Ennesimo fenomeno punk-funk in stile DFA? O soltanto un side-project di lusso dei !!! ? Fate un po' voi: agli Out Hud interessa solo far ballare. Alla maniera che piace a loro, ovviamente.

Probabilmente la prima immagine che viene in mente quando si nominano gli Out Hud sono tre punti esclamativi. Alla band californiana, formatasi in tempi non sospetti nel 1996 a Sacramento, pare più facile associare la fortunata figliolanza, i !!! – ben tre gli elementi in comune: Justin Vandervolgen, Nic Offer, Tyler Pope – che il resto: un disco d’esordio, S.T.R.E.E.T. D.A.D. (Kranky, 2003), che pur accolto con un certo entusiasmo dalla critica era passato quasi in sordina nel ciclone punk funk del momento, sollevato da nomi ben più consistenti e strombazzati (Rapture su tutti). Forse perché gli Out Hud, pur pescando nello stesso cestino – il funk, la disco – dei loro compagni di merende, si comportavano da ragazzini asociali e tendenzialmente snob, allontanandosi dalla combriccola festante per andare a consumare il pasto in disparte, soli soletti – ma pur sempre con l’orecchio teso. Sì che le allusioni dancey del primo album, presenti in un paio di pezzi, più che una dichiarazione formale ed estetica, parevano un modo di dare movimento alla sua architettura, imperniata su colonne post rock adornate da capitelli noise, e architravi dub impreziosite da fregi elettronici. Il pranzo servito dal gruppo, se non luculliano, era quantomeno stuzzicante al palato, per la presenza di portate di gran classe (Dad, There’s A Phrase…) e mirabili esempi di cucina creativa (The L Train... ). E i contorni – il prolungato interplay chiatarra-violoncello in This Bum’s Paid, i Talking Heads stuprati dalle chitarre affilate come rasoi di Hey Dude…– pur se meno appetibili, certamente non sfiguravano, titillando le papille con gustosi trick da studio (effetti di echo, delay, phasing, riverbero…), opportunamente dosati. Com’era prevedibile cotanta grazia non fu compresa e gli Out Hud etichettati dai più, come la “versione cerebrale e meno ballabile dei !!!”, che – ammetterete – è un non troppo elegante eufemismo per dire “più noiosa”. (7.2/10)

E quando anche noi ci eravamo convinti della cosa, ecco che gli Out Hud ritornano sul luogo del delitto a dimostrare che le prove raccolte erano insufficienti. Già l’ep One Life To Leave (EP, !K7, 2005) e l’accasamento presso la berlinese !K7 preannunciavano una metamorfosi in atto per il bruco californiano, che nel frattempo aveva trovato rifugio nella Grande Mela, iniziando a suggerne la succosa polpa. Il pezzo omonimo è un raffinato gioco di prestigio: compare la cassa dritta, scompaiono le chitarre (onnipresenti nell’esordio), e – cosa più importante – si materializzano le voci femminili di Phyllis Forbes e Molly Schnick, che indugiano qualche giro di basso prima di entrare nel groove con urticante senso melodico. In nove minuti di meraviglie Put It Away, Put It Away, Put It Away Dad fa ancora meglio, partendo tra tempeste di synth dal sapore space, martoriati dal pitch-shifting per poi snocciolarsi in spirali acid(e): come dei Konk sotto anfetamine, a cui siano state asportate le corde vocali. (8.0/10)

Che l’episodio non rappresenti un punto di discontinuità bensì un deciso cambio di direzione nel suono della band lo conferma Let Us Never Speak Of It Again (!K7, 2005), florilegio di puls(az)ioni mutant disco virate ai toni sgargianti dell’house chicagoana, ennesimo coming out di una stagione segnata da una dilagante epidemia danzereccia. Lungi dall’essere esercizio di stile precisino e calligrafico (vedi alla voce: El Guapo/Supersystem), l’album ha i tratti di una rilettura lucida e sagace, in cui l’approccio compositivo del gruppo non viene snaturato e le nuove ispirazioni/influenze sono accolte con scioltezza. Molto del merito va a Justin Vandervolgen, novello Scratch Lee Perry, che al banco del mixer lavora di cesello tagliuzzando, manipolando e ricucendo mesi di infuocate jam session, in un lavoro maniacale che fa ricorso alle tecniche del dub per colorire e rimpolpare il suono. Il piglio naif delle voci si rivela irresistibile su prelibatezze pop come Its For You, One Life To Leave, Old Nude e How Long, ballabili animati da bassi iperfunk e chitarrine a’ la Adrian Belew di byrneiana memoria. Sono i due lunghi strumentali però - non troppo distanti dai balocchi con cui son soliti trastullarsi i cuginetti !!! - a fare la differenza: The Song So Good They Named It Thrice è figlia di una copula consumata tra Liquid Liquid e DFA con i Royksopp che stanno a guardare, mentre Dear Mr. Bush There Are Over 100 Words For Shit And One For Music. Fuck You, Out Hud in undici monumentali minuti di evoluzioni acid house – tra infiorescenze synth-etiche, bassi nerboruti e archi ombrosi – mostra tutta la forza visionaria della band. L’IDM piuttosto fuori luogo di The Stroked America e la ridondante 2005: A Face Odyssey sono le uniche esitazioni di uno dei più convincenti album dell’anno. Il bruco ruminante si è trasformato in una farfalla dai colori luminescenti. (7.8/10)
Story of the Whole Thing / Dad, There's a Little Phrase Called Too Much Information - [MP3] / This Bum's Paid - [MP3] / Hair Dude, You're Stepping On My Mystique - [MP3] / The L Train is a Swell Train and I Don't Want to Hear You Indies Complain / "My Two Nads" (Dad Reprise)
One Life To Leave - A Requiem / One Life To Leave - A Requiem for a Requiem / Put It Away, Put It Away, Put It Away Dad
This Just In (intro) / It's For You / One Life to Leave / Old Nude / The Song So Good They named it Thrice / How Long / 2005: A Face Odyssey / The Zillionth Watt / Dear Mr. Bush, There are over 100 words for shit and only 1 for Music. Fuck You, Out Hud / The Stoked American