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Nick Cave ha abdicato la corona oramai da un pezzo in compenso ci regala, ormai a scadenza regolare, album ricchi di crepuscolari ballate.
Proiettato decisamente verso la dimensione del classico moderno Nocturama non sfugge a questa dinamica tanto da sembrare, almeno all’inizio, in perfetta linea col predecessore. Le composizioni riprendono le fila di un discorso oramai lungo cominciato da Murder Ballads o meglio da The Good Son e sembrano dare un ennesimo addio a quel primo invasato e sconvolgente stritolabestemmie, capace di biascicare sacro e profano nel volgere di due accordi, di riattizzare la brace del blues con la benzina del post punk.
Eppure con tutto ciò, un Cave cambiato, cresciuto, invecchiato e denutrito dai propri demoni ritorna caparbiamente all’immediatezza oramai data per dispersa, combinando blues e rock in maniera viscerale e non nascondendo alla stampa quanto il processo compositivo in questa sede sia stato guidato dalla velocità e dallo spirito della jam più orgiastica.
Il torrido rock’n’roll di Dead Man In My Bed, e quindi la fluviale sarcastica frenesia hard-funk di Baby, I’m On Fire, il pezzo più lungo mai inciso dall’australiano, intorpidiscono le acque, scuotono le membra, riattizzano la fiammella: Mick Harvey e Blixa Bargeld scorticano le corde, Thomas Wydler non lesina stringenti sganassoni sulle pelli, l’hammond - suonato dallo stesso Cave - brucia come una colata di olio bollente.
Intatte dunque le capacità dell’ensemble eppure - ed è un dubbio pesante che s’insinua nell’orecchio - qualcosa non torna.
Un senso di uniformità e d’automatismo, come se i brani fossero stati concepiti appositamente per dimostrare e dimostrarsi vivi, tesi e vitali pervade il Nocturama rock così come quello teoricamente più struggente, come il violino di Warren Ellis nel bridge di Right Out Of Your Hand, appena attento a non replicare troppo quanto già fatto - e meglio - nel precedente No More Shall We Part. Certo, la grana sonora ne guadagna in abrasività e “mistero”, ma se l’eccessiva levigatezza del predecessore veniva riscattata da una scrittura piuttosto ispirata, qui il dazio da pagare è una prevedibilità diffusa (He Wants You, Wonderful Life), quando non la fiacca sdolcinatezza di Still In Love o la vacuità folk-soul di She Passed By My Window (ruffianetta in punta di slide, con cori al fiele/miele dei Blockheads).
Poco risollevano dal torpore il tango gospel di There Is A Town (con Ellis a propinarci l'ennesima sordida circonlocuzione di violino) o il valzer sfarfallante di Rock Of Gibraltar (dal gradevole pathos seventies, e dai versi molto simili alla younghiana After The Goldrush). Non stupisca dunque se, alla fine, il brano migliore risulti Bring It On, riuscito proprio in quanto singolo, forse scontato, però efficace con l’avvincente Chris Bailey (già voce e leader degli australiani The Saints) nel ruolo di guest star.
Nocturama sembra l’album che saluta il definitivo ingresso di Nick Cave nel novero di una dignitosa senilità artistica. (5.0/10)

Trascorso poco più di un anno dal naufragio dell’album precedente - che falliva l’approdo alla naturalezza espressiva per una sorta di perniciosa, crepuscolare auto-infatuazione stilistica - Nick Cave torna e batte un colpo importante. Trattasi infatti - ed è la prima volta in un carriera ultraventennale - di un doppio album con tanto di duplice titolo: Abattoir Blues (una raccolta di brani energici e ombrosi) e The Lyre Of Orpheus (una sua versione più atmosferica e letteraria).
Neppure troppo diversi l’uno dall’altro, i lavori, entrambi missati a Parigi con la supervisione di Nick Launay per un totale di diciassette titoli, non mancheranno di confermare le perplessità emerse precedentemente ma anche riservare sorprese ai (più o meno) devoti dell’ex-Birthday Party.
