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Paolo Benvegnù

di AA.VV.

 

 

 

  • Il mare verticale
  • Cerchi nell'acqua
  • Io e te
  • Il sentimento delle cose
  • Fiamme
  • Suggestionabili
  • Brucio
  • E' solo un sogno
  • Only for you
  • Quando passa lei
  • Catherine

Piccoli Fragilissimi Film (Stoutmusic/Santeria/Audioglobe)

di Stefano Solventi

C’è chi sostiene che Paolo Benvegnù – ormai da troppo tempo ex leader degli Scisma – sia un presuntuoso. Ne sono convinto anch’io, e penso sia un bene. Credo che la presunzione sia un concetto generalmente disistimato, soprattutto perché - seppure a diversi gradi - lo ritroviamo alla base di qualsiasi forma espressiva.

Nello specifico, ogni musicista è un (po’) presuntuoso. Soprattutto un musicista rock, che bene o male deve mettersi in gioco anima e corpo, rendere oggetto e soggetto dell’espressione anche (soprattutto?) l’evidenza di sé.
Un gioco che si può interpretare in modi diversissimi, ma da cui non si scappa: all’estremo, anche l’assenza diventa un “aspetto” che connota – direttamente o di rinterzo – la sostanza sonora, anch’essa ingombrante, sonante, “presuntuosa”.
Quanto a Benvegnù, ben venga la sua presunzione d’artista “superiore-alla-media”, deus ex machina piovuto su uno stallo pernicioso a ravvivare e innescare, a incantare e dannare. Con gli Scisma fece o tentò di fare – tolte certe inevitabili cadute di tono – esattamente questo, non certo da soli ma quasi da soli nel pensarsi grandi, debitori e non succubi del patrimonio artistico d’oltreoceano e d’oltremanica e d’oltralpe, oltre a ciò testimoni di una tradizione canzonettistica nazionale in cui non tutto è da buttare anzi (da Tenco a Paoli, da Endrigo a Battiato…).
Riguardo al presente debutto da solista – in anticipo almeno in questo rispetto al collega, amico e altrettanto celebre “presuntuoso” Manuel Agnelli – quanto scritto finora torna più che comodo. Perché è in effetti un disco ambizioso, capace di mettere sul piatto tutta la perizia maturata sul campo in qualità di producer (per Endura, Nordgarden e Brychan tra gli altri) nel definire arrangiamenti flagranti, ricchi, ipertesi. Chitarre, basso e batteria certo, ma anche pianoforti e rhodes, vibrafoni e percussioni, mellotron e farfisa, archi e moog. Tutti applicati copiosamente e coscienziosamente, ricercando in ognuno il pulviscolo timbrico e la versatilità, la dinamica e la persistenza.
Qualità che quando s’incontrano con felici intuizioni di scrittura fanno sbocciare autentici gioielli, su tutti l’iniziale Il Mare Verticale (titolo preso in prestito dallo stupendo romanzo di Giorgio Saviane, dal quale a tratti sembra mutuare la meditazione sull’archetipo nel processo di auto-identificazione), splendida ballata folk-jazz tutta sospensioni e rilasci che monta proprio come una marea fino al frangersi conclusivo.
Il contrasto a più livelli tra piano indolenzito, drumming palpitante in aspro primo piano, vibrafono trasognato, lo starnazzare malinconico degli ottoni e il trepidare discreto degli archi sullo sfondo costituisce un insieme forse eccessivo, ma appropriatissimo quale mezzo di contrasto per la voce amabilmente sgraziata di Benvegnù. Un po’ di brainstorming: Tenco e Wyatt, Marco Parente e Terry Callier, Gino Paoli e - massì - il Thom Yorke di Sail To The Moon.
Niente di ciò che segue – purtroppo – regge il confronto, pur non mancando azzeccate situazioni d’incantevole equilibrio/squilibrio tra languore estetico, meditazione poetica e pulsione vitale (buona anche se un po’ didascalica Il Sentimento Delle Cose – da qualche parte tra Battiato e Gazzé - dolciastra e straniante È Solo Un Sogno – allucinazioni beatlesiane in sinuosa deriva chansonnier – svenevole e incantata Quando Passa Lei – omeopatia gospel-soul in sospensione amniotica, marcetta tra cori di panzucchero, organino campo-di-fragole e allucinazioni insidiose di synth e sax).
Altrove si avverte il cedimento a forme pop vestite sempre con cura, tuttavia risolte con semplicismo melodico quasi irritante (Cerchi Nell’Acqua, Suggestionabili, Only For You), mentre episodi come Io E Te e Fiamme fanno perno in maniera eccessiva su stranianti situazioni ritmiche e d’arredo – nella prima un piano tra minimalismo jazzy e accademia, canto acidulo, fraseggi di corde tra il post strinato e l’evocativo floydiano, nella seconda slittamenti atonali di voce, campanellini, legni e armonica – finendo col sembrare più interstizi atmosferici che altro.
Catherine chiude tirando le fila e aggiungendo qualche altro ingrediente: jazz contagiato di psichedelia, melodramma di un corpo/un destino a perdere, claudicante interazione tra archi, piano e synth, una melodia scivolosa, cupa e volatile, chorus che non mantiene le promesse dei versi riciclando cascami e bagliori sixties, una chitarra che non trova la miccia che dovrebbe (vorrebbe) accendere. Segue una breve ghost track, bruma d’archi in cinematica dissolvenza, non so se più inutile o pretenziosa: ma in fondo non erano piccoli fragilissimi film?
Dicevamo, la presunzione: ha un certo fascino, è lecita e auspicabile quando usata come trampolino per superarsi. Cosa che in questo disco avviene spesso, pur cadendo qua e là – inevitabilmente - in un semplice, stucchevole amor di sé. Con tutto ciò, voglio dire, va bene così. Non sia mai che Benvegnù divenga d’un tratto modesto: sparirebbe, semplicemente, come titoli di coda di se stesso. (6.1/10)

