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Nine Inch Nails

di aavv

 

 

 

 

NIN - Copyright 2006 Interscope Records Photo credit: Rob Sheridan

Copertina: ...
  • All the love in the world
  • You know what you are
  • The collector
  • The hand that feeds
  • Love is not enough
  • Every day is exactly the same
  • With teeth
  • Only
  • Getting smaller
  • Sunspots
  • The line begins to blur
  • Beside you in time
  • Right where it belongs
  • Home

With Teeth (Interscope, 2005)

di Gianluca Talia

There are things that I said I would never do, there are fears that I cannot believe have come true”.

Ricomincia da zero Trent Reznor, anzi, da sé stesso. Che poi, dal momento che il fondo del barile l’ha toccato per davvero, la sostanza non cambia. Quello che porta alla realizzazione di questo With Teeth perciò, a sei anni di distanza dalla pubblicazione dall’ultimo disco di inediti, è un percorso anzitutto umano. Tutto ha inizio nel 1999, dopo il balzo al primo posto in classifica del fortunato The Fragile, With Teeth insomma non fa altro che confermare sospetti covati da tempo, che le sonorità industrial cioè, dopo aver conosciuto il proprio apice di popolarità e creatività durante gli anni novanta, hanno esaurito le cartucce a disposizione, ed oggi, insieme a quel decennio ancora tutto da decifrare, salutiamo anche una delle sue maggiori creature, ed è un saluto che sa di addio. Quando Reznor, minato nel corpo e nello spirito (preda di devastanti crisi depressive e debilitato dall’abuso di alcolici e stupefacenti) si trova ad un bivio e, tra lasciarsi sprofondare oppure reagire, sceglie con saggezza. Sceglie di rimanere aggrappato, Coi Denti appunto, alla propria barca che affonda e che, oggi, dopo aver accettato, ammettendole, le proprie responsabilità pare essere riuscito a ricondurre verso acque meno tempestose. In questi 56 minuti è racchiuso il travaglio umano di un artista che, sulla fatidica soglia dei quarant’ anni, dopo aver indicato nuovi orizzonti musicali, è costretto a rimettersi in gioco per dimostrare a sé stesso che nel tentativo di salvare l’uomo non si sia dovuto sacrificare il musicista.

Mister NIN con questo disco vuole dimostrare al mondo intero che, anche se il tonfo è stato doloroso, è tornato in piedi, e decide di farlo nella maniera che oggi gli è più congeniale: per mezzo, cioè, di un pugno di composizioni autobiografiche, figlie di un’ urgenza espressiva che costringe a cambiare lo scenario della battaglia. Abbandonata la consueta trincea, ci si muove su territori più confacenti alle nuove esigenze, partendo dal pop per finire (addirittura) alla disco. In questo senso il distacco dal precedente quasi strumentale di The Fragile è marcatissimo. La nuova formula, che in un primo momento potrà anche lasciare spiazzati, viene applicata con alterne fortune, ed alle zoppicanti The Hand That Feeds e Every Day Is Exactly The Same si contrappone la convincente The Collector, uno degli episodi migliori dell’ album insieme alla sorprendente (in tutti i sensi) Only - un pezzo dalle sonorità apertamente disco che arriva dritta dritta dagli anni Ottanta (!) per farci ricredere su qualche luogo comune – ed alla melodia venata di soul dell’iniziale All The Love In The World. Le reminescenze dell’ heavy-tronica che fu, comunque, sono ancora ben udibili ma la furia latente si manifesta in rari momenti, ed eccezion fatta per la rabbiosa You Know What Your Are, non raggiunge mai i picchi a cui aveva abituato in passato, lasciando nell’aria, peraltro, l’odore acre del manierismo. (6.4/10)

  • Hyperpower!
  • Beginning of the End
  • Survivalism
  • Good Soldier
  • Vessel
  • Me, I'm Not
  • Capital G
  • My Violent Heart
  • Warning
  • God Given
  • Meet Your Master
  • Greater Good
  • Great Destroyer
  • Another Version of the Truth
  • In This Twilight
  • Zero-Sum

Year Zero (Universal, 16 aprile 2007)

di Edoardo Bridda

In epoca di surriscaldamento globale termo-religioso, prossima inversione dei poli magnetici e probabile invasione dei Visitors (o degli alieni di Essi Vivono che per la cronaca sono già among the living dagli anni ‘80), Trent non può che captare nuovi segnali e angosce cyber contemporanee immergendosi in un altro dei suoi concept futuristici.

