Frammenti di Storia catturati in un flusso di prospettive personalissime, ovvero come smarrirsi nellinganno delle nuove/vecchie ideologie. Tra rigurgiti kraut-wave, declinazione industrial-dark e un senso di prorompente, corrompente divenire.
Sono in tre, vengono da Reggio Emilia. Daniele Carretti è un chitarrista/bassista in vena di riverberi e traiettorie scabre. Enrico Fontanelli cura anchegli il basso ma soprattutto ordisce inquietanti trame elettroniche. Max Collini è il frontman, non canta ma scrive e recita prosaici reportage dissidenti. Il loro è un teatrino febbril-glaciale tra nostalgico feticismo kraut/wave, declama politicamente scorretto (graziaddio) e apocalissi prossima ventura. Grazie al quale hanno vinto ledizione 2004 del Rockontest, sbaragliando avversari e sbalordendo gli astanti. Un bel premio da mettere nel palmares, ma soprattutto la possibilità di realizzare lalbum di debutto con un buon produttore (Giacomo Fiorenza) e una buona etichetta (Santeria). Vista la loro ancor breve vicenda, non cè molto da aggiungere. Anzi sì. Ce lo dicono nellintervista a più voci che segue.

Enrico) Io e Daniele provenivamo da esperienze diverse e separate, ogni tanto collaborando per diletto. Personalmente provavo il desiderio di dedicarmi a qualcosa di diverso dal solito, ho sempre suonato la chitarra in contesti diversi (new wave, emo, surf) e mai consideranti la lingua italiana. Da anni lavoravo soprattutto per mio conto su sintetizzatori e basso. Unire questo e l'idea di lavorare con i testi di Max al cui immaginario è stato semplice affiancare una linea grafica ben precisa ha reso il tutto una piccola scommessa quanto un esperimento. Direi in fondo ben riuscito.
Max) Ci siamo formati all'inizio del 2003 per partecipare ad un piccolo
concorso locale: il premio "Augusto Daolio". Manifestazione a cui
tra l'altro passammo abbastanza inosservati. Sono la voce di questo gruppo
perché Enrico e Daniele me lo hanno chiesto.
Di sicuro non immaginavano cosa ne sarebbe venuto fuori nel giro di pochi mesi.
Io no di certo, comunque. Iniziammo quasi per gioco.
Daniele) E stata una sorta di "scommessa" per partecipare, appunto, al premio Augusto Daolio, che prevede solo gruppi con testi in italiano... provenendo da un gruppo in cui cantavo in inglese (ed Enrico pure) l'idea dei testi di Max era molto interessante, e gli argomenti trattati ci erano molto vicini, così ci siamo ritrovati a provare insieme.
Il nome ha una storia. Offlaga è un paese piuttosto anonimo della bassa bresciana che ho attraversato una notte tempestosa qualche anno fa. Rimasi colpito da quel nome. Quando nacque il gruppo mi tornò in mente e alla fine il risultato fu un compromesso tra me e Enrico e Daniele che volevano invece scegliere di chiamare il gruppo "Disco Pax", dal titolo di un brano elettropop/situazionista di un gruppo nato nei più oscuri anni ottanta reggiani e poi durato il tempo di qualche concerto. Era il gruppo di Arturo Bertoldi, un amico scrittore da un cui racconto abbiamo tratto il testo di "Cinnamon".
M) Abbiamo fatto due concorsi, uno locale (Premio Daolio:
60 gruppi iscritti, 27 selezionati, 9 finalisti) in cui siamo arrivati quinti,
poi il Rock Contest (nazionale): 250 gruppi, 36 selezionati,
sei finalisti: abbiamo vinto. Con gli stessi brani dellaltro, per inciso.
Il Rock Contest è molto professionale, ben organizzato e fatto con grande
passione.
E stato un passaggio importante per noi e grazie ad esso è nato
il primo contatto con Santeria, la nostra etichetta.
D) Il RockContest è stata un esperienza molto interessante
e ci ha dato veramente tanto.
In quanto ai concorsi in generale non mi interessano particolarmente, anche
se per parecchi gruppi purtroppo è una delle poche possibilità per
essere visibili. Il più delle volte si crea una sorta di competizione
tra gruppi che distoglie, a mio parere, da una "concentrazione" musicale
più "pura". Non credo che la competizione musicale riesca
e tirare fuori il meglio da chi suona.
