Provengono da Vancouver, ma non si può dire che abbiano una base vera e propria. Devono il loro nome alla stigmatizzazione di un celebre cugino. Nessuno che calpesti questo mondo potrebbe detestare la loro musica, perché nasce col solo scopo di farsi adorare. Vita e opere dei New Pornographers .

Mai supergruppo fu più lieve. Così da ricordarci quanto tempo è passato da quando il pop-rock si nutriva avidamente dell’immaginario dei fans, felici di aggrapparsi al piedistallo di un pantheon lugubre e scintillante, e più ce n’è meglio è. Massì, definire supergruppo i canadesi New Pornographers (il nome è la parafrasi di una definizione della musica ad opera del telepredicatore Jimmy Swaggart, il cugino bacchettone di Jerry Lee Lewis) significa dare retta a certe impostazioni promozionali che farebbero bene a restare nelle cartelline, e da lì direttamente nella cesta del riciclo. Perché altro non sono che una furba combriccola, furba in ogni senso, visto come la propensione radiofonica (e quindi commerciale) sembri sempre una tensione e una tenzone, una sfida continua tra energia e orecchiabilità, tra densità e immediatezza. Sono piacevolmente furbi, Newman e compagni, perché sanno che la loro combinazione di cervelli, mani, ugole e sensibilità è la migliore possibile per realizzare l’ideuzza che gli frulla in testa. Una bella ideuzza per il loro portafogli e per tutti gli amanti del power pop.
Carl Newman – ex Zumpano - è polistrumentista (chitarre, sintetizzatori, armonica, organi, xilofono), cantante asprigno e soprattutto autore dalla freschezza e dalla prolificità straordinarie, ossessionato perlopiù dai Beach Boys (com’è evidente soprattutto in Mass Romantic) ma con qualche inconsulta deviazione sempre pronta nel taschino (dalla psych garagista alla wave angolosa). Fu lui a farsi in quattro per reclutare nel lontano 1997 i migliori talenti della scena di Vancouver, col piglio dell’alchimista pazzo che mescola elementi ed essenze per sintetizzare la propria visione delle cose. Tra quei talenti allora in erba, Daniel Bejar – titolare anche del progetto Destroyer - portò un po’ delle sue ombre e capricci (oltre ad un po' di chitarre, synth e voce), mentre Neko Case il dono impareggiabile della sua voce, capace di impastare tempi e dimensioni, di calpestare tradizioni portandosele nel cuore. A questi s aggiungano il batterista Kurt Dahle (già nei quotati The Age Of Electric), il versatile bassista John Collins (membro di The Evaporators e Thee Goblins), il tastierista (e cineasta) Blaine Thurier e il chitarrista Todd Fancey, raggiunti in tempi recenti dalle vocalist Kathryn Calder (anche al piano) e Nora O'Connor.
Questi i protagonisti dell’avventura New Pornographers, giunti oggi al terzo album Twin Cinema, nel quale la sistematica frenesia power si squarcia di mestizie folk-wave, una tregua comprensibile per non dire opportuna. Del resto, una storia già lunga otto anni (tanto è passato dal singolo di debutto Letter From An Occupant, un successone in Canada) in ambito rock può dirsi ben oltre la soglia della maturità. Se The Bones Of An Idol o Streets Of Fire ne sono il segno tangibile, tanto meglio. Il rischio è, a questo punto, che quella tendenza catchy ad ogni costo renda meno credibile la proposta, la spacci sempre e comunque per qualcos'altro, copra di rumore e colore quei preziosi ritagli d'ombra. Non è una strada facile, ma non è mai stata tanto credibile.

