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Gli OvO sono il progetto in cui s'incrociano la multiforme attività di Bruno
Dorella (già coinvolto con Wolfango, Ronin, Bugo nonché boss
e mentore di Bar La Muerte) e Stefania Pedretti delle Allun. Cicatrici è il
loro secondo album (non contando lo splendido split con i Rollerball e
un paio di ep), quello in cui il progetto sembra assestarsi su visioni
più definite, anche se in tal caso definirsi significa mettersi
in pericolo, minarsi le fondamenta, un eccedersi sonico.
Una proposta più ostile che ostica, e anche in questo più colposa
che preterintenzionale. Difficile seguirne gli spostamenti sulla cartina di
stili e propensioni (impro, noise, no-wave, squarci psichedelici, collassi
jazz, epilessie post-punk
) che semplicemente vaporizzano nellimpeto
della raffigurazione.
Destrutturazione e improvvisazione cedono il passo ad una sorta di sospensione:
di suoni e rumori sul punto di organizzarsi in musica, di fonemi che sinterrompono
sulla soglia del senso compiuto, i nervi scoperti e i tessuti a nudo, coagulati
da un vago allarme o un'angoscia stridula, un esistere furioso, defraudato,
indolenzito.
Se ad inizio programma Candida (corde arpeggiate, pizzicate, riverberate,
un frinire fragile e lacerante di violino, un gracidare nero come filo spinato,
partecipano Bill Horist - chitarrista avant di Seattle - e Fabrizio
Palumbo - chitarrista dei Larsen) sembra voler apparecchiare la
scenografia e consolare in anticipo il cuore, la successiva La Peste è già l'abisso
in cui cadiamo, il passo definitivo: hard-blues animalesco, percussività smaniosa
e marziale, aspri fendenti di chitarra in groviglio distorsivo, il primo Nick
Cave in overdose d'anfetamine, il canto di Stefania come una Kim Gordon trascinata
allinferno per la chioma, tra invettive e invocazioni, tra dolore e ultima
ribellione.
Art-noise e rumorismo convogliano quindi in strutture lancinanti e spietate,
che siano propulsioni post-punk dal piglio sardonico come marionette killer
(La Saponatrice Di Ferrara), blues narcotizzati sul ceppo del boia con
slabbrature al limite del doom metal (Ombra NellOmbra), farfuglii
e frattaglie soniche su pulsazione robotica (Efesto) o servite assieme
a dissoluzioni aritmiche come antipasto prima di un sushi di circuiti al metadone
(Spezzata).
Con LAnno Del Cane prima (ritmica dance allestita da un robivecchi
e canto improbabile da muezzin abbarbicato sulla Grande Muraglia) e Phiphenomena poi
(nientaltro che la voce ed effetti di violino, ma è come tentare
di sintonizzarsi su una stazione a onde corte in mezzo ad una tempesta atomica)
il disco raggiunge e ribadisce una specie di incandescenza, il tremore dun
trapano nel cervello, luce bianca che cancella le zone di grigio e appiattisce
lo scenario, decretando una intimità irrimediabile al cuore stesso del
delirio.
Chiude una brevissima (un minuto) pastorale folk, solo chitarra e... Un violino?
Una diamonica? Il titolo, Signora Bella Con Cane Gentile, è il
modo in cui una bambina ha battezzato Stefania la prima volta che lha
vista, e fa venire in mente quella speranza-sguardo che illumina le cose. La
credevamo morta, e invece, forse, no.
Alla fine ti rimane non lo sdegno ma piuttosto il raccapriccio di stare a queste
condizioni su questo mondo, cicatrici appunto che presuppongono ferite, però senza
sangue che fiotti a rendere iconica la flagellazione, semmai unimplosione
dolorosa che rimbalza fin dentro le ossa e sceglie lanima come il campo
di una battaglia senza codice né quartiere.