E) La dimensione live soprattutto nell'epoca digitale definisce e consacra la reale entità di un gruppo a mio parere. Abbiamo quindi concepito il disco su quella linea evitando di strafare e proponendoci di suonare ogni singola nota evitando di abusare di campionamenti vari, in certi casi addirittura svuotando piuttosto appunto che riempire. Non credo ci fosse alcuna paura di deludere, semmai la decisione ferrea di non prendere per il culo nessuno evitando di presentarci come non siamo.
D) Il mantenere il disco con un impatto il più live possibile è stata una scelta fatta per non diversificare troppo il nostro essere musicisti. Il lavoro in uno studio di registrazione offre infinite possibilità di arrangiamenti e strumenti e il computer offre infinite possibilità di riuscire a suonare sempre meno cose dal vivo mandandole "registrate" e in questo caso decade l'idea di concerto dal vivo. Il preferire la naturale alternanza di strumenti che riusciamo singolarmente a suonare è il modo più onesto per presentarsi a un pubblico, quindi il disco non doveva oltrepassare troppo questa soglia. Siamo riusciti ad essere noi stessi e questo è un ottimo risultato.
M) Siamo un progetto musicale, non ci sentiamo performer, né teatranti,
né una via di mezzo. Siamo musica, parole e una grande attenzione
per l'artwork grafico che viene curato da Enrico, niente altro. Qualche mia
invenzione didascalica sul palco non ambisce a cambiare lo stato di cose
esistente e il disco non si discosta molto da ciò che presentiamo
dal vivo, dove ci limitiamo a pochissimi artifici oltre alle parole e al
suonare.
Io di certo non mi sento un performer e non credo neanche Enrico e Daniele.
Alle volte mi domando perché il nostro impatto nei concerti lasci così esterrefatti.
Non che la cosa ci disturbi, anzi.
E) Direi molto, gli unici rimpianti riguardano la lavorazione in studio troppo frammentata nel tempo, anche se ci ha dato più tempo per riflettere ne ha lasciato anche per confondere.
D) Avendo avuto più tempo a disposizione in studio magari sarebbe riuscito meglio, o magari sarebbe potuto anche peggiorare. Il risultato che abbiamo ottenuto comunque rispecchia le nostre aspettative, quindi non può che renderci soddisfatti.
M) E' venuto meglio di quanto potessi aspettarmi, e mi piace più adesso di due mesi fa quando lo abbiamo chiuso definitivamente.
E) Personalmente conoscevo il lavoro di Giacomo dalle prime uscite per Homesleep, sin dall'epoca non era passata inosservata la sua passione per il vintage espressa pure nel nome dello studio, che cita Spazio1999. La scelta più logica nel lavorare con lui sarebbe stata quindi quella di immortalare tutto su nastro magnetico, ma per questione di tempi e dinari l'idea non ha sfiorato né noi né lui dal principio. Detto questo, siamo entrati in studio con le idee chiare sul suono e la forma che volevamo ottenere e con un demo registrato pochi mesi prima da Gaetano Dimita di cui abbiamo tenuto qualche ripresa. Da qui in poi Giacomo ha avuto il ruolo di tradurre le nostre idee (non sempre condivise, ma rispettate) e di intromettersi con cautela rilasciando consigli comunque preziosi. L'Alpha dept. è un vero Eden brulicante di tentazioni per gli amanti dell'analogico. Metaforizzando è stato come trovarsi a giocare nella stanza di un fratello maggiore, a volte divertendoci da matti insieme, a volte suscitando quel tipico senso di frustrazione di chi è costretto da un genitore a lasciarti giocare come preferisci.
D) Giacomo ci è stato di grande aiuto, ci ha introdotto in spazi che ancora non ci erano troppo familiari aiutandoci quanto bastava e riuscendo a non fraintendere le nostre idee svolgendo un ottimo lavoro di "accompagnamento" e di consiglio. E stato un prezioso collaboratore.
M) L'Alpha Dept. è stata una bella palestra con un bravo allenatore,
anche se noi siamo stati degli allievi molto scassacazzi. Si sentono ancora
le urla di Giacomo fino a qui: "MAIALA CHEPPPALLE 'STI OFFLAAGHHAAAAAAAAAAAAHHHH....".
