Una carriera divisa in due tra sixties pop e Bowie. Nell'anima Sgt. Pepper, gli album di Eno e dei Talking Heads. Il gusto? Distillato pop citazionista per il nuovo secolo. Kitch ma con stile.

All’inizio Of Montreal non era altri che Kevin Barnes. Un ragazzo di Athens, Georgia, romantico e affascinato dai Sessanta, indie rocker con i capelli a caschetto che aveva preferito lasciare gli studi per dedicarsi alla musica e scelto quella stramba ragione sociale in seguito a un fallimento amoroso. Of Montreal, del resto, era un modo per “condurre uno stile di vita più romantico”, sulle tracce di un idealismo sparpagliato per tutti gli States lungo la prima metà dei Novanta. Troviamo Kevin a Seattle all’indomani della morte di Cobain, nella soleggiata Florida a prendere il sole, a Minneapolis a stringer mani sotto la pioggia con i tipi della Bar-None, e sempre da quelle parti alle prese con un progetto discografico (abortito) con Chris Mars, batterista dei Replacements, nelle vesti di produttore.
Purtroppo, con il trascorrere del tempo, il bilancio on the road si fa sempre più amaro: pare che in giro nessuna scena sia veramente sintonizzata. In tasca, Barnes ha soltanto una manciata di canzoni scritte di suo pugno e arrangiate con l’aiuto qualche compagno di strada (successivamente saranno compilate in The Early Four Track Recordings dalla Kindercore nel 2001). Le sonorità sono grossomodo post-Dinosaur jr tra folk in stile unplugged e in qualche briciola di grunge, scazzo lo-fi e indie pop à la Flake Music (pre Shins), Lemonheads e il sempiterno Young. (5.5/10)
Chiaramente è tutta roba da sviluppare e l’empasse è evidente. Se non che, a un certo punto, arriva la classica telefonata: non sono i Radiohead ma, più umilmente, un vecchio amico di Athens, Julian Kostner. Membro attivo della vita musicale della città (Music Tapes e Neutral Milk Hotel), Kostner parla di una scena chiamata Elephant Six, un insieme di amici e di relativi gruppi musicali amanti del pop dei Beatles e dei Beach Boys, animati da uno spirito retrò e di ricerca.
Tornato nella home town, l’indie-rocker con il caschetto trova subito quel che gli mancava: amici e compagni affidabili. È il 1996 quando incontra ad un party il batterista Derek Almstead. Di lì a poco, con l'approdo nell’orbita del bassista Bryan (Poole) Helium (ora noto anche con lo pseudonimo di The Late B.P. Helium), la partita può davvero cominciare, anche se quest’ultimo tiene a chiarire che l’impegno principale rimangono gli Elf Power, una formazione avviata due anni prima e dedita ad un power pop effervescente e visionario, per certi versi una versione addomesticata dei Flaming Lips.
Così configurati gli Of Montreal non sono tanto distanti da una versione pre-adolescente dei Apples In Stereo o degli stessi Elf Power in salsa lo-fi. Niente di particolarmente originale si dirà, ma la freschezza e l’interplay non mancano, così come le pubbliche relazioni di Barnes che stringe amicizie senza rinunciare all’indipendenza. L’accordo precedentemente preso con la Bar None, del resto, è ancora valido e a bussare alla porta ora c’è pure l’autoctona Kindercore di Ryan Lewis and Daniel Geller, una label locale particolarmente attenta al rinascimento delle college band della città. L’anno zero è dunque il 1997, con gli elfi su Elephant (il discreto When the Red King Comes) e gli Of Montreal su Kindercore.