  • La schiena
  • Amore santo e blasfemo
  • La peste
  • Il nemico
  • La distanza
  • Interno notte
  • L'ultimo assalto
  • Jeremy
  • Sintesi di un modello matematico
  • Cinque secondi
  • 1784

Paolo Benvegnù – Le Labbra (La Pioggia / Venus, 15 febbraio 2008)

di Andrea Provinciali

Le Labbra non tradisce assolutamente l’ermetismo di Benvegnù, anzi. Ne consolida ancor più i confini proteggendone la Verità, la Sua Verità. La stessa che venne corteggiata e raggiunta ben quattro anni fa in Piccoli fragilissimi film – debutto solista dopo l’esperienza Scisma –, accarezzata e baciata in 14-19, l’ep uscito lo scorso gennaio, e infine innalzata e custodita in questa sua ultima fatica autoprodotta. Verità che però mai viene rivelata. Come se renderla pubblica significasse corromperla. Essa è rimasta e rimane privilegio di pochi, se non addirittura esclusiva del suo Amante. A preservarla ci pensano queste undici tracce che, muovendosi con sicurezza tra pop d’autore, incursioni jazz e digressioni art-rock e impreziosite da un ottimo lavoro di orchestrazione sottostante, confermano la maturazione stilistica raggiunta dal Nostro. Infatti, stavolta, non si registrano cadute di tono dal punto di vista musicale. Un pop d’autore che, oltre alla migliore tradizione italiana, riesce ad evocare perfino i Radiohead (come nel finale strumentale di La peste) tanto è ricercata la costruzione armonica delle canzoni. Lo sforzo maggiore, ora, risiede nel comprendere la poetica dell’album.

Presunzione, autoreferenzialità e pretenziosità: queste sono le maggiori critiche mosse a Benvegnù da chi si sente escluso a priori dalla sua arte. Ma in Le Labbra questa sensazione di emarginazione non è che un’illusione iniziale, una resistenza mentale a qualcosa che di razionale ha veramente ben poco, perché facente parte dell’inconscio collettivo. Per entrare al suo interno occorre attenzione e arrendevolezza allo stesso tempo: farsi inebriare dalle parole senza chiedere, farsi sedurre dalle melodie senza desiderare. Una resa incondizionata, un’inevitabile deriva, proprio come avviene tra due amanti. Ecco: l’Amore. Questo, il tema principale dell’album. Inteso in ogni sua più disparata accezione. C’è quello fisico di La schiena, quello sofferto e drammatico di Il Nemico (indubbiamente il più riuscito e commovente episodio dell’album), quello malato di La peste, quello ideale di 1784, quello sacro e profano di Amore santo e blasfemo. Proprio come le labbra per l’appunto: che baciano, sussurrano, urlano, mordono, sfiorano, pregano, per rimanere, infine, senza parole. Virtù, quella di concedere emozionalità e profondità alle liriche senza mai scivolare in alcun sanremese/italoide luogo comune, da non sottovalutare in questi tempi di superficialità e apparenza dilaganti. Sicuramente uno dei miglior album italiani del 2008. “Tu non sei da salvare, sei da innalzare, da rimanere senza fiato per non parlare” (7.2/10)