Ciao Giacomo. Grazie. Ti vogliamo bene.
E) Un tuo collega (scatenando ilarità generale) ci ha da poco chiesto se la scelta avesse a che fare con una qualche citazione ai comunicati delle BR, mi auguro che non valga lo stesso ragionamento per questo caso o per quello a cui davvero si ispira l'idea... Citare la Factory di Manchester, in grado di numerare persino un locale come l' Hacienda o le buste paga, ci sta forse largo e rischia di odorare di manie di grandezza. In realtà si tratta infine di una mera questione burocratico/archivistica/cronologica, attiva dall'inizio quando aveva una valenza soprattutto interna, al punto che alcuni dei numeri non sono mai stati resi di pubblico dominio. Mi auguro che da un certo punto in poi la cosa non aiuti a distrarre dall'entità reale, che trovo comunque ben rappresentata e radicata in ogni suo manifestarsi.
M) Consentimi: non cè solo quello che vorremmo essere ma c'è (per me è fondamentale) anche quello che siamo realmente. Gli ODP in questo dato momento sono quella cosa che senti sul disco, prima ancora del voler risolvere una qualunque dialettica. Se quella dialettica è irrisolta forse è perché noi siamo irrisolti. Ma va bene così. Ci piace così.
E) Riteniamo la tua osservazione tanto tecnicamente profonda quanto preziosa, anche se non del tutto condivisa o magari per niente. Riallacciandomi a ciò che scrive Max, il risultato di quel che senti è prima di tutto frutto di un lavoro sincero e spontaneo, anche a rischio di risultare ingenui o acerbi, ma principalmente volendo rimanere - diciamo - documentaristici. Rispetto poi ad altre entità che sfruttano più o meno la stessa formula trovo la nostra davvero coesa, magari col tempo guardando indietro la penserò come te ma la cosa non mi spaventa, anzi. E' sempre difficile peccare di oggettività nei confronti di qualcosa di tuo e per giunta contemporaneo.
E) Lavoriamo principalmente come si lavorerebbe alla colonna sonora di un film cercando di privilegiare un colore o un' atmosfera rispetto ad un' altra ispirati da un testo o partendo da una musica cercando un corrispettivo nelle cose di Max. Non c'è e non ci vuole essere un metodo ferreo.
D) Il lavoro si è svolto fino dall'inizio nel modo più naturale possibile, non ci sono mai state forzature a livello di "incastro" tra testo e musica. L'idea della colonna sonora che accompagna e si integra ai racconti di Max è comunque alla base del nostro lavoro.
M) Ho scritto i testi nei due anni precedenti la nascita del gruppo, poi sono stati un po' aggiustati per adattarsi meglio alla musica e alla durata dei brani. Scrivo quando capita e se mi viene. Istintivamente e senza forzare.
E) Suoniamo ciò che più ci piace suonare, senza limiti se non quello dello spazio per la strumentazione concesso da una sola auto per spostarsi quando suoniamo per l'Italia. Parrà stupido, ma essendo in due a dedicarci alle musiche ed essendo praticamente autodidatti ma molto curiosi troviamo necessario lavorare su strumenti e suoni diversi a seconda del contesto/brano. Starai pensando che se ci regalassero un tir suoneremmo come i Pink Floyd di Ummagumma... Concettualmente preferiremmo non usare mai un laptop che offre un po' come idealmente la Casio (ma in maniera meno sincera) la possibilità di avere qualsiasi suono a disposizione e di suonare come fossimo il doppio sul palco. Inizialmente poi ci ha stupito che qualcuno trovasse un pezzo per esempio come Tatranky visibilmente influenzato dai Joy Division, da dentro vedo riferimenti al contemporaneo, ma non possiamo che alzare le mani e arrenderci alle evidenze: ascoltiamo tante cose delle epoche e dei generi a cui ti riferisci... Personalmente però preferisco i Kraftwerk di Computer World ai Depeche e Pop Group e ai Gang Of 4...