Da sempre il nome di Of Montreal è legato al collettivo che poi collettivo non è”, dichiara Barnes “Ci sono un sacco di leggende attorno a Elephant Six tipo che è tutta gente che abita nella stessa casa e altre sciocchezze. Di fatto, è un gruppo di amici che, senza contratti discografici alcuni, hanno deciso di promuovere le rispettive realtà attraverso una label personale, come la Saddle Creek per dirne una, oppure come la realtà di Robert Pollard e dei suoi Guided By Voices. Il costante accostamento con Elephant Six ha sempre portato con sé lati positivi (promozione) e negativi. In realtà non ho collaborato a far nascere la cosa, i fondatori sono stati Neutral Milk Hotel, Apples In Stereo e Olivia Tremor Control. Non io. Sono ottimi amici e soprattutto conoscenti che ogni tanto hanno collaborato nei miei album”.
Comprensibilmente, la presa di distanza dalla Elephant è più nelle intenzioni che nella musica. In The Bird Who Ate the Rabbit's Flower (poi ristampato e rinominato The Bird Who Continues to Eat the Rabbit's Flower due anni più tardi, con l’aggiunta di bonus track tra cui cover di Yoko Ono, Who e degli stessi Elf Power), sono evidenti le similitudini e non certo le differenze rispetto alla Elephant. Pur power pop e lo-fi, il sound è farcito di sonorità Sessanta fin nel midollo tra jingle jangle (à la Peter Buck dei R.E.M.), declinazioni Mersey Beat e il primissimo Barrett dei Pink Floyd. (6.0/10) Focus più chiaro, assieme a una scrittura stralunata e debitrice degli anni ’50 di Tin Pan Alley, nel primo full-lenght, Cherry Peel (Bar/None, luglio 1997), diviso tra canoniche indie song (Sleeping in the Beetle Bug, This Feeling, I Was Watching Your Eyes), e qualche piccola complicazione. (6.7/10)
Tutto quel che saranno gli Of Montreal viene da Everything Disappears When You Come Around”, dichiarerà Barnes - nel 2000 - all’indomani di The Gay Parade, “ Sono sempre stato un grande fan di jazzisti come Cab Calloway o Benny Goodman, ho sempre adorato vederli suonare. La loro tecnica. Ho iniziato a pensare che c’era un mondo da scoprire al di sotto degli accordi con il barrè e così ho iniziato a fare accordi di cui non sapevo neppure il nome. A un certo punto, letteralmente impazzito, inserivo deliberatamente più accordi possibili all’interno di una stessa canzone. Poi ho iniziato ad applicare lo stesso procedimento per le melodie e il risultato finale è stato che per qualche strana ragione, ogni brano teneva un’idea per al massimo dieci secondi
Kevin in quell’intervista cita anche Little Viola Hidden in the Orchestra, dove il lavorio del chitarrista è ancora più evidente (melodia Beatles e inserto parodistico di musica dixieland), ma parliamo già del secondo lavoro, una raccolta maturata anche grazie ai dialoghi con Julian Kostner e ancora con Poole (che però lascerà a metà session per raggiungere i compagni Elf Power a New York City) e Derek Almstead (che presto passerà al basso e ci resterà fino alla fine della prima fase degli Of Montreal).

In The Bedside Drama: A Petite Tragedy (Kindercore 1998), le arie retrò tirano sempre più forte, la fissazione per i Beatles e il Mersey Beat è chiarissima, come evidenti sono i periodi scelti per le citazioni. Sempre più in immersione con il sottomarino giallo (eccezion fatta per la bella ballad floydiana Panda Bear), Barnes oscilla tra gli esordi dei Fab Four e il loro periodo pre-lisergico, si rifugia nel fantastico bevendo pozioni d’agrodolce nostalgia e ingoiando pillole antidoto somministrate dalla Bonzo Dog Band. Ancor di più, pare un Lou Barlow che sogna Syd Barrett alla corte della regina Elisabetta e questo si traduce in una gamma di strumenti e d’inventiva che crescono di pari passo assieme a una scrittura incontinente.
