In occasione dell’uscita di Cosmos, nel corso dello scorso anno più volte annunciata e puntualmente rinviata, una retrospettiva sul multiforme talento di Fernando Corona. Dalle notti movimentate delle Tijuana Sessions e del Nortec Collective alla musica sacra su beat in quattro quarti di Murcof.

Scende la sera sulla Città del Messico surreale e nevrotica di Carlos Reygadas, una vettura oltrepassa i confini arbitrari che la delimitano. Procede spedita, altre automobili - di fianco, nella corsia opposta - riportano a casa lavoratori ormai esausti. La vettura accosta, alla guida un corpulento uomo messicano di mezza età. Entra nella piazzola di una stazione di servizio, servirà del rifornimento. Lì alcuni altoparlanti emanano un suono celestiale che stride con l’ambiente circostante: sono le note del concerto 1052 in re minore per clavicembalo di Johann Sebastian Bach. L’uomo scende dalla macchina, chiede il pieno, poi fissa qualcosa, nella strada che costeggia la pompa di benzina. La telecamera allarga: è una lunghissima processione di pellegrini adulanti in marcia verso la Vergine di Guadalupe - gente semplice, contadini: quello che si ascolta, ora, è solo il brusio salmodiante del loro passaggio carico di speranza. Poi la camera ritorna sui propri passi, decisa, all’uomo corpulento che osserva, alla pompa di benzina immersa nella semioscurità, agli altoparlanti che gracchiano Bach. La luce artificiale della stazione di servizio.
Ensenada, stato messicano di Baja California, 116 chilometri da Tijuana, una vita da Città del Messico. In questa terra di confine, già Messico, ancora Stati Uniti, si smercia droga e manodopera a basso costo in cambio di detriti di sogno americano - norteño e tejano per rock e musica techno. Vi trascorre l’infanzia Fernando Corona Murillo, sebbene sia nato, nel 1970, nel caos metropolitano di Tijuana: «Quella di Baja California - ci racconta - è una penisola rurale e desertica, appartata rispetto ai quattro grandi centri urbani del Paese; ci sono minuscole città disseminate a chilometri di distanza l’una dall’altra. È un paesaggio topograficamente diverso rispetto a quello descritto in Japon di Carlos Reygadas, nondimeno vi si respira la stessa identica atmosfera».
Com’è accaduto che in una piccola cittadina come Ensenada, la cui economia di sussistenza dipende, oltre che dall’agricoltura, dalla pesca e dal turismo - del tutto decentrata, dunque, rispetto a qualsiasi polo industriale e culturale - Fernando si sia avvicinato all’elettronica ed in generale, all’arte? «Ho ascoltato musica classica sin da bambino; - ci spiega - in famiglia, dalla parte di mio padre, che è un musicista, tutti suonano almeno uno strumento: sono cresciuto tra prove per concerti e sessioni d’ascolto. Mio padre, inoltre, possedeva in casa una imponente collezione di dischi che spaziava dal rock al jazz, dal blues alla classica, e con un buon reparto riservato all’elettronica. Ho poi continuato a coltivare per mio conto l’interesse sia per la classica che per l’elettronica, fino ad arrivare alla scoperta dei compositori del XX secolo». Nulla di eccezionale, come si vede, anzi il classico esempio di paideia in un luogo ai confini dell’Impero, ma non troppo. D’altronde, come lo stesso Fernando tiene a sottolineare, il suo Messico non è certo la luna - a dispetto delle vistose assonanze topografiche -, e Internet ha rivoluzionato la cultura dell’ascolto anche nella penisola di Baja California: «In un periodo in cui gli stessi concetti di distanza e di spazio fisico stanno diventando obsoleti,è diventato così facile avere accesso a tutta la musica del mondo…».