Anticipato da una strategia di comunicazione in grande spolvero culminata persino (ma ci stupiamo solo per protocollo) con un trailer stile La guerra dei Mondi di Spielberg, è, ancora una volta, un film d’azione e fantascienza all’americana, tra cibernetica e survivalism (appunto), l’immaginario a cui il signor Nine Inch Nails fa riferimento. Un braccio armato pronto a catturare l’audience di petto a suon di tripodi (…tripudi) fritture bio-meccaniche, latte Alien 10, buon vecchio rock rivestito Mad Max (anzi facciamo Blade), appeal techno-punk (vedi anche Young Gods) e orgasmi stereofonici multipli. A reggere la scenografia, al solito, la scuola catastrofica del dopo Thobbing Gristle aggiornata ai Novanta (e fermatasi lì), teorie del complotto nella (e per la) tv generation comprese, un plot che Reznor canta oggi come allora ma in maniera più diretta e spesso, deludentemente, qualunquista, sfigatamente giovanilista. Una voce accessibile alle masse, che sa come  no di essere rétro, fronte di un palco di led e effetti speciali. E sono loro di fatti, più che nello scialbo With Teeh, a aggiornare il perimetro con sfavillanti electro-strusci laptop, gli unici spunti innovativi di marchio di fabbrica che imbarca l’obsolescenza da molti pori ma non vuole proprio saperne di apparire vecchio. Una firma, quella di NIN, che non cerca più l’apoteosi (The Downward Spiral) né la catarsi (The Fragile), piuttosto, come nel caso dei recenti Young Gods porta a sé un revival possibile mostrano l’immagine più fruibile e incisiva di sé.

Nel proiettile very punk Survivalism fanno bella mostra folate radioattive e effettismo post-rave. Efficace. Ma è un terreno che crollerà in banalità melodiche Ottanta come The Good Soldier, o in ritornello indecenti come Vessel. Brano quest’ultimo emblematico perché carico di grandi effettismi cyber-funk che mostrano bellamente la forbice del disco: alcuni (pochi) brani dall’arrangiamento impressionante conditi in una scrittura da allocchi. Le cantasse Mike Patton queste canzoni farebbero faville. Le canta Reznor e sono roba, nel migliore dei casi, per fighetti. Magari a quelli che dopo l’indesiderata ondata Ottanta, vedono coincidere l’anno zero con un’auspicata rinascita dei Novanta, gli anni dell’apocalisse cyber-techno-rock. Sarà. Si vedrà. Ma per un non più giovane Trent Reznor, che pare ormai aver vinto la battaglia contro l’alcol, è il tempo delle canzonette in abiti asciutti – pensa lui – ultra ganzi. Qualche bel completo firmato c’è, l’abbiamo detto, ma sono pur sempre canzonette e sono tutte su My Space. Ascoltate e decidete. (5.5/10)

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Ghost I-IV / The Slip (www.nin.com, aprile - maggio 2008)

di Edoardo Bridda

Ghost I-IV volendolo trasformare in compact disc ne occupa quattro, The Slip, ovvero il nuovo album targato NIN, si limita invece a un minutaggio di 43 minuti. In totale, nell’arco di due mesi, sono disponibili 200 minuti di nuova musica dell’uomo di Downward Spiral totalmente gratuita e noi, nel mentre li ascoltiamo, apprendiamo da una press volante che pure gli Autechre, a breve distanza da Quartistice, pubblicheranno un album digitale d’inediti. Apparentemente sembrano politiche nuove, in verità puzzano tanto di aggiornamento del concetto di b-side. Nel caso di Reznor però non è il caso di far gli scribacchini del cazzo: l’uomo, alle prese con un personale Selected Ambient Works aphexiano, e un album bello sporco e diretto, esce vincitore innanzitutto perché il quadruplo supera abbondantemente i cortocircuiti delle prove tech-pop ufficiali (ultra chic ma banalmente melodiche), in secondo luogo perché è innegabile che un po’ di rozzura giovi non poco ai NIN ultra noise-laptop di The Slip. Rimane quest’idea d’insieme tipo cassettine che tempo fa si compilavano per gli amici meno accaniti e che il massimo sarebbe una sintesi (Ghost non è The Fragile e The Slip non è proprio Downward Spiral) ma tant’è: Reznor è un artista che non si è mai deciso a crescere fino in fondo (ascoltatevi i recenti declami anti major su Youtube). Da sempre tra i pro l’immediatezza tutta americana per le cose sensibili. Contro: le banalità che non ti aspetti dietro a un muro d’effetti speciali. (7.2/10) comunque a Ghost e (6.0/10) a The Slip (prescindibile). Infine, se dovessimo valutare Trent stesso, senza sparar voti, parleremo senza dubbio di una nuova giovinezza per lui. Che l'abbia cercata a tutti i costi per una volta non ci importa.