Village Green Preservation Society dei Kinks diventa riferimento quasi obbligato per quel che di fatto è un concept di piccole storie, ritratti e caricature; un po’ come i Blur di Parklife (descrivere la decadenza partendo da un insieme di buone maniere figlie del “Decline and Fall of the British Empire”) depurati dal sarcasmo e dalla critica sociale. Il sound Of Montreal sta diventando un aldilà sempre più complesso: si serve della dizione dai radio-drama dei ’50 e guarda a un’operetta “totale” psichedelica con tutti i trucchi dello spettacolo pre-televisivo (Jaques Lemure) del caso. Un po’ come degli Shins costretti ad ascoltare la discografia dei Genesis all’infinito. (7.0/10).
Naturale che la chitarra diventi puro accompagnamento e il piano assuma le vesti di primadonna con set d’archi, organetti, fiati, campanellini, effetti a non finire a imbastire le coreografie (fondamentale per quest’ultimi l’aiuto dei preziosi friends del collettivo). Con queste premesse è inevitabile che il lavoro di composizione sia estremamente complesso. Per realizzare il terzo album The Gay Parade (Kindercore, 1999), Barnes (grazie anche all’aiuto del fratello Dave che è anche illustratore e responsabile dell’artwork) impiega due anni, ma con un talento indomito si porta a casa anche questa volta un risultato ambizioso (alle volte troppo) quanto riuscito, inducendo la critica a definirlo un Magical Mystery Tour personale, quando il precedente sforzo era presumibilmente riconducibile a Revolver. Ricolmo di naiveté da vaudeville mccartneyiano (Old Familiar Way) e di brandelli dello Smile originale di Brian Wilson in una geografia fantastica tra lo Yellow Submarine e il Muppet Show (Fun Loving Nun), l’album sostituisce l’agrodolce di Bedside con una fanfarona follia e anche la scrittura si muove: ognuna delle sedici song racconta di un personaggio creato ad hoc, una sinestesia tra musica, illustrazione e narrativa. I personaggi di fiction Nickee Coco, Jaques Lemure, Hector Armando, potrebbero popolare i libri per bambini e assieme appartenere all’immaginario pop più vicino a Lucy in the sky (7.3/10).

Uno di loro, Claude Robert, dà il suo commiato al pubblico con un reading (nello stile radiofonico sopraccitato) e come ogni buona saga che si rispetti, è lui il protagonista del successivo Coquelicot Asleep in the Poppies: A Variety of Whimsical Verse (Kindercore, 2001), il degno prolungamento della gaia parata, ma soprattutto il Sgt Pepper del caso, anzi il Sgt Pepper d’oltre Manica senza troppi dubbi. A un passo dall’ossessione wilsoniana all’indomani del capolavoro dei baronetti, Barnes ha l’arditezza di sfidarne il capolavoro arrangiativo di George Martin e per tutti gli scettici, basti l’ascolto della suite con il famoso tema del sergente in giostra assieme ad altri tre motivi (un ragtime, un vaudeville, una marimba) per la folgorazione. Penelope è un gioiello e assieme la cifra stilistica massimalista di Coquelicot, concept zappiano per eccesso di amore e non certo per irriverenza, nonché capolinea di un trilogia tra perfette song vittoriane (Coquelicot's Tea Party) e avant-spettacolo (Upon Settling on the Frozen Island, Lechithin Presents Claude and Coquelicot), vaudeville da far invidia a McCartney (l’adorabile Rose Robert) e amabili melodie Tin Pan Alley per tutti i gusti (Butterscotching Mr. Lynn, Dreamy Day of Daydreaming of You). A farcire concorrono un reading (Events Leading Up to the Collapse of Detective Dulllight), un pezzo dronato (Hello from Inside a Shell) e del free jazz liquido (Lechithin's Tale of a DNA Experiment That Went Horribly Awry), ed è quanto basta per portarsi l’album a casa. Magari inserendolo nei must have pop dei Duemila. (8.0/10)
Di contro, con tali fasti e eccessi, naturale che la mossa successiva ne paghi lo scotto. Prima però, è la volta di una serie di compilation figlie dell’accresciuto interesse per la band da parte dell’underground americano: la Bar-None liquida il materiale rimasto nel cassetto pubblicando la raccolta Horse & Elephant Eatery (No Elephants Allowed): The Singles and Songles Album (2000) mentre la Kindercore sforna The Early Four Track Recordings (2001), infine la Earworm il vinile di An Introduction to of Montreal (2001).
