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Neko Case

di Stefano Solventi
  • If You Knew
  • Soulful Shade of Blue
  • Hex
  • Train From Kansas City
  • The Tigers Have Spoken
  • Blacklisted
  • Loretta
  • Favorite
  • Rated X
  • This Little Light
  • Wayfaring Stranger

The Tigers Have Spoken (Anti / Self, 2004)

di ©2004Stefano Solventi

Nuovo album per Neko Case, talentuosa vocalist per Sadies, New Pornographers e in solitario, nonché - ciò che non guasta affatto - notevole tocco di ragazza, d'una bellezza travolgente e desueta. Trattasi di un disco live, perciò riepilogativo e interlocutorio assieme, proponendo solo due pezzi nuovi su complessivi undici, di cui due traditional e quattro cover.
Ma ugualmente è un lavoro opportuno, perché arriva come una risposta ad una domanda che covava inconfessata sotto l'amore sfrenato per la qui presente signorina: quant'è veritiero il prodigio di quella voce, quanto lavoro di studio può adombrare? Orbene, con tutta la prudenza del caso (non è detto che un disco live sia necessariamente genuino), questo The Tigers Have Spoken offre una strepitosa conferma del fulgido talento di Neko.
Perché la sua voce vi appare come una vena aperta di sangue dolce e avvelenato, come il presente intossicato dal passato, archetipo di femminino totale, materno e tragico, felino e dominante. E poi ancora (perdonatemi): ponte attraverso le nubi, eco insondabile d'immagini rifratte, balenate, soggiogate. Picchiata di sentimenti a squarciare il buio interstizio tra classico e obsoleto, tra circolo vizioso e cerchio magico. Gioco di sensualità differita, dissolta, assolta dalla e nella plasticità iridescente d'una forma solare e inafferrabile, terrena e spirituale.
Quel cavarsi di gola vocali dense e distese, quelle impennate come schiocchi di frusta, lo scatto breve travolgente imbizzarrito... Quello scomporsi e ricomporsi liquido, quel tendere alla propria forma come se fosse (lo è?) fine ultimo, funzione e azione espressiva: stamparsi cioè sulla sensibilità dell'ascoltatore come su uno schermo, ammasso di fonemi-corpo, sospeso quindi tra condizione materiale ed eterea, come un ectoplasma di suggestioni lontane e vicinissime, crash di emozioni intime e indotte.
Alla luce di cotanta malia, scorrono come splendidi pretesti il valzer brumoso tra melodramma e far west di Blacklisted, l'hilly billy insidioso e festaiolo di This Little Light, la mestizia country di Train From Kansas City (vecchio hit degli Shangri-Las), il disincantato incanto garage di Loretta (reperto bostoniano a firma Nervous Eaters), l'irrequieta rassegnazione valzer di Favorite e lo standard triste e arioso Wayfaring Stranger (registrato un po' live e un po' in studio).
E poi ancora il "country-comfort" di Soulful Shade Of Blue (luccichio di corde intrecciate, ululi dalle sabbie dorate) e il punto di fusione tra country e errebì di Rated X (a firma Loretta Lynn), quindi gli inediti If You Knew (sorta di melange REM/Calexico, desertico batticuore e pedal steel luminosa) e The Tigers Have Spoken (splendida mestizia folk trafitta d'irrequietezze R&B, con i Sadies a cucinare il drumming palpitante e baluginii tiepidi di corde).
E allora? Allora, oggi più che mai sono convinto che Neko Case sia una delle più attendibili testimoni della voce profonda di un'America equivoca ed equivocata, dispersa e irraggiungibile, sospesa, annidata nel proprio stesso sognarsi. Una magia che dovrebbe ripetersi, a quanto pare, la prossima primavera, con un album tutto nuovo. Bellissima notizia. (7,4/10)

  • Margaret vs. Pauline
  • Star Witness
  • Hold On, Hold On
  • A Widow’s Toast
  • That Teenage Feeling
  • Fox Confessor Brings the Flood
  • John Saw That Number
  • Dirty Knife
  • Lion’s Jaws
  • Maybe Sparrow
  • At Last
  • The Needle Has Landed

Fox Confessor Brings The Flood (Anti / Self, marzo 2006)

di ©2006 Stefano Solventi

Credevo che tanta voce meritasse un disco eclatante. Del tipo che poi nessuno può tirarsi indietro, e farci i conti per forza, con Neko Case. La lettura degli ospiti sollevava ulteriormente le aspettative: Burns e Convertino dei Calexico, il loro vecchio sodale Howe Gelb, un pezzo di storia come Garth Hudson. Invece, il quarto disco solista per la bella cantante di Vancouver sembra nicchiare, ritrarsi. Mette in fila ballate a metà tra l'addomesticato e l'insidioso, cuce trame melodicamente irreprensibili però neanche memorabili. E forse, forse, fa la cosa giusta. Infatti, se gli archi vengono spesi con preciso senso narrativo, se le tastiere pennellano colori dolciastri e aciduli, se le chitarre sono screzi ruvidi e folate argentine, e se infine la batteria possiede una fragrante, franca fisicità, in prima linea c'è comunque il canto, ingrediente principale di un impasto languido e irrequieto, inafferrabile e sottilmente letale. Sì, questo disco fa la cosa giusta, perché fida nelle possibilità della voce, di quella incredibile voce. La lascia al centro della scena, dove può giocare appieno il suo gioco di spazi spalancati tra nostalgie e segreti, di subbugli covati nel cuore. E' un mistero, la voce di Neko Case. Di velluto blu e carne sussurrata. Quel farsi carico di modi country, RnB, doo-wop, psichedelia e popedelica. Squarcio aperto lungo decenni di musica popular americana, camera oscura piena di riverberi, d'illusioni e incanti, di asfalto a perdifiato, di frontiere spostate fino alla luna, se è il caso. Cullando il cadaverino ancora caldo del Sogno Americano, quasi sperasse in un risveglio miracoloso. Come - appunto - in sogno.

A tal proposito, non sembra proprio un caso il basso à la Twin Peaks in Star Witness (sorta di Nora Jones meets Calexico tra organi, archi e chitarre luccicose) e in At Last (breve, risoluta melodia per voce e chitarrina). Così come sembrano rispondere ad una precisa strategia quei jingle jangle incastrati in un tex-mex marionettistico (nel romanticismo sabbioso di Hold On, Hold On) e quei ciondolamenti country in bilico su ebbrezze rag (le slide luccicose e i derapage del piano in Margaret vs.Pauline). Sono un ventre, queste canzoni, che cova generazioni di fantasmi e malie, i mille rivoli di una tradizione ormai spettrale. Tra carnalità e devozione, Neko riesuma trepidazioni folk dal sapore quasi buckleyano (Dirty Knife), cavalca inquietudini Gelb/Parish (la title track) stemperandole con languore Smiths (That Teenage Feeling), striglia il proprio pony preferito con misurato trasporto (John Saw That Number) salvo poi mollare le briglie, lasciarsi andare a vocalizzi che s'incrinano come uno specchio (Maybe Sparrow). Dispute dal sapore antico tra innocenza e malvagità, tra speranza e tragedia, gli arcaici affanni del cuore. Con un retrogusto di dolciastra agonia, di tramonto irreversibile. Un po', se vogliamo, come ha fatto e continua a fare il buon Grant Lee Phillips, sotto molti punti di vista contraltare mascolino della Case. Senza troppo clamore: giusto così. (6.9/10)