Ascoltata la nuova fatica è innanzi tutto più chiaro di come Nocturama sia stato un album di transizione verso una maggiore immediatezza e questo senza lasciar cadere il famoso “metodo” impiegatizio a lungo sbandierato: mai lavoro del Nostro è parso infatti tanto nitido e immediato nei modi e nelle strutture, mai come ora il Cave “buono” dei giorni nostri si specchia così ironicamente nel suo omonimo “cattivo” nello Stargate del caso.
Così, se da una parte si definisce una diffusa schiettezza formale che potremmo ben definire “radiofonica” (a partire dal primo estratto Nature Boy, luminosa cavalcata r’n’b su propulsione di piano e organo), dall’altra la densità malinconica di Easy Money, le convulsioni maudit di Hiding All Away, il morbido tremore soul di Messiah Ward, gli indolenziti refoli latini di Breathless e il funk-rock bradicardico di Cannibals Hymn ne rilevano il lato più routinario nonché la testarda trasparenza etica.
Convertito a un ferreo protestantesimo, Cave preferisce costruirsi il regno dei celi lavorando sodo nel mondo dei vivi e fiero dei risultati ottenuti non esita a mostrare le proprie carrozze al pubblico affezionato ma anche a nuovi acquirenti. In fin dei conti, egli non è così distante da un astuto bottegaio ottocentesco: nel suo laboratorio controlla ogni parte del processo produttivo, sostituisce oculatamente la manodopera venuta a mancare (fuori Blixa dentro James Johnston dei Gallon Drunk), ordisce meccanismi prevedibilmente efficaci, procede secondo tempi autoimposti e dettati dalla consuetudine, in sostanza mette talento e esperienza al servizio del mestiere e nondimeno fiuta i movimenti del mercato.
Così gli arrangiamenti, come scintillanti cromature, sono curati ma flagranti (si ascolti il gioco di contrasti in seno a Let The Bells Ring, tra soul bianco, brume black e iridescenze U2 in terapia Brian Eno, o la toccante evidenza di chitarre, piano e spazzole nella trepida Babe You Turn Me On - cantata come un Elvis redivivo e redento), pur simulando all’occorrenza strappi e urgenze (la furia appiccicosa dell’iniziale Get Ready For Love, il delirio distorto nel cuore di The Fable Of The Brown Ape).
Apprezzabile la scelta di non concedere al violino di Warren Ellis gli trasbordanti primi piani del passato, confinandolo - si fa per dire - a un efficace lavoro di sponda (a sbuffare uggia tra i palpiti tango-reggae di Spell, a carburare la trascinante sarabanda di Supernaturally, a rendere frastagliata la teatralità digrignante di The Lyre Of Orpheus…), mentre la defezione di Blixa Bargeld appare brillantemente superata tanto dal nuovo “corso” stilistico quanto dal puntuale lavoro di Mick Harvey alle chitarre e del nuovo acquisto James Johnston all’organo.
Sfilano così blues infebbrati, uptempo digrignanti, folk cupi e ballate struggenti, il tutto innervato da una inattesa, vivida componente gospel-soul che fa pensare un po’ al Roger Waters post-Floyd (sostituita l’egomania apocalittica con un irrequieto fatalismo, come nella conclusiva O Children) e ancor più a certo David Bowie periodo ducabianchista (la qual cosa, ne converrete, per un ex re inchiostro pone non pochi problemi cromatico-estetici).
In definitiva, Cave si rinnega con autorevolezza, convincendo anche gli ultrà della prima ora a dare un assaggio. Decide insomma di tracciare la strada che seguirà da qui alla senilità, e lo fa con una classe che inciampa davvero pochissimo (nei cori “natalizi” di Carry Me, nella piattezza automatica di There She Goes, My Beautiful World…).