Il vero sequel, Aldhils Arboretum, esce un anno più tardi ed è un lavoro pressoché song oriented, un ritorno all’indie-rock con la chitarra di nuovo protagonista. Barnes propone una collezione di brani senza particolari novità (a parte le percussioni etno di Old People in the Cemetery) il cui problema principale è di suonare superfluo alla luce della produzione passata. Andrà sicuramente meglio la tournée successiva che consacrerà l’impegno e la dedizione di questi anni chiudendo anche (e definitivamente) questa fase. (6.3/10)

Il dopo è costellato da eventi cruciali nella vita di Barnes: il ragazzo è oramai trentenne e mette su famiglia. La pausa coincide con la dipartita di Derek Almstead che se ne va per coltivare mille progetti (tra cui Destroyer). Dunque è tempo di pensare e reinventarsi, mentre là fuori, nel mondo reale, c’è tutto un brulichio di band che copiano i Talking Heads, il post-punk è sulla bocca di tutti e gli anni Ottanta sono di moda più che mai. Dopo due anni di pensieri, ripensamenti e svarioni Satanic Panic In The Attic (Polyvinyl 2004) è la risposta del musicista a tutto ciò, a quella contemporaneità tanto rifuggita.
"Durante la scrittura dei primi due album ero molto chiuso”, dichiara Barnes in un’intervista del periodo“Non riuscivo a ascoltare nulla di attuale. Mi concentravo soltanto sulle cose dei ’60 e primi ’70. Eppure sono sempre stato un fan della dance music. E sono sempre andato a ballare godendomi certe pose dei Blur o di Bowie. Per Satanic volevo qualcosa che i ragazzi potessero ballare. Volevo mettermi in questa sfida e così mi sono aperto alla contemporaneità. Sono stato sicuramente influenzato da Brian Eno e dai Talking Heads, dall’afrobeat e dal dub come dal rocksteady
Con drum machine, ritmi dancey e tastiere in primo piano, gli Of Montreal mark II sono camaleonticamente diventati un gruppo catchy senza voltare il fianco al pop ’60, piuttosto ne hanno abilmente ibridato lo stilema attraverso elementi inaspettati come gli Abba, il synth pop tastieristico della Yellow Magic Orchestra (Eros' Entropic Tundra), il glam dell’Eno giovanile e il funky dei Talking Heads (Spike the Senses), sotto il minimo comune denominatore del kitch, trait d’union del tutto e religione dell’autore. Come al solito, anche Satanic non è meno ubriacante dei suoi predecessori, così come l’elemento dance non si traduce in un ballo tanto facile e scontato (anzi!). Si salta abilmente dai Talking Heads ai Beach Boys nella stessa canzone (Climb the Ladder), si passa da un riffone rockista ai Beatles inframezzando coretti maschi a la Queen e effetti cartoon (la divertente How Lester Lost His Wife), e così via. Comunque non tutto è esattamente come prima, soprattutto in fase di produzione: il sound è più accurato (la novelty Erroneous Escape Into Erik Eckles) e la scaletta prevedere potenziali hit tutto sommato castigate nell’arrangiamento (Disconnect the Dots) (7.0/10)

