Atmosfere hollywoodiane, jazz, musiche da film, lounge, exotica, techno, folk, suggestioni d’Oriente. Ecco gli ingredienti dei collage al laptop di Yvonne Cornelius (in arte Niobe), artista tedesco-venezuelana che ha saputo creare un personale linguaggio pop a partire dall’estetica glitch.

Dopo un decennio di timide contaminazioni, l’estetica del glitch ha preso sempre più piede fino a diventare un linguaggio comunemente usato anche da artisti con un background lontano dall’elettronica più sperimentale e con intenti velatamente o dichiaratamente pop. Questo spostamento verso forme espressive più vendibili è coinciso con la diffusione sempre più massiccia di tecnologie atte a una facile manipolazione dei materiali sonori, dai campionatori ai laptop con miriadi di software a basso costo -e perfino freeware- utilizzabili a tal scopo.
Il glitch-pop è stato un fenomeno che ha interessato soprattutto l’inizio di questo millennio, in modo così massiccio e capillare da esaurire relativamente presto la carica innovativa che poteva avere l’idea iniziale. Negli ultimi due anni il mercato discografico indipendente, e non solo, è stato letteralmente invaso da un esercito di produzioni che usavano e abusavano degli stessi stereotipi compositivi. Sovente ci siamo trovati di fronte a opere sterilmente pop che dietro un make-up di rumorini e scorie digitali celavano un’aridità creativa imbarazzante, dischi in cui l’elemento glitch è diventato semplice ornamento (f)utile per dare una parvenza di nuovo e (post)moderno a qualcosa di palesemente stantio, piuttosto che diventare parte integrante e strutturante della musica, spinta propulsiva e realmente modernizzante.
Tra i pochi artisti che hanno saputo cogliere le potenzialità e allo stesso tempo riconoscere i limiti della nuova estetica, c’è sicuramente Yvonne Cornelius, in arte Niobe. Questa compositrice tedesco-venezuelana ha forgiato una musica dai tratti originali e bizzarri che per suonare attuale si è rivolta a un passato scarsamente frequentato dal pop odierno. Lo sguardo rètro di Niobe ha accarezzato la prima metà del ventesimo secolo, quando le dive del cinema erano artiste tout court e si esibivano in struggenti prove canore, e le orchestrine jazz riempivano locali fumosi e affollati. A completare il pastiche serviva un pizzico di esotismo, anch’esso piuttosto demodé di questi tempi: Yvonne lo ha opportunamente filtrato da materiali lounge-exotici così che percussioni tribali, musiche da film, suggestioni d’Oriente e chitarrine hawaiiane sono andate ad aggiungersi in pentola. Di tutti questi (e altri) elementi Niobe si è servita per dare vita ai suoi sfavillanti collage al laptop (definizione comunque limitativa), creando una musica borderline, al di fuori del tempo, incollocabile, in etichettabile per il suo saper giocare sui contrasti e sugli accostamenti arditi senza tuttavia risultare pretenziosa. Il suono di Yvonne e le sue straordinarie doti canore hanno affascinato persino i Mouse On Mars, che l’hanno chiamata a collaborare al loro recente Radical Connector (Sonig, 2004), un’esperienza che le ha consentito di maturare e affinare ulteriormente la sua tecnica al laptop.

Il primo parto dell’artista tedesco-venezuelana è un mini album licenziato dalla Tomlab, etichetta di Colonia che accoglie nel suo roster alcuni dei nomi più interessanti del pop con velleità avant e sperimentali di questi tempi tra cui Xiu Xiu, Flim e The Books.
In poco più di venticinque minuti, Radioersatz offre solo un assaggio delle straordinarie capacità vocali di Niobe, il cui canto resta spesso timidamente in secondo piano, per lo più filtrato o non valorizzato a dovere nel missaggio (Radio Mexico, Lalu Lalu, I Took It Off). D’altra parte, spicca l’originalità nella scelta dei suoni e nel modo di assemblarli: strumenti reali o campionati, elettronica cheap e scorie digitali si alternano, si sovrappongono, s’incastrano in maniera inconsueta eppure al contempo naturale (la conclusiva strumentale Kurz Bevor Ich Vom Himmel Fiel, via di mezzo fra Tarwater e certo folk britannico). Contrasti e accostamenti spesso bizzarri affondano in un continuum sonoro che si regge bene soprattutto quando è abbracciato con grazia dalla voce fluida e sinuosa dell’artista (si ascolti il canto dolceamaro in stile diva anni ’50 di Troubles Of Serial Life, che sembra quasi provenire da uno di quei vecchi radioloni dei nostri nonni!), e il risultato non è mai inopportuno o forzato.
Come ogni esordio che si rispetti, Radioersatz appare come un’opera ancora acerba e poco ardita (specie nell’utilizzo della voce), anche se è possibile tuttavia riconoscervi i germogli della successiva maturazione artistica di Niobe. (6.0/10)