Immerso com’è nella linea d’ombra che divide gli artisti “affermati” dai dinosauri sull’orlo della pensione, Nick Cave sceglie l’artigianato di nicchia aprendolo però ai mercati globali, affronta di petto le penne avvelenate nascondendo nel retrobottega i compromessi del caso. Scommessa che, frenando in futuro la produzione, potrebbe rivelarsi vincente. (6.5/10)

È piuttosto complicato valutare in modo obiettivo operazioni che nascono con l’intento di presentare al pubblico materiale che non proviene direttamente dalla discografia ordinaria di un musicista. Che si tratti di b-sides, rarità o quant’altro di sconosciuto, sotterraneo, alternativo egli possa aver prodotto e successivamente riposto in un cassetto, non di rado si insinua nel consumatore lo spiacevole dubbio di avere a che fare con un’operazione commerciale mascherata da vezzo artistico che ha l’unico scopo di scucire, spesso senza meritarlo, qualche decina di euro in più. Non bastasse questo a far scemare l’entusiasmo per dischi del genere, viene istintivo considerarli come una sorta di riserva protetta per lo zoccolo duro dei fan dell’artista e, di conseguenza, episodi prescindibili per gli altri. Poteva sembrare naturale far rientrare nella stessa categoria anche questo B-Sides & Rarities di Nick Cave con i Bad Seeds, non fosse altro per le dimensioni considerevoli – tre cd per un totale di cinquantatre brani – e il marasma di alternative takes e inediti di secondo piano presenti in scaletta. E invece alla Mute confezionano un’opera tutt’altro che disprezzabile che se da un lato non rinuncia alle dichiarate velleità filologiche ricorrendo a materiale in alcuni casi obiettivamente superfluo, dall’altro si fa carico di recuperare episodi importanti e ormai introvabili della ventennale carriera di Re Inchiostro. Accanto a versioni acustiche di classici come Deanna, The Mercy Seat, Jack The Ripper trova posto, ad esempio, il duetto Nick Cave/Shane MacGowan di What A Wonderful World o una The Six Strings That Drew Blood scrostata direttamente dalle pareti ammuffite del passato a marca Birthday Party, una Tower Of Song incisa nel ’91 per un disco tributo a Leonard Cohen o Red Right Hand riveduta e corretta per il film Scream 3.
I dischi intraprendono una sorta di viaggio a ritroso nel passato dell’artista lungo un itinerario pieno di curve e saliscendi, con lo scopo di riappropriarsi di passaggi musicali estemporanei - è il caso di There's No Night Out In The Jail, brano inciso per una compilation di musica country australiana e mai pubblicato -, dimenticati - The Moon Is In The Gutter - o ingiustamente esclusi dalle tracklists ufficiali (The Ballad Of Robert Moore And Betty Coltrane). Se dovessimo stilare una classifica dei tre cd riserveremmo probabilmente lo scalino più alto del podio ai primi due, in parte per il livello qualitativo generale del materiale registrato - andate a riascoltarvi i diciotto, deliranti, minuti di O’Malley’s Bar incisi per l’inglese Radio One - dall’altro perché rappresentano fedelmente i passaggi più importanti dell’evoluzione stilistica del musicista. Il terzo, pur raccogliendo episodi pregevoli - Little Empty Boat su tutti - tende tuttavia a suonare troppo monocorde e edulcorato, ostaggio com’è di materiale proveniente da pubblicazioni più recenti, melodiche e, aggiungiamo noi, controverse.