D) Le influenze vengono naturali e si ritrovano in quello che ci piace ascoltare, non ci sono forzature dovute a mode del momento. Ascoltiamo di tutto ma i riferimenti a certi gruppi e periodi sono molto più forti di altri e il nostro sperimentare va in direzione di terreni che riteniamo interessanti. Non viene dirottato verso percorsi in cui non ci riconosciamo. Personalmente preferisco i suoni dei Cocteau Twins e della wave tardo settanta...
M) Per quanto riguarda i testi il torcicollo esistenziale mi pare evidente, ma non sono certo uno che ambisce a tornare indietro. Ci sentiamo più dei rivisitatori/rovistatori che dei nostalgici.
E) L'immagine è bellissima, non so quanto ci appartenga in quanto scelta conscia o meno, abbiamo idee diverse sul contemporaneo e non indosseremmo mai una maglietta di Che Guevara sul palco come in strada. Non credo insomma si corra il rischio di essere retorici. Avremmo sicuramente delle cose da dire sulla contemporaneità, per il momento preferiamo spendervi parole esclusivamente in privato.
M) Io dalla finestra scappavo, eventualmente. Dico sempre che non abbiamo alcuna pretesa di essere "pedagogici". Raccontiamo storie e il panorama ideologico fa da sfondo ad esse per il semplice motivo che quel panorama nel suo tempo era sovrano.
M) Sei solo preda di tentazioni riformiste mensceviche. Un po di
rieducazione
in una bella risaia cambogiana potrebbe risolvere il tuo conflitto interiore.
D) Al momento stiamo collaborando con CYC Promotions e MacMac. Inizieremo
un tour promozionale e speriamo di riuscire a fare più date possibile
per avere una buona visibilità a livello nazionale. Saremo martedì 15
marzo a Patchanka sul circuito di Radio Popolare e suoneremo la sera alla
Casa 139 a Milano e il 17 marzo a Roma a Il Locale".
Andremo poi in Sardegna nella prima decade di Aprile e il 25 aprile suoneremo
sul monumento ai caduti in piazza a Cavriago (RE). Sì proprio sopra
il monumento, che sarà il nostro palco. Ci sono molte idee per un video
la cui realizzazione dovrebbe essere prossima...
E) Pezzi nuovi poco più avanti, probabilmente qualche ospite ogni tanto ci raggiungerà sul palco, se qualcuno avrà voglia di osare.
D) La produzione di materiale non si è fermata, quindi facilmente proporremo nuovi brani molto presto. Di covers per il momento non ne sentiamo particolare bisogno, ma dipende da cosa si può intendere per cover
D) La scena indipendente italiana a mio avviso è una scena un po' "statica" e allo stesso tempo satura. L'espansione è dovuta a pochi gruppi che purtroppo il più delle volte non riescono a ricevere la giusta visibilità per la loro proposta.
M) Ci sono tante cose nuove molto belle, ma vorrei più gruppi in italiano. Sarò provinciale ma l'italiano un po' mi manca nei gruppi nostrani. Mi hanno davvero colpito gli OvO, che dal vivo sono fenomenali e ho molto apprezzato il disco dei Kyrie (Le Meccaniche del Quinto): un gruppo wave con testi bellissimi in italiano, appunto.
E) La Unhip records di Bologna sta per esordire con progetti nostrani per la prima volta da quando è nata, Disco Drive e Settlefish, e non solo per l'ottima qualità delle proposte in un periodo in cui il mercato si dice in crisi lo trovo un segno piuttosto evidente di qualcosa che può volgere al meglio. Le uniche pecche a mio avviso rimangono nella costante sudditanza anglosassone evidente nella comune scarsa propensione a lavorare con la lingua italiana. In questo senso apprezzo molto lo sforzo comunicativo degli Uochi Toki che manco a dirlo si muovono in un contesto hip pop.
M) Grandissimo gruppo, esperienza irripetibile. Sono passati venti anni e noi siamo altro, il paragone è troppo impegnativo per essere anche solo vagamente accettato senza imbarazzo. Vale solo perché veniamo dalla stessa città e dalla stessa cultura. Ci sono più divergenze che affinità tra il compagno Ferretti e noi.
