Una ricerca spasmodica nelle viscere dell'ascolto. Suoni puri al limite della sopportazione umana, che entrano in contatto diretto con la fisicità e colpiscono l'organismo là dove nessuno è mai arrivato. Chimici indecifrabili di asettiche sonorità corporee. I Pan Sonic e l'esperienza acustica del terzo millennio.
Si sono trincerati in una stanza per dieci ore, senza cibo e senza acqua. Soli con la loro musica: un flusso di basse frequenze sparate a 125 decibel. Non si chiamavano Panasonic e nemmeno Pan Sonic e se il loro marchio rispondeva al nome di Ultra 3 o Sin Ø poco importa, lo scopo di allora è identico a quello di oggi: infliggere e (prima di tutto) infliggersi particolari vibrazioni acustiche, indagare sugli effetti di queste sul corpo prima ancora che sulla mente.
C’è un qualcosa di affascinante, morboso e sottilmente temibile nell’arte di Mika e Ilpo: la loro è una musica a forte impatto, un’ossessionante susseguirsi di modulazioni di toni puri, pulsazioni, scarti di suoni, folate radioattive che assieme formano una fauna di vecchi dispositivi elettrici dimessi, ma ancora in grado di produrre minacciose conseguenze sull’organismo.
A dieci anni buoni dalla prima prova in studio, assimilato a fondo l’amalgama sonico, assuefatte le orecchie alle elettroniche glitch e lo-fi d’ogni tipo, a stupire la nostra urgenza d’ascolto non è tanto l’originalità estetica dell’opera sin qui prodotta quanto la ricerca ivi sottesa, uno screening che reclama audace il contatto profondo con l’organizzazione sonora.
Quale scopo si nascondeva nel diffondere portentose sub-frequenze attraverso un’automobile armata di migliaia e migliaia di watt in un parcheggio nell’East End londinese, o nell’ascolto forzato di rudi suoni meccanici nel bunker di Beaconsfield per sei ore al giorno (e per tre settimane consecutive) se non quello di indagare nelle viscere dell’esperienza acustica?
Pur con i dovuti distinguo, una ricerca così radicale - noncurante dei danni che potrebbe arrecare al corpo - potrebbe avvicinarsi per spirito alle performance neo-espressioniste dei ’70 (ad esempio un Gunter Brus che si martoriava con pesanti sevizie), tuttavia quello di Mika e Ilpo è un background assai differente.
I due finnici non sono cresciuti nel clima politicizzato delle avanguardie di quel periodo burrascoso, bensì in quello dell’apolide e anarchico movimento Techno. Furono loro i promotori dei primi rave illegali a Turku, imbastendo poderosi sound system, ed è attraverso queste feste che è nata con tutta probabilità quell’ossessione materica che li ha spinti così in là nella ricerca delle vibrazioni in grado di invadere letteralmente e inesorabilmente l’organismo, di produrre degli effetti su di esso.
Non solo, se da una parte solo la techno nella sua accezione più pura è la più adatta a concepire l’impersonalità dell’arte pansonica, è senz’altro nelle viscere dell’Industrial dei Throbbin’ Gristle e dai pulpiti degli idolatrati Suicide che l’altro lato del loro sound prende pesantemente forma.
Pan Sonic è quindi un paradigma in musica, un ambiente a sé con cui l’ascoltatore deve fare i conti più che semplicemente ascoltare. E’ l’esperienza dell’ascolto quella messa in atto.
Non a caso la prima traccia di Vakio (Blast First - Mute / Demos, settembre 1995), primo album a nome Panasonic, è caratterizzata dalla presenza di un unico tono o test-tone (un singolo segnale di frequenza standardizzato, utilizzato per settare numerose apparecchiature elettroniche e generato elettronicamente): un suono puro, continuo e questo sì inumano, che prepara all’ingresso in un mondo con cui relazionarsi solo attraverso la scoperta, l’esplorazione di un qualcosa che non è nato per essere fruito e perciò è ostile, scarno, silente, indecifrabile. Evidenza di questo è l’aneddoto relativo al terzo brano dell’eppì Mikro Makro (Raster Music, febbraio 1997) a nome del solo Vainio, che pare aver causato veri e propri torcicolli, mal di gola e di testa (e questo sembra a prescindere dal volume a cui erano stati somministrati) ad alcuni fan. Come quel caso della morte di una vacca che pascolava nei pressi di un recente live act dei finnici (evidentemente allergica a alcune frequenze).