Una direzione che il successivo album approfondisce senza banalizzarne il creativo mix tra metodo e follia, tra un presente finalmente abbracciato e una passato non rinnegato. C’è un Barnes più attento all’hit making in The Sunlandic Twins (Polyvinyl 2005), un lavoro intriso di un rockismi-futuristi (Forecast Fascist Future) e songwriting più canonico. Requiem for O.M.M.2 in opening, con le sue strofe e ritornello in linea, è la riprova di tutto questo: una synth song glam rock di grande effetto. Sul restante è chiaro che il Nostro continua la devozione per David Byrne (canzoni surreali iniettate di funk bianco come I Was Never Young o The Party's Crashing Us sono parenti dirette dei primi lavori delle teste parlanti), e le citazioni funzionano a dovere, vedi come cattura lo scimmiotto Bronsky Beat un brano quale Wraith Pinned To The Mist and Other Games, che immortala la lasciva appiccicosa della disco attraverso un basso ampolloso e un coro gospel killer. Finalmente, il più ottuso revivalista del collettivo Elephant Six fa il post-moderno come si deve, e guarda caso sceneggiatori, autori di pubblicità e impresari teatrali lo contattano. Lui fa buon viso al buon gioco non rinunciando a impersonare tutto ciò che gli passa per la testa da Snakefinger al nostrano Camerini (il rockabilly di So Begins Our Alabee). Nell’album ci sono persino delle sonorizzazioni piece teatrali come October Is Eternal, Knight Rider, Our Spring Is Sweet Not Fleeting (“Avevo fatto per me delle opere teatrali ma all’epoca mi chiesero di scrivere delle musiche e dei testi su commissione, quel che è stato scartato l’ho utilizzato per l’album”)
Sunlandic infine è il definitivo approdo della moglie di Barnes in cabina di regia. La norvegese Nina, che nel frattempo, oltre a concordare i testi, gli ha dato un figlio (Alabee). E’ probabilmente per questo turbine di cambiamenti che l’album suona più conciso e fragrante rispetto al precedente. Forse meno intuitivo nelle melodie, ma sicuramente non meno intrigante. (7.2/10)
Dopo la realizzazione del disco (che vende in USA 47000 copie), la coppia mette insieme una band con elementi nuovi - Jamey Huggins (batteria, tastiere), Matt Dawson (basso)e Dottie Alexander (tastiere) - e vecchie conoscenze. Il tour registra 200 date in tutto il mondo ed è un discreto successo. Intanto, la neomamma non ha un’assicurazione sulla salute, fondamentale in America, e così la famiglia Barnes si trasferisce dai genitori di lei ad Oslo e lì trascorre la maggior parte del 2005. La scrittura del successivo Of Montreal inizia proprio in questo periodo, con Kevin nel pieno di una crisi depressiva. Il cantante, vicinissimo ai trenta, non riesce a gestire tutte le ansie conseguenti al nuovo status di padre, così decide prima di affogarsi nell’alcol e poi di rintanarsi nella musica. Questa volta però, il risultato è diverso: “via le caricature fantastiche e dentro i sentimenti”, ha recentemente spiegato Barnes sul sito della Polyvinyl, “e non solo: grazie al PowerBook G4, questa è stata la prima volta che ho registrato le canzoni nel momento in cui le ho concepite, quando in precedenza passavano mesi da quando le provavo alla chitarra o al piano. Ho registrato metà del lavoro a Oslo”. Il nuovo lavoro passa nelle maglie della rete molto prima della sua uscita ufficiale, ma il co-presidente della Polyvinyl Matt Lunsford, non teme: “Invece di stare a mugugnare perché l’album si trovava su internet già da settembre ci siamo detti: la gente ama il gruppo e vuole sentire il nuovo lavoro il più presto possibile. Ed è giusto così. Abbiamo anche reso disponibile l’album attraverso lo streaming sul nostro sito. Questo ci ha aiutato a creare un enorme richiamo di gente che, ne siamo convinti, uscirà e si comprerà il disco originale”.