Ma c’è un disco, più degli altri, che ha marcato a fuoco l’adolescenza di Fernando, ed è Oxygendi Jean Micheal Jarre, «una meravigliosa scoperta fatta quando avevo all’incirca undici anni: mi chiudevo in macchina - una vecchia fiat 128 blu con stereo a cassetta, l’unico posto, dunque, in cui potevo riprodurre il nastro che un amico di mio padre mi aveva regalato -, e le infinite possibilità offerte dall’elettronica applicata alla musica si dispiegavano al cospetto della mia immaginazione. La cura del suono diveniva importante almeno quanto il ritmo e la melodia. Volevo imparare a fare lo stesso, ma non sapevo nemmeno da dove cominciare. Comporre un brano, una traccia, mi sembrava allora la cosa più difficile al mondo, per non parlare delle abilità tecniche necessarie all’epoca per armeggiare con un apparecchio elettronico. Tutto ciò che potevo permettermi era ascoltare, assorbire suoni, procurarmi dischi che ne contenessero di simili, e prendere lezioni di piano: ed è esattamente quanto ho fatto». E ancora, sarà l’ascolto di un altro disco, regalatogli stavolta proprio da suo padre - Bach per sintetizzatori in Jon Santo Plays Bach (Synthesized Electrons) (MCA, 1976), uno dei tanti esperimenti ideati sulla scia del controverso Switched-On Bach - ad aggiungere un tassello al ritratto dell’artista da giovane: «Fu allora che decisi a cosa mi sarei dedicato nella mia vita», la chiamata alle armi di Fernando. Vortex, il primo progetto che vede coinvolto Corona alla fine degli anni ‘80 - un paio di tastiere, un sampler E-mu ed un vecchio sequencer Korg, ma Fernando è dedito ad esperimenti con armamentario d’accatto già da diversi anni - è dunque primigenia valvola di sfogo della passione, sterminata, per l’elettronica. Uno combo scassatissimo dedito ad una miscela piuttosto innocua di industrial, techno pop ed house che paga pegno a quanto si suona, allora, negli airplay di mezzo mondo più che alle possibili suggestioni ispirate dagli ambienti rurali del Messico. Ma Corona è musicista che dimostra sin dai primordi di carriera spirito di adattamento: archiviata l’esperienza Vortex, passa a suonare il piano e la tastiera in una classica formazione rock - i Sonios di Tijuana- che di lì a sette anni si sarebbe fregiata di un certo seguito in terra natia e della realizzazione di un discreto disco - 200 Fonios (Nimboestatic, 1998) - la cui atmosfera generale era fortemente debitrice delle intuizioni sintetiche di Corona. Ma in quell’album, se letto in controluce, stava scritto che anche l’avventura dei Sonios doveva terminare: ciò che è infatti accaduto nel 2000 e che già si poteva presentire quando Corona decide, nel 1999, di abbandonare il gruppo per dedicarsi esclusivamente a progetti in solitaria.
Con il nome Terrestre l’artista elabora, sin dal 1998, un’affascinante commistione tra tecnologia e musiche popolari del proprio Paese, nel solco del lavoro portato avanti, in quel di Tijuana, dal sodalizio del Nortec Collective, che Corona ha contribuito a far nascere: «Sebbene abbia abbandonato il collettivo ormai da qualche anno - ci spiega oggi - ho condiviso l’operato degli artisti coinvolti nel progetto sin dai suoi primordi. Tutti, a dire il vero, ci conoscevamo da molto tempo prima della nascita del Nortec Collective. Il Nortec assecondava, dapprincipio, le esigenze di un gruppo di musicisti accomunati da interessi e sensibilità affini; solo in seguito è diventato un fenomeno interdisciplinare, che ha finito per coinvolgere personaggi operanti nel contesto delle più disparate discipline artistiche, uniti da un ideale estetico comune. Nel nostro caso, l’obiettivo era di gettare ponti tra la cultura messicana del norteño e quella occidentale della tecnologia e del modernismo». L’intraprendenza creativa del Nortec, l’audace tentativo di conciliare club culture e tradizioni radicate nella memoria di un popolo che le consuma avidamente, piacciono tanto in patria quanto fuori confine, sì che il Newsweek arriva a definire quella Tijuana crocevia di influssi così difformi la nuova Mecca della cultura. I leggendari volumi delle Tijuana Sessions sono il manifesto di questo stato di cose, fotografia fedele, scattata a metà anni Novanta, di una città colta nel ribollire di una creatività debordante e al tempo stesso sapientemente controllata. È la Tijuanatequila sexo y marihuana a cui si dedicano dichiarazioni d’amore, quella delle bande, delle processioni, della religiosità scomposta e sbandierata; ma è anche la Tijuana che dista pochi chilometri da San Diego e dalla California, che attira dj e festaioli curiosi di sperimentare le nuove frontiere della club culture laddove la club culture non ha ancora fatto breccia.