Sono tutti segnali di una ricerca morbosa attorno a quel monolite oscuro che è l’esperienza acustica: un obbiettivo chiaro, perseguito con cocciuta tenacia, che non ammette altro che tecnologie analogiche (come afferma perentorio Mika). Non sorprende pertanto che Mika e Ilpo da sempre commissionino a un tecnico di fiducia, Jari Lehtinen, la costruzione dei loro macchinari, attrezzature che hanno preso i nomi di fishing box (un synth con dodici oscillatori) typerwriter (un piccolo synth) e John Holmes (un tubo infrasonico lungo sei metri), speciali congegni che, assieme a una Roland 808, costituiscono il definitivo arsenale del combo.
Mika Vainio, il più taciturno del duo, incontrato assieme al compagno Ilpo Vaisanen nel backstage del TPO, un paio d’ore prima della performance bolognese, spiega che la sua musica suscita varie reazioni e stati d’animo presso l’audience, ma quando parla per sé ammette che quanto lo affascina viene prima di tutto. Il suo sembra essere un percorso esplorativo intimo, solitario, viscerale, lontano dalle persone e dalla socialità. Emblematico in tal senso quanto ha dichiarato a proposito di un lavoro solista intitolato Tetra (Sähkö, gennaio 1998): “lavoravo in una fabbrica di medicinali, dove ero impiegato nella produzione di capsule anticoncezionali. Ogni giorno salivo su di un nastro trasportatore che mi conduceva prima in una stanza di raccordo, dove venivo disinfettato, e poi in una grande e bianca hall dove iniziavo il mio mestiere. Volevo che l’album rispecchiasse lo stesso ambiente ultra neutrale, volevo fornire uno spaccato di un mondo di insetti, batteri e microbi completamente privi di sentimenti e coscienza, ma che tuttavia possiedono un preavvertimento sulla presenza di qualcosa di invisibile dietro a tutto questo”.
Proprio questa premonizione s’avvertiva al Link di Bologna lo scorso 16 ottobre 2004, dove un poderoso impianto sonico pareva aver proiettato il pubblico in una simulazione sismica. A tramare era tutto il corpo, e pure i peli del naso non rimanevano immobili di fronte a quella vera e propria invasione acustica.
Nella sua impassibilità, nel suo ripetersi uguale a se stessa incessantemente, e nel suo presentarsi stoica ma con quel retrogusto d’inconoscibilità, la musica dei Pan Sonic in quel concerto (proprio come quello memorabile tenuto in occasione dello scioglimento degli Swans) ha dato le conferme e le certezze di sempre: l’essere materica e spaziale prima d’ogni cosa. Proprio come l’oscillatore che anima da sempre il video alle loro spalle durante i live show: una linea (o un cubo) che si muove al ritmo delle frequenze dei suoni.

Un quadruplo disco. Quasi quattro ore di musica, come testimoniato dalle cifre che compongono il titolo dell’opera, nonché dal ‘4’ finale, se fosse ancora necessario ribadire il concetto.
Quando ci si trova di fronte ad esperimenti faraonici del genere, viene spessissimo da calibrare valutazioni di un certo peso (“La summa della loro arte”, “La loro Bibbia”, “Tour de force rappresentativo di una carriera”, “Suprema sintesi riassuntiva” e via dicendo); in effetti le aspettative per quest’album sono alte, pari forse alle perplessità che hanno suscitato le recenti prove della ditta Vainio e Vaisanen. Soprattutto in occasione dell’ultimo Aaltopiiri (Mute, 2001) il duo, coerentemente con quanto sviluppato in precedenza, aveva disinnescato quasi del tutto la componente ritmica per asservirla a lunghi (quanto interlocutori) ondeggiamenti siderali.
La forma estetica avrebbe potuto benissimo richiamare alla mente l’affascinante finale del film The Thing di Carpenter dove i superstiti di un eccidio horrorifico, procurato da bestie mutanti infettate da virus alieni, consumano le loro ultime ore di vita fuori di un hangar distrutto nel mezzo dell’inverno polare attendendo cosÏ soccorsi che non arriveranno… mai.