Nell’esordio sulla lunga distanza pubblicato dalla Sonig dei Mouse On Mars, Niobe conferma quanto di buono aveva fatto in precedenza affinando la tecnica compositiva e allargando il ventaglio delle fonti (musicali e non) utilizzate per inventare universi sonori indefinibili e mutanti, sospesi in una dimensione extratemporale dove tutto è possibile.
Come nello splendido Brazil di Terry Gilliam, Tse Tse rappresenta - il sogno di - un futuro romantico e incredibile come lo vedrebbe un uomo di un passato non troppo remoto. Un flusso elettroacustico di sfavillante esotismo, in cui convivono chitarrine folk, coloriti fiati soul, malinconiche note di piano jazzy, cantati anni ’50 tendenti al farsesco (le ballate sinuose e raffinate Nachtsendung e Little Things Of Frenzy) e un vasto campionario di electronics (il girotondo spastico di Out Of Limbo), il tutto bagnato in umori e percussioni world (i tribalismi altalenanti in stile Asa-Chang & Junray di Virgin De Guadalupe).
Protagonista è sempre e comunque la voce di Niobe, ora danzante pregna di grandeur cinematica (Good Old Owl), ora piegata a sample con funzione ritmica (Black It Out e Tic Tac). Se ciò non bastasse, c’è anche spazio per il reggae futuristico di Sanoukiki - punta di diamante dell’album - e per una ghost-track dancey, che si muove tra Nobukazu Takemura, Tied & Trickled Trio e umori bristoliani.
Dopo anni di sperimentazioni digitali in tutte le salse, è arrivata anche l’ora dell’etno-glitch. (7.0/10)

Dopo l’importante collaborazione in Radical Connector dei Mouse On Mars, Voodooluba era l’album che aspettavamo con curiosità per chiarirci le idee e fugare ogni dubbio sul talento di Niobe e sull’effettivo spessore della sua musica, per sua stessa natura sempre sulla soglia della pretenziosità o dell’eccessiva somiglianza a tante altre proposte avant (o pseudo-tali) di cui è costellato il mercato discografico attuale.
Con questo secondo full lenght l’artista tedesco-venezuelana conferma ancora una volta la sua capacità di manipolatrice e assemblatrice di suoni, non limitandosi a un semplice esercizio di cut’n’paste ma piuttosto volgendosi alla creazione di eccentrici e suggestivi microcosmi sonori che fagocitano ironicamente le fonti e le musiche più disparate.
Folk, jazz, lounge, glitch, exotica, musiche da film, techno sono ridotti a brandelli, decontestualizzati e rimontati in un ordine bizzarro e spastico, con la voce di Niobe come sempre a far da collante, a smussare gli spigoli, a ridonare una finalità pop al magma ottenuto. Da vezzi vocali in stile Cocorosie (Tengo Yoruba) a sapori medievali (Idly Lovely, il cui motivo iniziale viene ripreso in Surprise), tra percussioni carnevalesche, coretti brasileiri (Voodooluba Tv Show) e arie esotiche (Juaguaruna, Maracas & Vocales), c’è posto per il consueto e suadente romanticismo da diva di Hollywood che ormai ben conosciamo (Time Too Slow e la rediviva Good Old Owl), nonché di umori sinistri à la Asa-Chang (Like A Dog, con tanto di finale in stile Mouse On Mars). Vertice dell’album è la nenia ipnotica Ghoast’s Wharf Quare, con la voce riverberata di Yvonne ad aprire squarci di incanto e visioni estatiche; apice replicato in Hawaii’s Garden, un florilegio di arpe celestiali e voci paradisiache su un manto erboso di electronics da IDM.
Più intimistico nei toni e nelle immagini evocate rispetto agli scenari di lussureggiante exotica dipinti in Tse-Tse, Voodooluba si rivela il lavoro più maturo finora realizzato da Yvonne Cornelius, probabile punto di approdo di uno stile compositivo tuttavia difficilmente evolvibile e sempre a rischio di scadere nel manierismo dell’elettronica collagistica. (7.5/10)

Dopo gli esperimenti di de-costruzione elettronica, attenti soprattutto all’entità e alla trasformazione dei campionamenti e dopo essersi resa protagonista come voce principale in Radical Connector dei Mouse On Mars, Niobe si mette a nudo e per la prima volta fa risaltare, senza nascondersi, la sua splendida voce, dando un taglio decisamente cantautorale e introspettivo al successore di Voodooluba (2004). Qui l’elettronica non domina, prepara semplicemente lo sfondo, su cui si staglia il cantato della tedesca con un tono come al solito a metà tra il raffinato e il beffardo, tra l’ironico e il romantico. L’estro musicale di Niobe si concentra sui raddoppi vocali, l’uso dei filtri, gli intervalli melodici insoliti, dando quel tocco in più a strutture musicali semplici, che altrimenti non sarebbero andate molto oltre la classica canzonetta: pochi accordi, forme chiuse e ritornelli, sfiorate da leggere pennellate di genialità negli arrangiamenti, che le rendono delle perle di indiscutibile fascino.
Difficile riassumere in pochi esempi l’apparente semplicità di White Hats, tanto è varia la sua proposta musicale, che va dal soul dell’iniziale Give All To Love, allo psych-folk della title-track, che sembra quasi riesumare il fantasma di un Jim Morrison al femminile; dai giochi vocali di Drei Zinnen, che fa il verso alle Cocorosie, alle atmosfere jazzy di The Hills che sembra un omaggio a Billie Holiday. C’è spazio anche per abbozzi di dance (Cool Alpine) e momenti di pura raffinatezza (Surround The Hover, con il suo accompagnamento di chitarra acustica, flauto e organo).
Dopo cinque anni dal suo esordio discografico, Radioersatz (2001), Niobe ritorna alla sua prima etichetta, la Tomlab di Colonia: una sorta di dichiarazione di indipendenza/maturità, oltre che un richiamo alle (non troppo lontane) origini. Dopo i tanti tentativi, quasi sempre abortiti, di costituire un neo-folk da cameretta guardando pretestuosamente ad un passato “pre-war”, per la gioia di qualche critico con poca fantasia, finalmente qualcuno riesce ad esaltare la semplicità in maniera intelligente e guardando al futuro, mettendo insieme una voce dal carattere unico e inconfondibile ad un’intelligenza musicale sopra le righe e svincolata dalle etichette. In una parola: entusiasmante. (8.0/10)