Sono in quattro e provengono da Belluno. Sono giovani e dimostrano una proprietà di linguaggio che qualche senatore potrebbe (dovrebbe) invidiargli.
Fanno, essenzialmente, pop, ma colgono il fiore da quel praticello sottile che vide la canzone dAutore italiana fare proprie doglianze jazz (Tenco in primis), trapiantandolo in più svelti vasetti twee/wave opportunamente innaffiati di umori western e soul.

Sono tornati insieme con la primavera. Ed è stata una bella sorpresa. Perché i Non Voglio Che Clara scrivono canzoni notevoli. Hanno lo stile che apparteneva ai grandi autori della musica leggera italiana, quelli che con un pianoforte disegnavano emozioni intorno alle orecchie degli ascoltatori.
Per carità, però, non parlate loro di Sanremo. È più facile vedere Rufus Wainwright duettare con Povia (e massaggiare i piedini della Cabello) che Fabio De Min cantare in prima serata su Raiuno.
E' una questione che tutto sommato ci lascia abbastanza indifferenti. Certo, mi pare curioso che ci si riferisca a noi parlando di Sanremo, come se l'uso di archi e orchestrazioni in generale fosse prerogativa dell'Ariston. Mi chiedo se questo paragone venga automatico anche parlando di Richard Hawley o Rufus Wainwright. Sanremo ha sempre avuto poco senso e ne ha perso ulteriormente negli ultimi anni, assoggettatosi a clichè televisivi e perdendo il contatto con la musica e la realtà discografica. Tuttavia può essere una vetrina importante e un'esperienza divertente. Certo, l’edizione più recente ha mostrato dei lati imbarazzanti.
Perchè non siamo riusciti a trovarne uno che ci convincesse appieno. Poi una volta vista l'illustrazione finita in copertina mi è sembrato non servisse aggiungere altro.
L'autrice è Roberta Zaetta, un’illustratrice bravissima, che mi è stata vicina durante la realizzazione del disco. Ne abbiamo parlato per mesi, poi un giorno si è presentata con questa immagine e ne sono rimasto folgorato. Per qualche minuto sono rimasto incantato a guardarlo: era sorprendente. Era la sintesi perfetta di quanto avevo scritto.
Intanto dietro al nuovo cd c'è un’esperienza di studio davvero importante, durata parecchi mesi. A differenza di Hotel Tivoli poi, il nuovo album è stato concepito come un lavoro completo, c'era un progetto di disco che per l'esordio non avevamo. Ovviamente riascoltandolo trovi sempre qualcosa che pensi avresti potuto fare meglio, ma ne siamo contenti.
Sapevamo di un certo apprezzamento di Syria verso il nostro lavoro. Sicché al momento di scegliere un'interprete femminile per un brano del disco è venuto automatico rivolgersi a lei. Siamo molto felici del risultato, trovo che sia riuscita a entrare perfettamente nell'atmosfera della canzone, accentuando il contrasto che si crea nel ribaltamento dell'io narrante, nel passaggio fra il punto di vista maschile degli altri pezzi e quello femminile contenuto in Sottile.
La dimensione eroica nello sport popolare mi ha sempre affascinato e del resto esistono precedenti più che illustri all'interno del cantautorato italiano (è probabile che inconsciamente pensassi a Sudamerica di Conte?). Anche il prodigarsi per la riuscita di una relazione personale o sentimentale può assumere dei connotati eroici.
Ci sono brani che ho iniziato diversi anni fa e ho concluso solo in occasione della registrazione del disco, altri che hanno una genesi più immediata. Non ho una vera metodologia di lavoro, la maggior parte del tempo la passo ad aspettare. Riguardo alla difficoltà credo che la lingua italiana sia difficile da inserire all'interno di strutture melodico-ritmiche anglofone, ma non essendo il nostro caso, mi pongo di fronte alla scrittura in maniera piuttosto naturale.
Significa sostanzialmente fare la fame.

I Non Voglio Che Clara sembrerebbero incarnare lennesimo esercizio di rivisitazione, ma in realtà il loro languido carosello di forme corrisponde a altrettanti scenari sordi(di) in cui si muovono istanze superficiali, con lobiettivo di apparecchiare un intrattenimento elegante, guarnito di contagiosi cartigli retrò, sospeso tra sonnacchiosa perversione e strisciante saccenza. Siamo in pieno postmoderno, nella più scellerata accezione del termine. Il fare come si sarebbe fatto in quel tempo e in quel luogo, senza far seguire a ciò quella sincera "pietas" che rende viva lespressione. La qual cosa traspare nella perenne punta di sdegno del canto (fenomeno comunque meno flagrante - e quindi meno fastidioso - che nei Baustelle), come un prestarsi malgrado perché è un buon modo di sollevare questioni sepolte vive, fibrillandone l'apparente cadavere.