Quest’immagine bellissima, simbolo di una catarsi terminale e del congelamento definitivo di un segreto che toglierebbe la fede anche al papa, è la misura di un qualcosa che non può – o perlomeno non dovrebbe – essere riesumato, pena l'incorrere in gravi speculazioni e meritate critiche. E infatti, partito dalla techno più minimale, il sound dei (pan)sonici ha finito per lasciare sul palato degli ascoltatori un sapore sempre più forte d'autoindulgenza.
In nome di una supposta sacralità di forme minimali e imperturbabili, non soggette ad obsolescenza per fedeltà e credo verso un dogma inscalfibile, potrebbero venire impunemente pubblicati centinaia di Aaltopiiri. E se d'altro canto questa provocazione fosse perpetuata, non sarebbe neppure una novità, se si tiene conto dell'immensa opera merzbowiana (Merzbow, tra l'altro, ha collaborato coi Pan Sonic proprio nel 2003 in un live dal titolo V per la Victo)… Dunque (benché il mercato globale lo permetta, garantendo come sempre un minimo di tornaconti), per quanto ancora diluire quella che era una potente idea iniziale in una serie di cloni più o meno riusciti? Dovremmo forse aspettarci, come coraggiosamente ha tentato Oval, un kit software allegato al cd che permetta di suonare noi stessi la musica del duo? La rispostaè al tempo affermativa e negativa.
Forte di un'estetica che i Pan Sonic (con o senza A) necessariamente devono perseguire, Kesto non può che essere costituito dai sample e dalle suggestioni di sempre – accozzaglie di rumore electro (Vakio), minimal techno (Kulma), ambient drones (Rude Mechanic); tuttavia l’idea che pare animare questo progettone si avvale di una nuova prospettiva sull’oggetto musicale.
Questo quadruplo album pare infatti essere animato da un processo di smaterializzazione, che da un evo riesumante le allucinazioni psicotiche della New Wave più pestifera (Suicide) e dell'industrial più minaccioso (Throbbin' Gristle) - tra Endless, l’album a firma Vainio/Vaisanen/Vega e le performance più agguerrite del duo, continua in un limbo di ritmi e sequenze interlocutorie (come a voler sfaldare l'impeto Clock DVA in scorie radioattive), giungendo infine a fluttuazioni isolazioniste sulla falsariga della scuola di Mick Harris e co. (Lull, Scorn, James Plotkin, Main), o alle tracce chiusura autechre-iane messe nel congelatore.
Alla luce di tutto questo, Kesto è un cubo Borg che viaggia nel tempo, una mirabile e a dir poco pretenziosa rilettura del suono electro - dal verbo di Alan Vega e Martin Rev allo sguardo sul futuro - dove la materia prima viene sfruttata come lente per amplificare o dissimulare generi storicizzati ben precisi, una Recherche (alla maniera di Proust) in quattro volumi sulle evoluzioni glitch più recondite.
L’esplosione sonora che apre il primo disco si pone come antipasto noise a successivi ritmi pulsanti e marziali: squarci di brado umorismo (Rahina I/Mayhem I), cascate free-form abrasive (Mutator), continui franamenti e decelerazioni (Louhi), aperture dark ambient con ispessimenti jungle (Gravity), techno sincopati con echi e riverberi di sublime alternanza vuoto/pieno (Fugalforce, Mayhem III), trance dall’andamento roccioso (Mayhem II), attacchi squadrati, aperti a minime improvvisazioni; il tutto sempre in bilico di una crisi mistica, che sarà il leit-motiv del monumentale impianto strutturale.
Nel secondo album alla detonazione abrasiva si sostituisce il sibilo cosmico, le rielaborazioni sono più libere, la fucina ritmica è cadenzata e inesorabile: danze di microrganismi glitch, hip-hop di presenze aliene, cyberpunk in crescendo (Cable 5, uno dei momenti migliori dell’intera opera) e persino modulazioni lo-fi vanno a formare un primo mosaico fino a Throbbing, spartiacque di un’ulteriore separazione. Il richiamo a quei Gristle in missione presso le anime morte si compie attraverso dub narcotici e riverberi di un luogo carico di energie di un passato eccidio; da lì in poi, l'orbita in picchiata: soliloqui robotici ai quattro angoli del cosmo (Exposure), sincopi che rimbalzano nel vuoto, il vagare indefinito di astronauti sperduti nello spazio.