Ci vollero tre anni per dare concretezza alle attese innescate dal singolo Letter From An Occupant, che nel 1997 fece balzare sulla sedia più o meno tutto il Canada poppettaro. In effetti, si trattava di una traccia notevolissima, uno di quei congegni irresistibili che ti spediscono in orbita: il piglio surf solcato da chitarrine garage-wave, l’acida effervescenza dell’organo, l’hook malandrino di quei coretti. La trovate nel bel mezzo di Mass Romantic, album di debutto per i New Pornographers, distribuito alle nostre latitudini con colpevole e purtroppo non inconsueto ritardo. Dodici tracce di folgorante power pop allestito a partire da una evidente ossessione Beach Boys, che però - causa la pressione dei watt, le nevrotiche escursioni psych e il gusto disparato per le citazioni - trasfigura spesso e volentieri in altro, a volte in tutt’altro.
Come quando in Mystery Hours la postura glam diventa nel chorus un ibrido tra Xtc e i Def Leppard più ruffiani, benedicendo il tutto con un incredibile bridge di tastiera indiavolata. O come quando The Mary Martin Show folleggia tra veemenza Clash, gli immancabili Beach Boys e i Roxy Music della prima ora. Si consideri poi una certa crudezza energica e vagamente disperata - come dei Big Star senza buio - in The Fake Headlines, o lo strano connubio tra Robyn Hitchcock e Supertramp tra impudenze & evanescenze di Jackie, e soprattutto l'ascendente Pixies nella sghemba irruenza della conclusiva Breakin' The Law (organo e organino a cucire l’esuberanza delle chitarre) e nella gravità alleggerita di The Slow Descent Into Alcoholism.
Proprio quest’ultima sembra una delle caratteristiche ricorrenti del credo New Pornographers, costantemente impegnati a volgere il grave in leggero, a rendere potabile il veleno, a condurre la foga sul sottile sentiero della radiofonia “intelligente”. Ciò che vale per i contenuti (si scorrano titoli come Execution Day o Centre For Holy Wars) trova puntuale corrispondenza nella forma: basti prendere quell’autentico gioiello di The Body Says No, disputa estrema tra poppitudine ed energia, in cui l’ossessione Beach Boys raggiunge un acme adrenalinico e marziale. Due righe infine sulla traccia che apre e intitola il disco (vezzo che proseguirà nei lavori successivi), dove una verve La’s fa da alcova febbrile per la sensualità fiammeggiante di Neko Case, la sua voce che spande icastici influssi da pin up country, mentre le chitarre e l’organo ghignano aciderie sixties con una risolutezza che definisce subito lo spazio d’azione di tutto ciò che seguirà.
Un monumento alla pura capacità d’intrattenere del power pop. Con la spina (del cervello) attaccata. (7.2/10)

Mass Romantic guadagnò alla band fior di elogi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Juno Award (in pratica il Grammy canadese ) come miglior album alternativo, a cui seguì un trionfale tour statunitense dove gli capitò di dividere il palco con Ray Davies nientemeno. Malgrado tutto questo “carburante” però – a testimoniare la benedetta inconsistenza del combo - occorsero tre anni per licenziare l’opera seconda Electric Version: tredici frutti popadelici in sempre più ruspante versione elettrica, giusto come titolo vuole. Peccato ahiloro che rispetto al corrusco debutto l'ispirazione sembri un po' in affanno, nonostante la formula sonora continui a proporre impasti psych, glam, surf e power che è una bellezza, che le angolosità trasudino ludibrio, che le accelerate tradiscano tempeste ormonali e le sospensioni una suppurante visionarietà. Le canzoni però annaspano, faticano a trovare quadrature memorabili (a parte un paio di circostanze) potendo contare su poche melodie adesive, ragion per cui le buone intenzioni finiscono spesso col rimanere tali.
Tuttavia, è sempre contagioso l'alternarsi vocale, cariche le corde, ipercinetici i tamburi. Insomma, siamo di fronte ad un lavoro da cui traspare l'indubbio mestiere e (quindi) la prosaica intenzione di volersi intrattenimento nudo e crudo, né più né meno. Anzi, a dirla tutta, più meno che più, nel senso che talora la piega si fa fin troppo accomodante, addentrandosi senza remore nel territorio del radiofonico più mero e deleterio. Fortuna che c'è sempre in agguato quella certa verve che scava nicchie scomode, deviando in agro sconcerto, brandendo fotogrammi acidificati.