Intendiamoci, mi sta bene tutto ciò, lo trovo interessante. Per dire, trovo splendida L'ultima occasione (con la melodia che sale su spirale d'archi zuccherina, il piano fiabesco e pietoso come anzi meglio di certe cosucce diafane dei Tiromancino, due ritornelli e stop: insomma, la perfetta Sanremo's song), mi intriga la decadenza atmosferica della title track (il piagnisteo iridescente degli archi, la ruffiana intimità della tromba, l'impianto affine ai celebrati Perturbazione non fosse per la voce che cova germi e minacce un po' alla Manuel Agnelli).
Così come val bene lasciarsi trastullare dalla malinconia adulta per
piano, tremori sonici e anima in bilico (Tenco via Benvegnù)
di Le paure, dalle vaghe polveri gelbiane che aspergono gli esotismi
jazz de Il nastro rosa, e dalla screanzata romanticheria valzer di Se
ti senti sola, il cui testo squarcia il fondale spiegandone la natura
di agguato parodistico al cuore della nostalgia.
Cè una coerenza poetica ed estetica che merita d'essere sottolineata,
e una indiscutibile abilità nellarmonizzare i contrasti tra moderno
e desueto (tanto nei testi quanto nelle tessiture soniche). Ma tutto ciò rimane
appollaiato sullo scaffale delle carinerie artigianali, ben poco hanno a che
fare con le emozioni. Che è proprio quanto cerco, guarda un po', in
un disco. (5.3/10)
Avevamo lasciato Clara lì, all’Hotel Tivoli, giusto un anno e mezzo fa. E in quelle stanze, polverose di paure e (mancanze di) amore, andò in scena un piccolo melodramma esistenziale di una bellezza disarmante. Perché disarmante era il modo con cui il solito, vecchio argomento della canzonetta tricolore – cuoreamoredolore – venne trattato da quei sette brani: rovistare tra le scorie di storie mai nate o, peggio, finite male, sublimando così ciò che è potenzialmente penoso in qualcosa di autenticamente e dolorosamente vero. Questi erano i Non Voglio Che Clara targati 2004. Una passione malcelata per Tenco e Paoli, Bacharach e Spector, Sanremo e la sua gloriosa – e ormai decaduta – storia. Come dire, un gruppo da sbattere in faccia a chi considera l’Italia ancora appartenente di diritto al Terzo Mondo del Pop.
E questi sono i Non Voglio Che Clara del 2006. Con gli stessi mezzi di ieri, lo stesso immenso bagaglio di emozioni, suoni e malinconie da condividere con chi non ha paura di esternare i propri più intimi pensieri in una lingua – l’italiano – che non fa mai sconti, neanche di fronte al talento. Curioso, a tal proposito, che il nuovo lavoro della band esca a poche settimane dal più famoso Festival canoro nazionale. Quasi uno schiaffo dato al Cattivo Gusto di un Paese che si rispecchia senza vergogna nell’immobilismo culturale rappresentato, in questo caso, dalla Musica Televisiva.
Via, quindi. Ad ascoltare Syria e la sua voce rotta per l’emozione in Sottile (quasi un vestito che le è stato cucito addosso con la precisione e l’eleganza di uno stilista rinomato). A struggerci ancora una volta con il pathos di Ogni Giorno Di Più, che prosegue idealmente le atmosfere drammatiche di Le Paure (il pezzo più commovente del disco precedente). A cullare i delicati ritornelli jazzati di Un Giorno Come Questo, un elenco implacabile di incapacità, desideri e pessimismi. E a viaggiare infine a fianco di Cary Grant, per quella che è una delle più belle pagine scritte dalla musica italiana negli ultimi anni, una roba che meriterebbe altri – ed alti – numeri.
Il ritorno dei Non Voglio Che Clara si muove allora tra le stesse sensazioni provate in passato. Con una differenza non di poco conto: se prima il metro di giudizio poteva essere alterato dal sospetto di trovarsi di fronte a qualcosa d’irripetibile – per lo meno con quell’intensità – adesso non ci sono più scuse che tengano. Arrivata alla prova del nove, la band dimostra di avere la testa lucida e le dita agili. Ma soprattutto dimostra di avere cuore. E talento. (7.5/10)