Hissing Fauna, Are You the Destroyer? arriva nei negozi ora, e come terzo capitolo della nuova fase degli Of Montreal è senz’altro il più audace e istrionico. Aveva ragione Barnes quando ammetteva che alle volte si deve essere pretenziosi (“non puoi sempre pensarci troppo a quello che fai”). Qui si passa dai Pulp a Camerini, da Wilson alla disco music. E tutto suona egregiamente prodotto, senza che questo significhi una briciola di follia in meno. Il pop non poteva sperare in un inizio 2007 migliore. C’è chi carbura velocemente il tipo di appeal che Barnes ha prodotto in questa prova, ma allo scarto contribuiscono le felici propensioni sixties del personaggio, senza le quali sarebbe stato un lavoro catchy sì, ma senza spessore estetico. La fortuna vuole che all’ottavo disco Of Montreal brilli come un gruppo esordiente ma con l’artigianato di chi sul pezzo c’è stato dieci anni. Ed è esattamente così, con tutti i pro che questo comporta.

Trovato il cuneo nel quale infilarsi – una triangolazione sixties pop + synth pop + disco music -, gli Of Montreal continuano a ficcarci il nettare come api operaie alla ricerca del sacro graal della reinvenzione pop (postmodernamente parlando, s’intende). E a forza di scrivere e riscrivere, montare e rimontare il mosaico è bello al punto da far sparire la colla. Dai già buoni standard del precedente The Sunlandic Twins i ragazzi del collettivo capitanato da Barnes arrivano dritti al traguardo: una più che generosa mandata dal titolo neo ambientalista Hissing Fauna, Are You The Destroyer? - che nel gioco umorista di sottesi significherà che se mescoli Brian Wilson e gli Abba la natura si rivolta, ma chi sarà il distruttore? Certamente loro, gli Of Montreal.
E se stringere patti con il diavolo è il massimo della blasfemia applicata, allora ascoltate A Sentence of Sorts in Kongsvinger (gli Abba in balletto sul pista di Tony Manero, con interventi a cappella in puro aulic pop), o peggio fate ascoltare Gronlandic Edit al vostro padre ex hippy (disco punk con i Bee Gees in estasi omosex).
Ma l’album è soltanto in parte ballabile e Barnes non è certo tipo da ficcarsi su un solo missaggio. Infatti la tracklist presenta momenti diversissimi: si parte addirittura con un tributo al ciuffo di Jarvis Cocker con l’ironica Suffer For Fashion (glam psych), e non mancano operazioni di chirurgia Wilson-Beatles, Pet Sounds meets Magical Mystery Tour (quel delizioso pop chiamato Sink the Seine) e quando spunta il synth pop à la Camerini in salsa vittoriana di Heimdalsgate Like a Promethean Curse ci si inchina a tanta ruffiana potenza! Per chi ha nostalgia di un certo motorik tra La Dusseldorf e la prima fase degli Human League con la fissa della dignità del lavoro ecco undici minuti di berlinese coolness The Past is a Grotesque Animal, un crescendo calcolato che non fa un piega. E agli Shins più lineari e prodotti dell’ultima prova sembra dedicata Bunny Ain't No Kind of Rider, un prog pop funambolico confezionato volutamente in lo-fi. Parlare poi del funky disco che rimastica la Kiss di Prince Labyrinthian Pomp, o dello scimmiotto Franz Ferdinand di She's a Rejector mi farà fare la vetrina di tutto l’album ma fidatevi, è atto dovuto.
Facciamo pure arrivare le ruspe e radiamo al suolo l’amazzonia pop in circolazione. Sono tornati gli Of Montreal, e non ce n’è per nessuno. (7.5/10)
In una parola, “fresco”. Basta poco per capire che l’estate è arrivata e allora tutto diventa un percorso di azioni e di aspettative, di giochi prosaici, di gestualità più libere. E quindi via ad immaginarsi con un cocktail bizzarro fatto con il frutto della passione, con le infradito ai piedi e con qualche personaggio fuori posto che come al solito coglie la prima occasione che gli capita per imbattersi in un pogo assolutamente stonato.
Sono le 23 spaccate, i nostri georgiani calcano il palco del Bronson con estrema puntualità e subito si è immersi in un mondo puntigliosamente colorato, in un caleidoscopio di sensazioni leggere, frattali di sonorità fruttate, dolciastri innesti di serenità spaesata in chiave disco gay. E loro sul palco sono la trasposizione di queste sensazioni limpidissime: un tripudio di colori sixties, di vestitini “handmade” comprati a due lire in un sobborgo di Soho per caso, di indie-pop genuino e ballabilissimo.