Nel terzo capitolo la stasi acquista in rarefazione e mistero: in Inexplicable il fine lavoro digitale in sottofondo porta a un solenne dialogo tra l'umano e il proprio ambiente (non umano), mentre Ilma/Air, forse il picco del disco, sussurra conversazioni su tornanti lenti e catartici. La trasfigurazione è ormai compiuta e l'altopi(ri)ano dei pianissimo atmosferici, dei misteriosi tonfi stellari in lontananza e delle gelide folate è oramai raggiunto.
L'ultimo capitolo di questa ostica saga ultra-cosmica e ultra-terrena è una lunga composizione della durata di più di un’ora, Radiation (altra citazione, questa volta dei Suicide, S/t [Second Album], 1980); forse, per intenti, impianto e svolgimento, è il capolavoro dell’intera opera, la degna e estrema chiusa di quanto ascoltato in precedenza o, quanto meno, l'espiazione dei delitti compiuti negli ingranaggi della meccanica analogica. Questa suite finale rappresenta così il trapasso a dimensioni sovrannaturali e immateriali, sonda dell’ipercinetico impalpabile, rituale scenico antigravitazionale in completa assenza di tempo e spazio, Sister Ray a volte eccessiva eppure troppo stordente, Krautrock (Faust) come oscilloscopio spazio-temporale che non conosce sosta, implosione silenziosa e microtonale. È un ascolto (non serve dirlo) complesso e più che ostico, l’ultimo disco dei Pan Sonic. Ma sconsigliamo approcci distratti e smozzicati: quella che caldeggiamo è una lettura globale, masochista e panica (appunto), rituale religioso senza dio né monoliti, preghiera collettiva di Borg per i quali l'estate "non è rilevante".

A ben sette anni di distanza dalle session che portarono alla realizzazione del granitico e fiammeggiante Endless (Mute, luglio 1998), arriva nei negozi la restante tranche della fruttuosa collaborazione tra i Pan Sonic e il frontman dei Suicide, Alan Vega. Il motivo di tanto ritardo è dovuto esclusivamente a problemi dei finnici con l'etichetta Mute, e conclusi gli impegni legali con la pubblicazione del quadruplo Kesto, l'album esce in tutta freschezza per la viennese Mego.
Freschezza si fa per dire… sorta di gemello deforme, nascosto e poi abbandonato, Resurrection River, è una raccolta decisamente virata sul downtempo che scruta il vuoto con il vuoto, quando Endless faceva lo stesso ma avvalendosi del white noise.
E con il newyorchese a ansimare e contorcersi come ai tempi delle installazioni sonore pre Suicide (presenti nella ristampa dell'album The Second Album a nome The First Rehearsal Tapes, Blast First / Mute 1999) - non c'è santo che tenga - è come trovarsi nel vicolo più desolato della Grande Mela, cento leghe sotto i giochi machisti dei guerrieri della notte, affogati, piuttosto, nei torbidi incubi eroinomani del cineasta Abel Ferrara.
Dal versante puramente sonico, pur nella prevedibilità di mezzi (di cui i Nostri vanno fierissimi), le trame - salvo le più accessibili come Resurrection River - sono caratterizzate da brulichii minimali e ritmiche dark-ghetto e industrial, manti radioattivi e olezzi di morte, come accade (tra scansioni ritmiche da Trans Europe Express, riverberi vocali e sirene di automobili della polizia) in Chrome Z-Fingers 2003, oppure nelle uterine iridescenze di Black Crucifix, e nei rilasci narcotici di So Tired, i brani più rabbrividenti e affascinanti. Da altre parti non mancano le fughe da New York (I Got Wheels, I Got Nails), i voyerismi cinici (It's Violence) e neppure quei tocchi d'autoironia (il Suicide in stile cantante dei Residents, il duo folgorato dal gospel nella fantastica 11:52 pm; i giochi onomatopeici di Sellin' My Monkeys) che al mesmerico cantante non mancano mai e lo tengono in vita …pure da morto!
Le tre V puntate non hanno rivali. Il loro è l'industrial del nuovo millennio e, a dire il vero, l'unica resurrezione possibile del genere.
Pure industrial leather. (7.0/10)

John Duncan e Pan Sonic. Già sulla carta il connubio sembra funzionare. Da una parte la fisicità dell’artista che ha martoriato il pubblico delle gallerie d’arte e quello dei festival delle avanguardie con performance scabrose e urticanti, dall’altra i due finnici, anch’essi estremisti e amanti della corporalità come dell’essenza della vibrazione acustica.