Resta comunque un esperimento fondamentalmente riuscito questo B-Sides & Rarities, interessante per il neofita che si vedrà recapitato un sunto efficace della poetica caveiana, imprescindibile per l’appassionato che non saprà rinunciare facilmente ad alcune “chicche” in esso contenute. (7.2/10)

La dicitura “Solo Performance” attribuita al minitour italiano di Nick Cave ha dato adito a qualche equivoco: in realtà Re inchiostro si è presentato a Modena, nell’affollato padiglione del Music Village con una formazione ridotta dei Bad Seeds comprendente i fedeli gregari Martyn P.Casey al basso, Warren Ellis al violino e strings varie, Jim Sclavonous alla batteria. La formula adottata dall’artista australiano in questa occasione ha avuto il grande pregio di porre maggiormente in risalto quegli incredibili chiaroscuri e magistrali sbalzi di umore che costituiscono ormai da tempo la collaudatissima materia palpitante della sua arte.
Il Cave del 2005 visto a Modena è performer ormai maturo, poliedrico e carismatico al di là di qualsiasi scala di valori, sia quando, seduto al pianoforte, si è concentrato nelle soffuse nebbie mistiche di timeless ballads ripescate oculatamente dai suoi lavori degli ultimi venti anni - People Ain’t No Good, Nobody’s Baby Now, Lucy, Loom Of The Land, Into My Arms, The Ship Song, God In The House, classiche ormai come può esserla una piéce pianistica di Chopin - sia quando, confortato magistralmente da Warren Ellis - invasato violinista posseduto da “romantica” passionalità e gestualità spiritata - ha strapazzato la tastiera percuotendola ossessivamente ed abbandonandola a scatti ripetuti per inscenare tumultuose versioni teatrali delle storiche apocalittiche Tupelo e The Mercy Seat, torturando in lungo e largo le assi estreme del palcoscenico in preda ai suoi fatidici sconvolti deliri espressivi, sfiorando o stringendo le mille mani protese verso di lui.
Al di là di questa ortodossa dicotomia la spiazzante positiva impressione in alcuni episodi è stata di un metodico ribaltamento del mood primigenio, esperimento probabilmente ispiratore della formula a quattro: brani originariamente abrasivi come Red Right Hand, Stagger Lee ed addirittura in alcune fasi The Mercy Seat trasfigurati in sontuosi inediti arrangiamenti pianistici, sono risultati (orfani della grattuggiante e gracchiante chitarra di Blixa Bargeld ) mirabilmente interiorizzati; al contrario il combo di Cave dal vivo ha tirato fuori da brani come The Weeping Song, Henry Lee, Hiding All Away (dall’ultimo Abattoir Blues) un’energia che in studio appariva soltanto potenziale.
A Modena Nick ci è apparso comunque uomo ed artista estremamente comunicativo, positivo, ed a suo modo pacificato con se stesso, capace già dopo i primi tre-quattro brani di schiodare dalle sedie tre quarti dell’audience invitandola/obbligandola (come resistere ad un invito tanto seducente?) a raggiungerlo sotto il palco per un contatto fisico molto più diretto. E ad alternarsi sono sorrisi , estemporanee ed esilaranti battute individuali con la band (a causa di piccoli fraintendimenti sul repertorio) e il pubblico (soprattutto con un certo Antonio, cui finalmente dedicherà una chilometrica liberatoria Tupelo, ossessivamente richiesta dall’inizio dello show). Verso la fine dello spettacolo non si dimentica certo di moglie e figli sottolineando, non senza un pizzico di ironia, il suo status di marito e padre: a lei dedica Babe, You Turn Me On (un po’ melensa ?), uno dei brani forse meno riusciti di The Lyre Of Orpheus… ma si fa perdonare subito dopo con una feroce Jack The Ripper.