E) I CCCP sono stati citati più all'esterno che all'interno del gruppo da sempre. Io sono affezionatissimo alle loro prime cose, ma se ti riferisci alle musiche, volendosi ispirare a loro gli Offlaga non esisterebbero nemmeno, o farebbero davvero una figura ridicola, mentre per quanto riguarda i testi trovo semplicemente seminale un brano come Emilia Paranoica: é stato scritto vent'anni fa, ma trasmette un sapore a mio parere tutt'ora intatto della nostra terra.
E) Come rispondeva un qualche tedesco dell'ovest non abbiamo nessun piano quinquennale, ma un "giorno per giorno" che nel caso di Socialismo Tascabile si è portato via una grossa fetta di tempo, diciamo almeno una decina dei nostri numeri racchiusi in uno. Contemporaneamente alla lavorazione di #68 abbiamo avuto più date del previsto, che se non altro ci sono servite da laboratorio per sperimentare idee che poi ritroviamo sul disco. In tal senso quel laboratorio non si è mai fermato, ma non ti sapremmo dire dove ci stia portando. Preferiamo le sorprese come è stato fino ad ora.
D) Non ci sono piani precisi di incrementazione. Stiamo lavorando a brani nuovi ed è interessante l'idea che quelli vecchi possano prendere altre strade e trovare nuovi spazi.

Frames da un civiltà e unepoca quasi del tutto scomparse. Canzoni in cui la parola e il suono procedono su binari quasi paralleli, talora innescando sordi contrasti. Canzoni-frammenti di Storia (casomai esistesse una Storia soltanto) catturati in un flusso di prospettive personalissime, stilizzate in laconici reportage che ci restituiscono il senso prorompente e corrompente del divenire, dello smarrirsi nellinganno delle nuove/vecchie ideologie.
Canzoni in cui il canto non trova posto per far posto alla narrazione. In cui ora il suono è scenografia, contorno, enzima spazio-temporale che accende memorie generazionali. In cui la parola sirrigidisce nella scansione fredda del comizio, e fa tenerezza e paura insieme. Canzoni in cui il suono sommerge la parola, prevaricandola come una soundtrack sfuggita al controllo. In cui la parola si arresta ed esplode, si arrende, ricomincia. In cui il senso è segno, il suono è icona straziante, il biografema è brandello/testimone di crisi culturale/sociale. Sono in tre gli Offlaga: Enrico Fontanelli (tastiere, basso e basi), Daniele Carretti (chitarre e basso) e Max Collini (narrazione e declami). Li ha co-prodotti Giacomo Fiorenza (già deus ex machina in Homesleep) come premio per aver vinto ledizione 2004 del Rockcontest, ma a giudicare dal lavoro svolto è stata ben più che una formalità.
Musicalmente, immaginateli alle prese con rigurgiti kraut-wave declinati industrial e dark, tenendo presente che i due strumentisti vantano trascorsi emocore e shoegaze, in ragione dei quali non deve stupirci se assieme agli spigoli sbrigliati stile Pop Group e Gang Of Four si alternano brume e trame electro-ambient. In Cinnamon ad esempio, dove lostinazione funk di clavinet va a spegnersi in una dissolvenza grigiastra. Oppure in Enver, dove le concitazioni electroclash tessono una synth wave sfrigolante. Oppure in Tono metallico standard, dove alle emulsioni deraglianti fanno eco sapidi ricami electro curiosamente vicini a certe cosucce Bran Van 3000. Qualcuno tirerà in ballo la fetida teatralità dei Suicide: prendetelo con beneficio dinventario. Qualcun altro i Massimo Volume, e se ne può parlare, anche se lex band di Clementi era più votata a ritagliare stanze letterarie sul corpo del rock, ad applicarvi una narrazione recitata (a tratti intonata) che poi è una possibilità del canto, per quanto estrema. Più facile e felice invece laccostamento con i CCCP, per quel senso di picconata situazionista, di canzone-performance-agitacoscienze, in particolare per lironia tragica che innerva il robovalzer di Khmer rossa (parente- seppur lontana - di quella Guerra e Pace che congelava e congedava gli auditori di Socialismo e Barbarie).