In tutta franchezza, preferirei che non ci fosse bisogno di dischi così. É che
le ferite non smettono mai di aprirsi, ed ognuna si apre (anche) per noi. Toccano
a noi le cicatrici, che lo vogliamo o meno. (7.4/10)

Stefania Pedretti, artista multiversa, attrice, performer, grafica, modista, musicista. Già nelle Allun, già negli OvO, avvezza quindi alla terminologia "contraria" - da intendersi/leggersi nella tensione del rovescio speculare - battezza il proprio alter-ego ?Alos e lo collauda col primo album in solitario Ricordi indelebili. Frammenti mnemonici annotati cronologicamente ma anche sensorialmente (Profumo 1994) ed esistenzialmente (la lunga, decisiva, conclusiva Sola). Le corde di chitarra e violino pizzicate, accarezzate, scorticate. Percussioni frastagliate e crude. Gli strali digitali, il delirio essenziale dei loop. Quel canto in-sensato (fonemi che ricordano soltanto l’inglese, progettati per suonare e non per significare) da bambola sbuzzata (21 gennaio 2003), da geisha isterica (27 gennaio 1997), da wave-marionetta tipo Tom Tom Club in overdose d'elio (la già citata Profumo 1994). Un autodafè buffo e terrificante tra guaiti storti e ghigni fetidi, funk devoluto, house quadrata, samba iperrealista, brush sintetici e conati viscerali.
A suo modo è un disco pop, attraversato da una potabilità inattesa, che però rifiuta l'anestesia fondante il pop stesso, quella pratica di piacere senza conseguenze, di coito senza concepimento. Quindi Stefania/?Alos si tuffa nella mappa della memoria mettendo in scena fettine di se stessa, la rabbiosa disperazione schizoide (Autunno 2004), il delirio mordace (Luglio 1996), cicatrici su cicatrici (gli scarni errebì gemelli, vagamente waitsiani, di Aprile 1999 e Marzo 2003). Dimenandosi come una danza che dentro s’incendia, di cui vediamo solo un riflesso stilizzato, una coreografia simbolica, constatata l'impossibilità - la vanità - di un'accordatura tra il “dentro” e il “fuori”, come sembra alludere la scricchiolante peregrinazione degli archi in 29 Aprile 2004 o il sequenziale incanto cameristico di Dicembre 2005. L'ultima traccia, dunque, è lo smascheramento della pantomima, il rovesciamento - una volta dissipato l'interrogativo - del nome de plume: Sola raccoglie gli sgocciolii e gli umori in un crogiolo spento, valzer lugubre di piano, corde vocali e di violino straziate, filamenti di tenerezza in disarmo e spossata smania animale. Un disco pop, come no. (7.2/10)

Teatrale e imprevedibile. Se proprio si dovesse riassumere in una manciata di aggettivi (speriamo non ce ne sia mai bisogno!) la musica del duo italiano, questi sarebbero senz’altro i più pertinenti a descriverla. Il coinvolgimento emotivo che suscita la violenza ai limiti dell’eccesso del linguaggio musicale utilizzato da Bruno Dorella e Stefania Pedrelli sfiora, accarezza la follia in un vorticoso spingersi verso sonorità aliene e alienanti, sfogo estremo di un decadentismo fuori tempo massimo.
Miastenia, terzo album degli OvO, primo ad uscire per l’etichetta Load, è molto diverso da Cicatrici, suo predecessore, non nella progettualità, quanto nel sound. L’approccio violento, lontano da qualsiasi compromesso con la “piacevolezza” trova espressione, questa volta, nei terrificanti vocalizzi di Stefania (a metà tra la voce de L’Esorcista e quella di un qualsiasi vocalist di una band norvegese di black metal) e nel drumming “pesante”, parente stretto del doom, scelto da Bruno, con l’aggiunta di bassi/chitarre tanto compressi da trasformare la natura stessa degli strumenti a corde.
Lo pseudo-death metal di Anime Morte è assolutamente spiazzante, Fobs Unite sembra scimmiottare l’hardcore punk nei suoi tiratissimi 30 secondi. Poi, improvvisamente CoCo, una filastrocca follemente ipnotica, che viene squarciata letteralmente dai suoni di nuovo pesanti e taglienti della successiva Mammut. Miastenia è tutto un alternarsi di scariche di violenza sonora e riposi schizoidi, che conduce al lunghissimo epilogo della title track: venti minuti di orrorifico dark-doom. I raggelanti riff metallici e la lentezza inesorabile della batteria fanno da sfondo alle urla disperate, sataniche, della Pedrelli, attrice protagonista di questo teatro dell’orrido che sulla lunga distanza trova migliore compiutezza e coerenza. Figuriamoci dal vivo…(7.0/10)

Teatrale e imprevedibile. Se proprio si dovesse riassumere in una manciata di aggettivi (speriamo non ce ne sia mai bisogno!) la musica del duo italiano, questi sarebbero senz’altro i più pertinenti a descriverla. Il coinvolgimento emotivo che suscita la violenza ai limiti dell’eccesso del linguaggio musicale utilizzato da Bruno Dorella e Stefania Pedrelli sfiora, accarezza la follia in un vorticoso spingersi verso sonorità aliene e alienanti, sfogo estremo di un decadentismo fuori tempo massimo.