E andare alla velocità della luce con un poker di canzoni dal loro ultimo mirabolante Hissing Fauna, Are You The Destroyer? che trasudano allegria leggiadra in ogni nota, in un synth svolazzante, nelle chitarre sbarazzine, nel basso metronomico, nella drum machine fredda e aritmetica come il ghiaccio nel nostro cocktail da abitanti della prima fila. La prima ora vola fantasticamente sulle ali delle hit di The Sunlandic Twins, Satanic Panic In The Attic e dell’ultimo disco edito (ossia lungo tutto il periodo Polyvinyl) e l’indie-pop sdolcinato e ben miscelato ad atmosfere disco va cozzando contro una coltre di psichedelica lieve a cottura lenta, che è quella cavalcata furiosa di The Past Is A Grotesque Animal, fedelissima all’originale. 10 minuti di delirio in crescendo.
Da qui la musica cambia ed i nostri cominciano a guardarsi indietro, e allora via a ripescare qualche track da un passato glorioso (scorrono lungo la strada Old People In The Cemetery da Aldhils Arboretum, The Peacock Parasols dallo splendido Coquelicot Asleep In The Poppies e quella perla di psych-surf-pop che è Fun Loving Nun tratta dal quasi dimenticato The Gay Parade) per unirle poi ad altri giocosi episodi di recente produzione che si dipanano lungo il prolungato bis (l’apice del concerto si raggiunge con il quasi onomatopeico inno The Party’s Crashing Us condensato di pop-meraviglia fatto alla maniera Talking Heads).
Sempre di pop si parla, ma di pop fatto con tutta la decenza e la dignità possibile… Astenersi mercenari dell’ultima wave sensation (chi è stato a uno show dei Klaxons potrà tranquillamente dimenticare quella poltiglia insipida nu rave e genuflettersi davanti alla perfezione di questo show!).
Fanno un’ora e 45, e l’unica sensazione che rimane è che non ci si poteva attendere niente di meglio e niente di meno; una conferma in chiave live di dieci anni di eccelso lavoro su disco. Un gruppo da rispettare in toto.

Ancora loro? Sì, ancora loro e non vogliono smettere di farci fischiettare il loro svenevole pop beatlesiano. A pochi mesi dall’eppì Icons, Abstract Thee nel quale la band di Kevin Barnes tornava ad arrangiamenti meno pomposi e essenzialmente indie pop, questa infornata ne segue le tracce, riavvolgendo la bobina a un format prevalentemente guitar oriented (ma pur sempre farcito di tastiere psych). In verità la cosa ha un senso: parliamo della ristampa di una collezione d’inediti originariamente pubblicati dalla Track And Field nel 2003.
E vi basti sapere che la scrittura, allora come oggi, è ben al riparo dall’aridità, e come la reinvenzione dei Fab Four (e della Nugget generation) fonte d’inesauribile creatività “povera”. Fuori dal tempo. Giusto per essere oziosi, in rassegna abbiamo My, What A Strange Day With A Swede, melodia ultra cheesy con scimmiottamenti di I Want To Hold Your Hand e chitarre hawaiane sul finale; il geniale baronetto pop virato (synth pop) Barrett di Cast In The Haze (Been There Four Days), il puro mestiere “ma averne” del Mersey Beat di Cast In The Haze (Been There Four Days), la sbilenca (e stonata) Lennon-ballad Girl From Nyc (Named Julia). Infine ci sono le pure gag: gli anni ’30 di Charlie And Freddy e la canzone dal titolo già mitico There Is Nothing Wrong With Hating Rock Critics (fate conto gli Of Montreal in combutta con i Ramones). Il nuovo album uscirà nel 2008, Wikipedia svela già un titolo provvisorio: Skeletal Camping. (7.0/10)