Richiamato a gran voce concede due lunghi bis ad un pubblico che copre trasversalmente una fascia dai diciassette-diciotto anni ai cinquanta e passa… Cos’altro dire: che è meraviglioso incrociare per caso (?) lo sguardo di una diciottenne e sorridersi, scoprendo che state cantando conoscendo entrambi a memoria i versi di Nobody’s Baby Now mentre Nick Cave ne sta eseguendo una stupenda versione…

Gran bella cosa la maturità artistica, tanto più se oltre a portare con sé stabilità emotiva e fiducia nei propri mezzi non disdegna di accompagnarsi ad una notorietà in crescita costante che permette di incanalare la propria creatività anche verso ambiti diversi da quello strettamente musicale. Chiedetelo a Nick Cave, ex junkie, ex estremista sonoro, ex sperimentatore tout court ora signore sulla cinquantina dal tocco elegante e l’abbigliamento impeccabile, innamorato della scrittura. Tra le varie forme sperimentate in carriera, la sceneggiatura, passione da far risalire al lontano 1983 quando un Re Inchiostro ancora colmo di malvagità dava libero sfogo alle proprie irrequietezze collaborando con John Hillcoat e Evan English alla stesura di Ghosts… Of The Civil Dead. Una passione evidentemente non sopita, se nel 2006 assistiamo ad un'ulteriore incursione del talento letterario di Cave nella settima arte con la sceneggiatura del western australiano The Proposition.
Non contento di occuparsi soltanto dello script, Cave decide questa volta di firmare assieme al fido Warren Ellis - il cui violino sembra ultimamente essersi trasformato in una sorta di ossessione per l’australiano -, anche il commento sonoro della pellicola, raccogliendo tutti gli spunti musicali del caso nel disco in questione. Una soundtrack con tutti i crismi che ha lo scopo dichiarato di affiancare le immagini di Hillcoat - alla regia anche per The Proposition e difficilmente potrà essere “consumata” con la frequenza e il “modus operandi” di un disco a sé stante. Non vorremmo comunque essere fraintesi dicendo questo, dal momento che le sedici tracce dell’ultima fatica di Re Inchiostro sono tutto fuorché brutte. Tuttavia, se non deluderanno gli aficionado delle inquietudini striscianti ma piuttosto convenzionali care al musicista australiano dell’ultimo periodo - qui proposte in versione minimale pianoforte, violino e basso - lasceranno quantomeno interdetto chi apprezza la sua loquacità espressiva, gli sfoghi declamatori, l’abilità nel costruire scenari musical-letterari particolareggiati. La natura del progetto e la conseguente inscindibilità tra dimensione sonora e visiva, del resto, suggeriva di affidarsi ad una semplice sottolineatura più che ad una verbosità prorompente e proprio in questa direzione si è mosso Nick Cave, collezionando contributi strumentali in bilico tra attese e suoni minacciosi - The Rider #2 -, malinconie incombenti - The Proposition #1, Moan Thing -, scorci quasi velvettiani - Down To The Valley -, riusciti inseguimenti d’archi - Queenie’s Suite - e brani dalla struttura piuttosto classica (The Rider Song e Clean Hands, Dirty Hands).
Dai suoni stringati che caratterizzano gli episodi in scaletta emerge un’opera forse non fondamentale ma piacevole, forse non baciata da scintillante ispirazione ma dalle idee piuttosto chiare, forse non attraversata da virtuosismi diffusi ma ben suonata, efficace preludio di un appuntamento cinematografico da non mancare. (6.7/10)

La notizia si diffonde rapida di forum in forum: Nick Cave torna ad indossare le vesti del principe inchiostro! Invece, macché, niente affatto. E meno male. A detta del Nostro, tutto è accaduto naturalmente, una brama d'immediatezza hard blues provata durante l'ultimo lungo tour, quando tra una serata e l'altra il nocciolo duro della band - il polivalente Ellis, il bassista Martyn Casey (già nei Triffids), il batterista Jim Sclavunos (ex-Cramps) ed un Cave sorprendentemente disposto ad imbracciare e maltrattare la chitarra - dava vita a sessioni un po' più sgarbate, come per sturare le vene dalle placche dolciastre del troppo romanticume.
