Mike Scott (a proposito, The Wind In The Wires è un titolo dal repertorio Waterboys) e strisciante attitudine gospel (per confezionare la conclusiva Lands End). Tracce che rimangono buone anzi buonissime prove di mestiere, ottimi biglietti da visita di cui il giovane Patrick può senz’altro andare fiero.

E’ la scrittura semmai che non brilla, dimostrando eccelse potenzialità come nella struggente title track (un ballatone dalle tinte fosche per piano, archi e brezze radioattive) ma, purtroppo, solo lì. Manca quella stordente, diffusa agilità compositiva che rendeva speciale il programma di Lycanthropy (anch’esso, come questo, sorta di concept allegorico/biografico), proprio come manca un hit vero e proprio (Libertine alla fine è più charme che genio). Lacune che l’evidente maturazione (la maggior padronanza dei mezzi, il consolidamento di quell’estetica lattiginosa a sangue caldo) compensano solo in parte.

Wind In The Wires quindi non disattende né mantiene le tante promesse del predecessore, demandando ad ulteriori prove il compito di sancire l’effettiva statura del giovane licantropo. In altre parole, se Licanthropy era una scorribanda notturna, Wind è un battito d’ali sulla campagna d’Albione. (6.7/10)

Sintesi: magiche po(si)zioni electro-soul

Grande esteta Patrick. Addirittura impressionante, tenuto conto dell'età. Complimenti a lui e a chi per lui, assieme a lui – padre, sorella, grande fratello -, è stato così abile nel curare ogni aspetto della sua public image. Complimenti annunciati e nessuna truffa. Perché Patrick musicista e personaggio ci piace anche senza coreografia, non ne abbiamo mai dubitato. Lui, del resto, è un tutt’uno con la maschera. Lo si sente e lo si vede. E' quel talento innato, quell’ironia nobile che ci catturano da sempre, anche quando certi vezzi di secondo letto li offuscavano, addomesticando la passione per il bello alle tecniche e ai trip dell’esser (maschere) compiute.

Patrick, libertino e profugo della seconda rivoluzione industriale tra battiti sintetici e cuore, e poi cantore naturalista di amore e destino, Cornovaglia e chamber folk. La sintesi è per lui pozione, anzi – ehm... - una posizione, la porta per il mondo incantato, il posto efebo originario, il principio dove sessualità, gioco e comprensione delle cose stanno nell’ovatta del pre. Anche se là fuori, al riparo dello scudo dell’eleganza, c’è pur sempre pulsione e oscurità.

La white e la dark room. Altro che ambiguo, il Wolf: autoironico e compiaciuto, da sempre ci svela nelle copertine quel che ha in mente. Mutevole forma-sostanza nel rosso dei suoi capelli e negli abiti fanciulli e campestri. Sul cavalluccio in posa plastica, il ragazzone è in giostra ed è più cosa Disney gay che Tim Burton. Chiamatelo fiabesco, perché estetico è lo stile di vita non il vezzo. E questo significa una manciata di canzoni fresche come le sapeva fare quand’era a Parigi quando si divertiva a infilarsi di soppiatto nell’alta società. Con tutto che il Trinity College è servito, e scommettete un po’: adesso Wolf canta come Wolf e non più come l’Almond più il Gahan. Inoltre, press break, il ragazzo è passato alla Loog Records, sussidiaria della Polydor (vedi anche Duke Spirit, the Bravery, Soledad Brothers).