Scorre così un programma tutto sommato frizzantello, rapido e variegato, tredici pezzi che fanno baluginare la silhouette di Kinks e Supertramp (l'irruenza impertinente di Chump Change), Pavement (la spigolosità sorniona di From Blown Speakers) e Soft Boys (l'iperstrutturata Testament To Youth In Verse), concedendosi curiose ibridazioni come Loose Translation (omeopatie Beatles in salsa T. Rex/Beach Boys) o It's Only Divine Right (i Pixies riletti dai Buggles o viceversa). Tutti pezzi gradevoli con qualche passaggio irresistibile, ma vieppiù incapaci di oltrepassare la soglia della carineria. Cosa che accade invece con il surf travolgente di The Laws Have Changed, non a caso nobilitato da una irresistibile primo piano di Neko Case, sulla cui generosa performance vocale il chorus s'impenna e fa le fusa, sculetta e vacilla, ammicca e abbraccia con la palpitante lascivia di cui la sappiamo capace, ciò che del resto un po' avviene anche in All Swinging You Around (quasi un'antica allegria Rem).
Il resto è florilegio di organi pungenti e clavicembali asprigni, festose centrifughe popsicle e febbrili svolte melodiche, fino alla conclusiva Miss Teen Wordpower, che tra venature acide e nevrastenie wave si concede una palpitazione di feedback col basso a comandare il decollo dell'organo, ed è il modo in cui i New Pornographers guardano il cielo. Senza troppo genio, almeno questa volta. (6.3/10)

Questa volta, malgrado i molti impegni affrontati in solitario (album solisti per Newman e Bejar, attività febbrile per la Case tra live e il nuovo album in lavorazione), di anni ne passano due anziché tre per arrivare al terzo titolo. La terza prova: quella del balzo o della crisi per antonomasia. A dirla tutta, tutto lasciava pensare al peggio, considerate le “distrazioni” professionali di cui sopra e certe dichiarazioni di Bejar in cui confessava un certo disimpegno dal progetto New Pornographers. Invece si tratta di un autentico balzo, non solo rispetto al precedente Electric Version (non ci voleva moltissimo) ma alla luce dell'intero palmares. Soprattutto, è un lavoro più complesso e maturo, ricco di sfaccettature inaspettate, inaspettatamente sospese e addirittura talvolta cupe, per quanto alla luce della solita, inguaribile, insopprimibile propensione radiofonica.
Si fa strada, nel bailamme di riferimenti consueti, una strisciante ascendenza Waterboys, nei termini di un’epica irrequieta, come nelle tese Use It (che comunque sgrana watt più facili nel chorus) e Broken Breads (sorta di folk wave disarticolata e ruspante), mentre Streets Of Fire accenna addirittura al tipo di folk ballad intossicata del Mike Scott solista. Già, perché in un disco così non stupisce d’imbattersi in una folk ballad, questa la novità sostanziale introdotta dai New Pornographers con Twin Cinema. Sembrano tenerci subito a chiarire le cose, giusto il tempo di sfogare l’esagitazione garage-surf della title track e parte The Bones Of An Idol, mestizia wave come se i Pixies potessero somigliare a Brian Eno, il chorus tutto cori e chitarre luccicose, la voce di Neko a tenere per le briglie una gravità intenerita, punteggiata e fatta tremolare da una specie di vibrafono.