Non che Grinderman – questo il nome del progetto, mutuato da un blues di Memphis Slim - sia immune da romanticismo: ad esempio quello malinconico di Man In The Moon, o quello travagliato di When My Love Comes Down, saturo di fremiti Lanegan. Però il sapore dominante vuole essere la sguaiatezza stoogesiana di una Depth Charge Ethel, la laida espettorazione da taverna di Get It On, il sarcastico sculettamento di Go Tell The Women (con impagabile falsetto finale), le torve movenze da Lou Reed vampiro di Electric Alice, la febbrile nevrastenia di No Pussy Blues, eccetera. Il tutto scudisciato da hammond acidissimo, chitarre e violini al calor bianco, basso bituminoso e percussioni ossute.
Con tutto ciò, questi semi cattivi non riescono a suonare così cattivi. La loro è una specie di goliardia intossicata, più sfogo che dramma. Se questi quattro volponi hanno siglato un patto al famoso crocicchio, mi sa che a rimetterci è stato il diavolo. (6.4/10)

La premiata ditta Cave & Ellis ci riprova col cinema western un anno e spiccioli dopo la tutto sommato riuscita soundtrack per The Proposition. Il pretesto stavolta è un film del rampante regista australiano Andrew Dominik basato sul racconto di Ron Hansen circa la vicenda di Jesse James e di come fu ucciso. Un po' come invitare la lepre a correre, insomma, e difatti le quattordici tracce in programma emanano tutta un'epica spersa da romanticismo fatalista, fosco, amniotico. Non mancano – come avrebbero potuto? - la propensione al melodramma dell'ultimo Re Inchiostro e la solennità goticheggiante dei Dirty Three, sfrondate però di quel qualcosa di troppo che le ha rese talora indigeste.
Sarà la trama tendente al discreto quando non al minimale delle orchestrazioni - piano o chitarra, un basso profondo ma riguardoso, il violino mai eccessivo, interventi di mandolino e tastiere - oppure sarà l'assenza della voce, e capirete che non stiamo parlando di una voce qualsiasi. Magia del cinema o meglio del fare musica per il cinema. Questo specchiarsi nello specchio opaco di celluloide che libera la visione laterale del duo, distilla le rispettive calligrafie spingendole a narrare con forza e concisione tenendo al centro la loro natura di chiosa sonora. Vedi come la toccante Falling o l'iniziale Rather Lovely Thing riescano a conciliare struggimento e rarefazione, un dispiegarsi attonito che investe anche il caracollare waitsiano di Cowgirl, smorzando gli eventuali eccessi anche dei momenti più "cinematici" – ça va sans dire - tipo Another Rather Lovely Thing o della stupenda Song For Bob. Detto ciò, potete considerarlo tranquillamente un gustoso antipasto per il nuovo Cave & The Bad Seeds, atteso per marzo 2008. Ma c’è il rischio che rispetto a quello si riveli un predecessore piuttosto impegnativo. (6.9/10)

Un'altra spallata allo steccato che, in qualche modo, separa (apparentemente) due visioni (forse) antitetiche del rock'n'roll: quella animalesca, selvaggia, che sgorga come un'espettorazione di incontenibile vitalismo; e quella meditata, progettata, elaborata incastrando mestiere, trucchi, competenza, quel po' di ispido talento ad increspare la calligrafia. Il Nick Cave splendido cinquantenne (e passa) che sforna il quattordicesimo disco coi fidi Bad Seeds, il secondo dalla dipartita del buon Blixa Bargeld, si muove beffardo, quasi goliardico e con rinnovata impudenza su questa linea di confine. Tra calcolo e spudoratezza, sarcasmo e sacrilegio, simulacri di rabbia e urticante savoir faire. Non stupisce che negli stralunati clip promozionali o in quello confezionato per la title track - blues da taverna inacidita di visioni e apocalissi sbruffona - finisce per sembrare un Gene Gnocchi che imita… Nick Cave. Ti fa pensare a uno che ha appena trovato la chiave del palcoscenico anzi il mazzo di tutto il teatro di posa.