Ma il paragone con lantica entità di Zamboni e Ferretti è di quelli scomodi e ingenerosi, perché gli Offlaga Disco Pax sono unaltra cosa che avviene in tempi diversissimi. Più musicali, più intimi, meno pedagogicamente battaglieri. Sono landazzo latin-soul con chitarrina wave aeriforme e drum machine giocattolo di Kappler (in cui già il suono è memoria prima della reminiscenza narrata). Sono la devoluzione spastica che introduce lo psicodramma cultural-politico di Tatranky (riff avvolgente di moog, arpeggi ostinati, accelerate, svolte, inneschi incandescenti e farragini shoegaze a chiudere). Sono lelectro-folk di Piccola Pietroburgo, dove un armonium persegue con toccante semplicità esiti Mùm intanto che il gioco della nostalgia si fa orgoglio, tra rabbia sopita e senso dirrecuperabile, tra amarezza e fiabesco sarcasmo.
Cè insomma il tentativo di porsi su un piedistallo magari non troppo
alto però ubicato in posizione strategica, proprio allincrocio tra
certe sferzanti rielaborazioni kraut e wave (lelectropunk crudo, allucinato
e iridescente di Robespierre, trip febbrile in un modernariato di icone
e simboli generazionali) e sconcertanti implosioni social-sentimentali (la ballata
valzer-soul di DeFonseca, melò insano allestito su arpeggio di
chitarra e tastiera, più unelettricità scomposta a digrignare
sullo sfondo).
Così da prenderti tra il cuore e la gola, squilibrarti la serenità,
gambizzarti la distrazione, strapparti un pensiero fuori traiettoria. Comunicarti
lallarme che cova nel carosello di etichette rassicuranti, nellinvasione
deliziosa di un meccanismo che prevede e pervade tutto al punto da spacciarsi
per naturale. E ciò che non contempla lo chiama clandestino, sovversivo,
terrorista, eccetera.
Disco bello e necessario. Quasi non par vero, accidenti.
(7.6/10)

Mala tempora currunt. Da cui puoi uscirne vivo – e forse anche ben pasciuto - ma di certo poco combattivo, mancando il che e il come, gli appigli dei (famigerati) ideali e - massì - qualche straccio di eroi. Non cercateli tra gli Offlaga Disco Pax, questi eroi vacanti. Se il disco d'esordio sciorinava una residua fierezza, l'appartenenza orgogliosa ad un passato comunque passato ma ancora in grado di mollare qualche salutare nocchino al presente, beh, con l'opera seconda Bachelite accade un'implosione emotiva che ti lascia nello sconcerto e nell'amarezza. Nell'impotenza.
E' un album coeso e curato. Che non insegue clamori. Che incrocia chitarre e tastiere e batteria digitale ottenendo una trama perlopiù tremebonda - electro wave da Suicide sotto sedativo, da Echo And The Bunnymen compressi, da CSI laconici, da Giardini Di Mirò cibernetici - sempre comunque ben armonizzata al reading mai sopra le righe di Collini. Che ci fa sorridere amaro in Cioccolato I.A.C.P. (forse il suo miglior testo di sempre), ci scuote sgranando sdegno civile in Sensibile (chiosato da un ragguardevole violoncello), esercita disanima sociopolitica spacciando autoironico sarcasmo in Lungimiranza. Eppoi, massì, rialza un po' la testa e la fierezza con una pressante Onomastica (livida come un Mark Stewart stilizzato Art Of Noise, e ci sta bene pure il sax) e poi soprattutto con una Ventrale che, evocando il mito di Vladimir Yashchenko in uno sfrigolio sintetico di moog, ti sbatte in faccia l'aridità ideologica/iconografica lasciataci in dote dalla deliziosa abbondanza post-comunista post-capitalismo post-tutto d'oggidì.
Anche la conclusiva Venti Minuti - la memoria del padre e la commovente, meccanica, equivoca ostinazione di un vecchio commilitone nel non crederlo morto - a ben vedere non sfugge alla regola dell'intimo esploso nel reale e viceversa. Nel complesso dunque, tolti forse un paio di momenti tendenti all'automatico (Superchiome, Dove ho messo la Golf?), non possiamo che dirlo un album riuscito. Ed è questo il problema. Gli Offlaga Disco Pax hanno messo in piedi proprio ciò che intendevano: una guerriglia a bassa intensità. Il rischio è che l'elefante non s'accorga del solletico. Il timore è che essi stessi finiscano per non esserne più solleticati. (6.2/10)