E’ un brano sicuramente atipico per la loro discografia, e uno dei più belli. Dopo il quale non stupisce che trovino posto le ipnosi incantate di Falling Through Your Clothes (l’harmonium, la chitarra acustica, i tamburini e la voce echoizzata per un incontro tra Beach Boys e Love in una nebbiolina angosciosa) o l’accorata perorazione di These Are The Fables (ancora una splendida Neko al canto, brava a trattenersi come ad impennarsi). Non sono le sole sorprese in programma, se è vero che The Bleeding Heart Show parte come una ballata nervosetta Go Betweens e finisce in una specie di corale Polyphonic Spree (con un effetto un po’ gratuito, in effetti), se Three Or Four spiana una wave pop tesa e robotica tra Devo e Cars, e se il valzer nocchiuto di The Jessica Numbers (con un e-bow da brividi) emana una follia radente di marca Ridgway.
Per il resto, agilità e spigoli, impeto e fantasmagoria, Buffalo Tom aspersi Kinks (l’interlocutoria Sing Me Spanish Techno), i Beach Boys palpeggiati dalle Go-go’s (Star Bodies), dei Jefferson Airplane sbarazzini alle prese con gli effluvi del catalogo Elephant 6 (Jackie, Dressed In Cobras), e un ultimo tuffo al cuore conclusivo, quando Stacked Crooked arrischia una sintesi diversa, sposta ancora un po’ il limite, ostenta chitarre desertiche, e-bow ventoso e l’obliquità barrettiana del canto, salvo poi aprire lo spiraglio in cui s’intrufola il basso spianato e un coretto surf, e infine mollare il freno tra verve latina, trombe e cori. Strano ed eccitante ibrido Calexico, Love e X. Strano ed eccitante come un sigillo incrinato su un vaso. Che potrebbe rompersi, che vorresti rompere. Per versarti altri motivi d’ebbrezza. (7.4/10)

L'atto quarto dei New Pornographers alza il piede dall'acceleratore e si fa prendere dagli scrupoli. Rallenta, mitiga la scossa, si ferma a riflettere. Sembra che a furia di folleggiare pop-rock con guizzi power siano finiti sulla piattaforma delle meditazioni, dove ci si guarda attorno e dentro, soppesando i motivi, valutando pulsioni e direzioni. Chiedendosi se, e perché. Cose che capitano. Cose che sanno di vita. Che sfidano la vita. Cosa umana fin troppo umana, ma in questo caso graziaddio gli scrupoli non perdono il proverbiale bagaglio di leggerezza, la verve che il supergruppo di Vancouver porta tatuata nel DNA.
Ecco, questo Challengers è quella gravità servita con leggerezza sul tavolo della (vostra, nostra) vita. E' il companatico di quei momenti lì, col loro ventaglio di palpiti diversi, di flussi e subbugli d'umori e pensieri. E' il boogie triturato da piano e flauto di All the Things That Go to Make Heaven and Earth, è il rigurgito Bee Gees più agro che dolce di My Rights Versus Yours, è l'impertinenza funky preda di sdilinquimenti glam e refoli gipsy-folk di Entering White Cecilia, è quella specie di Walk On The Wild Side rifatta da Pixies in fregola Polyphonic Spree di Myriad Harbour. Semplicemente, la mistura di pesi e contrappesi e timbri e spinte propulsive e modi e mode ha trovato un equilibrio che garantisce tensione e intensità, trasporto e sbrigliatezza. Al punto che la title track è proprio quella ballad che Michael Stipe non scrive più da un pezzo, così bella che Neko Case può trattenere la sua voce pazzesca intanto che mandolini, pianoforte e coretti spampanano la dolce malinconia.
Infine, quando sembra che il disco abbia spremuto già tutto il cuore con gli stralunati struggimenti di Unguided e Adventures In Solitude, ecco una malinconia capricciosa da Big Star rinvigoriti Spree in The Spirit Of Giving, col suo coro finale mesto e trascinante. Grande disco per una band che ribadisce la propria statura, anzi a questo punto potrebbe lecitamente reclamare un surplus di considerazione. (7.4/10)