Venendo al disco, non va scordata certo la questione del concept, impasto di situazioni bibliche, rimbombi storici, modernariato leggendario e contemporaneità avariata, gragnola letteraria declamata con la solita lena ora aspra ora ombrosa ora trepida. Ma, come per l'impianto sonoro - brume ritmiche, strali di chitarra, vampate acide d'organo -, non riesce a disperdere il senso di congettura prefabbricata, di pregevole artigianato caveano. Capace certo di prestazioni forse ovvie ma del tutto rispettabili (la fragorosa cavalcata di Albert Goes West, la ballata dolente di Jesus Of The Moon, il blues motorizzato di We Call Upon The Author), azzeccando con la lunga More News From Nowhere il perfetto ibrido Dylan-U2 e con Today's Lesson una quanto mai turgida - ancorché adulta - irrequietezza psych blues. Se metti da parte il ricordo delle ferite provocate dal vecchio Cave, riesci a considerare questo disco, anche questo disco, un'esperienza godibile. E magari comprendere che oltrepassata quella certa linea d'ombra senza lasciarci la pelle, qualunque Michelangelo può accontentarsi di aprire bottega come Tiziano. (6.4/10)
La barbona brizzolata di Warren Ellis è la prima cosa che noto sul palco del Forest National. E’ bello pensare, come per alcuni miti, che in quelle escrescenze risieda un forza vera. Quella figura deconcentra, spiazza, incanta almeno quanto quella di Nick Cave. Ellis è un vecchio eremita in completo gessato, un guru indiano in vacanza nei Balcani, il vero ago della bilancia del concerto: il suo violino diventa come la Gibson di Jimmy Page, la Strato di Hendrix o lo Stradivari di Paganini in base ai suoi slanci. Appena dietro ci sono i Bad Seeds: un meccanismo che rimane perfetto anche nell’improvvisazione, un lussuoso e comodo cuscino di velluto su cui quell’animale da palco di Cave sa di poter cadere senza mai farsi male. Non c’è James Johnston sul palco (peccato), forse impegnato con i suoi Gallon Drunk. A causa della defezione, Mick Harvey è costretto per buona parte del live davanti ad un organo, con la consueta schiera di chitarre alle spalle, questa volta costrette in secondo piano. Quando Il vocione punk di Cave intona “The Night of the Lotus Eaters” si capisce immediatamente che saranno tuoni e fulmini. Nick Cave.. è il rock’n’roll. Aggredisce, urla, straparla, balla, spinge i suoi compagni, percuote l'hammond, suona tre note della Telecaster ed è già sinfonia. L’esperienza Grinderman gli scorre nel sangue, l’ha nutrito, si sente. Passa indenne sopra ogni tipo di errore a cui è sottoposto: dieci minuti buoni di stecche, inciampi vari sui fili del microfono, chitarra regolata male.
Chissenefrega. La maggior parte del pubblico è estasiata, gli altri, i non-giovani, sorridono e applaudono. E così l’anthem Tupelo inizia con un “Looka Yonder! Looka Yonder! A big black cloud come!!”. Deanna è gridata con tutta la foga immaginabile, le anime soul di The Ship Song e Jesus Of The Moon escono da ogni accordo di piano mentre Papa Won’t Leave You Henry trasforma il Forest National in un’enorme sagra di paese, dove si salta tenendosi a braccetto. Il tempo passa che è una meraviglia e i Nostri pertanto sono costretti a due bis: Cave li farà con la maglietta nera dei Grinderman. Il suo cuore è lì, nel suono scarno, nel blues urlato in faccia alla gente. E così, spaventando due ragazze in prima fila, ti ringhia “Get Ready For Love”, come fosse No Pussy Blues. Into My Arms e Stagger Lee sono due parentesi per respirare prima del definitivo Fuoco, Hard On For Love tratto daYour Funeral My Trial. I Bad Seeds sono una sola infuocata meteora. Sette diavoli urlanti, l’essenza rock’n’roll.