Miastenia, terzo album degli OvO, primo ad uscire per l’etichetta Load, è molto diverso da Cicatrici, suo predecessore, non nella progettualità, quanto nel sound. L’approccio violento, lontano da qualsiasi compromesso con la “piacevolezza” trova espressione, questa volta, nei terrificanti vocalizzi di Stefania (a metà tra la voce de L’Esorcista e quella di un qualsiasi vocalist di una band norvegese di black metal) e nel drumming “pesante”, parente stretto del doom, scelto da Bruno, con l’aggiunta di bassi/chitarre tanto compressi da trasformare la natura stessa degli strumenti a corde.
Lo pseudo-death metal di Anime Morte è assolutamente spiazzante, Fobs Unite sembra scimmiottare l’hardcore punk nei suoi tiratissimi 30 secondi. Poi, improvvisamente CoCo, una filastrocca follemente ipnotica, che viene squarciata letteralmente dai suoni di nuovo pesanti e taglienti della successiva Mammut. Miastenia è tutto un alternarsi di scariche di violenza sonora e riposi schizoidi, che conduce al lunghissimo epilogo della title track: venti minuti di orrorifico dark-doom. I raggelanti riff metallici e la lentezza inesorabile della batteria fanno da sfondo alle urla disperate, sataniche, della Pedrelli, attrice protagonista di questo teatro dell’orrido che sulla lunga distanza trova migliore compiutezza e coerenza. Figuriamoci dal vivo…(7.0/10)

Ovo e Sinistri, come dire l’avanguardia italiana alla conquista del mondo, incrociano le armi nel terzo volume in vinile 10” di Wallace/SoundMetak.
Il duo Dorella/Petretti sforna 4 epilettiche tracce di eclettismo estremo in cui a prevalere è l’aspetto tribal-percussivo e le trasfigurate vocals di Stefania. Ma nei cinque minuti di Ikusi Itsasoa, complice la Mahai Metak (sorta di chitarra elettronica autocostruita) di Iriondo il paesaggio si fa più rarefatto fino a muoversi verso una forma di diluito astrattismo che avvicina Ovo ai percorsi sghembi dei Sinistri. Che da parte loro, sempre coadiuvati dal deus-ex.machina di SoundMetak, ripropongono due saggi della propria peculiare cifra stilistica: sbuffi, singhiozzi di suoni, slogature strutturali la cui base di partenza è sempre la destrutturazione afasica che li fa apprezzare da quando erano noti per fottere le stelle.
Grindelirio in tre atti (e tre copertine) nell’altro split condiviso dagli Ovo con due delle più promettenti band dell’estremismo musicale italiano. Gli Inferno sono i portabandiera del grind’n’roll tricolore, grazie ad un eclettismo che li vede mescolare campioni da immaginario sci-fi e giri di rock sconfinante nel garage, b-movie d’accatto a stacchi strumentali da vertigine, tutto su un sostrato d’alta scuola grind; il loro grind rockettaro e fantascientifico è pronto per il nuovo disco lungo e per l’ovazione. Psychofagist non sono da meno, anche se più diretti verso un suono grind tout court con doppia cassa a growls inumani di quello un tempo spacciato da mamma Relapse. Ma per essere ammessi allo split dovevano dimostrare anch’essi una bella dose di insanità mental-musicale. Cosa presto fatta grazie a samples cinematografici e intermezzi di chitarra poco ortodossa.
Ma sono i 13 minuti di Narciso a lasciare a bocca aperta. Come se gli Ovo avessero deciso di dimostrare il loro intenso curriculum in un pezzo solo: sciamanismo post-urbano, inquietudine da apocalisse prossima ventura e esplosioni tribal-noise. Gli Ovo sono in assoluto la cosa più libera e eccitante esportata dai nostri palchi. Ad entrambi (7.0/10).