E ci sono già due singoli killer in cirolazione, uno uscito lo scorso ottobre 2006 Accident & Emergency (ospite lo spirito affine Edward Larrikin dei Larrikin Love), dove pare Bright Eyes remissato da un produttore hip hop tra un campionamento riff, contrappunto di tromba, linee dub, e un synth feeling melodico primi ’80 ai livelli migliori del nostro. L’altro, appena uscito, Bluebells nel quale si dedica a una ballata barocca delle sue per piano, violini, qualche linea sintetica a contrasto e fuochi d'artificio(!). Ma il meglio è tutto nell'album, è l'album, Magic Position: la bella Magpie per esempio, in duetto con Marianne Faithfull (alla sua prima apparizione dopo l'intervento al seno per un tumore subito lo scorso settembre), la stessa title track sarcastica e romantica (“Now now, brown cow, let me put you in the boom boom... magic position!”), il romanticismo brumoso di Augustine (chitarra acustica, voce, piano, un drumming strinito), la malinconia jazzata di Enchanted (con tanto di vibrafono e contrabbasso), le poliritmie digitali che strapazzano il pathos orchestrale di The Stars e infine - per farla breve - l'agro balletto giocattolo di Get Lost.

Il nuovo Wolf, l'avrete capito, è una festa, è la festa Wolf. E se la rima è sciolta, la stratificazione dell’arrangiamento è densissima. Ma è una produzione come si deve lontana da gessi o plastiche (se non quelle per scelta). In più, c’è tutto il suo perché dei testi, dove al solito le vicende nascoste sono sempre lì, sento non sento, vedo non vedo. Attraverso una vicenda umana che è prima di tutto musica. E che quindi appartiene a tutti, gay, etero o qualsiasi altra cosa. Bravo Wolf: sintesi compiuta.

  • Overture
  • Magic Position
  • Accident & Emergency
  • Bluebell
  • Bluebells
  • Magpie
  • Kiss
  • Augustine
  • Secret Garden
  • Get Lost
  • Enchanted
  • Stars
  • Finale
  • Bluebells

The Magic Position (Loog / Polydor/Universal, 26 febbraio 2007)

di Stefano Solventi

Non stupisce molto, a dire il vero, la bellezza di Magic Position. Questo disco senza punti deboli era la conseguenza auspicabile delle tracce sparse da Patrick Wolf lungo i precedenti spostamenti. Gratifica molto, invece, aver creduto fin da subito al talento di questo ragazzo dall'aria così spersa e fragile ma con l'avventatezza – il coraggio – di mettersi totalmente in gioco, senza che questo abbia mai significato bruciarsi o svendersi. Un gioco organizzato al meglio, affidandosi alle sensazioni più consone. Scegliendosi gli abiti del caso.

Oggi, gli occhi appiccicati alle vetrate caramellose della malinconia, Patrick sa ridere con grazia e piangere con stile. Affascina, stordisce, contagia. Strattona e blandisce sì, ma coi modi di chi ha ricevuto la migliore educazione. Anzi, l'educazione migliore: quella della vita. Gli strumenti sono sempre quelli, però mai tanto ben immischiati gli uni negli afflati timbrici degli altri: pianoforte, violini, synth noise, chitarre agre, giochini digitali, drum machine, ottoni... Certe ferite invisibili dell'anima diventano canzoni dal pathos stordente, assolte sul punto di collassare da una presenza sonica nitidissima, vivida, strutturata senza mai perdere il filo della pura espressività (la straordinaria Magpie assieme alla graditissima ospite Marianne Faithfull, una Bluebells che sembra Nick Cave sotto una pioggia di fuochi d'artificio).

E cosa dire della voce? La voce è oggi la sua voce, quella di un ragazzo che è fuggito da lupo per diventare uomo, con evidenti tormenti in via di assestamento, con ombre di trascorsi amori wave (i Dave Gahan, i Marc Almond) in fase di definitiva metabolizzazione (ascoltate con quale nuda franchezza interpreta Enchanted o il gaio entusiasmo che espettora nella title track). Le sue danze sono spasmi giocosi, fantasie screziate di colori e reminiscenze, un frizzante struggimento capace di mandare i Cure nel minipimer assieme agli Eels (Get Lost), i Depeche Mode tra glasse Sgt Peppers (Accident & Emergency) o il marzapane dei Mùm tra seducenti nuances bjorkiane (la stupenda The Stars). Il ragazzo è cresciuto. Molto. (7.5/10)