Il risultato è potente e retorico come ce lo si potrebbe aspettare: con una prima parte (circa venti minuti) caratterizzata dalla short-tronica di Duncan, ovvero da un white noise avvolgente e lancinante formato da segnali radio opportunamente manipolati (…per far sanguinare le orecchie ovviamente), e una seconda dominata dai finnici alle prese con il lato più isolazionista e abbandoned del pansonic sound tra Aaltopiiri e l’ultimo episodio del cofanetto Kesto, ovvero tra distese di ghiacci e ping di sottomarini, oscure modulazioni elettroniche e flebili melodie catartiche.
Il place to be dell’opera è di certo un’installazione di Duncan (dove non si può settare il volume in partenza ma lo si subisce e basta), e decisamente sono i suoi minuti iniziali i più interessanti del platter. Un lavoro prescindibile ma neanche troppo: potrebbe nascondere alcuni scampoli del genio dei suoi autori, a voi l’ardua sentenza. Per quanto mi riguarda il voto è (6.5/10)
L’album è disponibile solo per mail order tramite la netlabel Allquestions

Potremmo intervistare Mika e Ilpo anche fra dieci anni e avremmo sempre le medesime risposte: “we just play music”, dove quel “just” equivale a dire che i due suoneranno sempre - e unicamente – per mezzo di apparecchiature analogiche assemblate da un amico di “famiglia”; non utilizzeranno synth o sample digitali salvo in rari casi (e se fosse per Mika, mai); infine non cambieranno mai l’oscillatore video (anch’esso analogico), tanto meno registreranno diversamente se non dal vivo su DAT (senza overdubs chiaramente). Punto.
Dunque potrebbero queste teste binarie (che odiano i bit) trovarsi bene in un contesto anche lontanamente contingente? Certamente no, infatti dopo essersi autoesiliati (!) dalla Blast First gestita dalla Mute (passata sotto il controllo EMI), i due si sono trasferiti nella più agile Blastfirst (Petite) con la quale usciranno anche le prossime (due) uscite a firma Pan Sonic. Stoicismo e immobilità? Sì (come no), Katodivaihe è un lavoro che affronta in maniera maggiormente diretta il dub, poi il funk e persino l’(hard) rock, e se questo già non è poco (per loro), troviamo pure l’ospite: la giovane islandese Hildur Gudnadottir al violoncello (già nel duo Angel a firma Schneider Tm e Ilpo Vaisanen) ad aggiungere al sound un tocco cameristico (e gothic) in brani come Virta (immaginate un incrocio 4AD e Autechre), oppure una mimesi tra pittura astratta e digitale (pardon, analogica) in Hyonteisista, oppure semplicemente un sibilo cosmico (molto Karlheinz Stockhausen e Sun Ra) in Suhteellinen. Conoscendoli, dove c’è addizione c’è pure valenza opposta, dunque piece avanguardiste - solitamente lasciate alla sterminata geografia dei titoli solisti - come Kertsilogia (suoni nel vuoto, echi, piccoli glitch e silenzi direttamente dal catalogo Vainio), oppure lancinanti improvvisazioni da motosega (la citata Suhteellinendalla discografia Angel-Vaisanen).
Naturalmente non possono mancare le track figlie tanto di Kesto quanto di Kulma(Laptevinmeri, Kuumuudessa Muodostuva), con almeno due momenti d’alta classe: il riff sotto forma di esplosione acquatica di Lahetys (alzare il volume please) e le basi Throbbing Gristle / Suicide di Virta 2. Giusto sotto, i giochi di quest’ultime nel bitume subatomico del basso (e attitudine metal) di Koneistaja, o nei glitch insettoidi di Hyonteisista (tra pause e effetti).
Che dire, un album variegato e dispersivo, dove è senz’altro la parte industrial a far da caparra (anche i micro suoni glitch insettoidi sono interessanti) e nel quale non mancano neanche i difetti: la Gudnadottir non sempre perfettamente inserita, e soprattutto alcuni aspri momenti impro che odorano di autoreferenzialità, anzi di prevedibile impermeabilità (ascoltate anche il recentissimo lavoro di Mika Vainio, Revitty, Wavetrap, aprile 2007 per farvene un’idea).
Un monolite in transito. Quello di Odissea Nello Spazio però. Mica ma… (7.0/10)