Si avverte tutto questo, nei dischi del Nortec Collective, ma ancor di più la consapevolezza di essere i primi a proporre un discorso che qualcuno, in quel luogo, deve aver ritenuto almeno per qualche istante incomprensibile. «In Messico - ci spiega Corona - esistono piccoli nuclei di persone culturalmente attive sparse per tutto il territorio, ma che finiscono per orbitare attorno al territorio di grosse città come Città del Messico, Guadalajara, Monterrey, Tijuana. Si tratta di una piccola scena, ci si conosce davvero tutti, promoter, giornalisti, semplici appassionati che si occupano con devozione della sorte di etichette e di artisti locali. Dobbiamo ancora destreggiarci tra una serie di ostacoli: sincronizzare l’uscita di un disco con la sua ricezione della stampa specializzata (un’entità quasi inesistente, da queste parti) e dei distributori, ad esempio, è un’evenienza che dipende da una serie di circostanze fortunate». Ce ne siamo accorti anche da queste parti, tra interviste perennemente procrastinate, promo in versioni non definitive, titoli annunciati che tardano ad uscire. Sa di luogo comune, ma il music biz, in Messico, pare muoversi al ritmo lento delle processioni che incedono sotto l’arsura estiva. Si vive preferibilmente di notte, nei dischi del Nortec Collective - grazie ai dischi, del Nortec Collective -, e si balla: ballano corpi bellissimi e sudati, a ritmo di norteño e techno mai troppo invadente, funk al levare di tromboni, dub color ebano e marcette tradizionali. Fernando si erge da subito a coscienza critica del collettivo: lo si nota già dai suoi contributi alle Tijuana Sessions, dalle sfide che imbastisce con Ignacio Chàvez nei due split Plankton Man Vs. Terrestre (Lakeshore, 2002) e Terrestre Vs. Plankton Man (Nimboestatic, 2003) - la spensieratezza del norteño immersa in un flusso di beat pensanti; ma ancor di più nell’unico disco lungo a nome Terrestre - il primo maturato al di fuori del contesto Nortec Collective - Secondary Inspection (Static Discos, 2004), laddove, oltre alla consueta cappa tutta ritmiche e break saturi di pomeriggi assolati (Secondary Inspection Theme, Ultra Tumba), si inizia a respirare quell’atmosfera tesa da apocalissi trattenuta che è gia Murcof, non ancora Murcof (Botas De Oro, Ejido Del Terror). (7.0/10)
La creatura Murcof nasce nei primi mesi del 2001, la sigla scelta un acronimo del nome di battesimo - MURillo COrona Fernando. Il primo 12 pollici, Monotónu (Context Free Media, 2002), licenziato dall’etichetta di Sutekh, è di quelli che non passano inosservati: vale infatti a Corona l’ingresso nel gotha dell’elettronica internazionale, grazie all’invito ad esibirsi al Sonar di Barcellona (dove presto si trasferirà) e all’interessamento della Leaf. I morfemi utilizzati da Murcof sono essenziali - beat minimal-techno e campioni di archi e pianoforte prelevati principalmente dall’opera di Arvo Pärt e Henryk Górecki -, essenziale la grammatica che li fa dialogare. Le trovate dell’artista sono tutt’altro che cerebrali, colpisce semmai l’immediatezza con cui Corona arriva dritto al cuore dell’ascoltatore. Memoria è un instant classic - e difatti finisce con Marmol e Mir nel primo album lungo: le note di un piano che aprono all’oscurità, una micro ritmica tutta sincopi squarciata dai lampi di luce improvvisa dei campioni d’archi. Se di musica da ballo ancora si tratta, lo è davvero in maniera del tutto particolare. (7.0/10)
Martes (Leaf, 2002)lo segue di qualche mese: ad aprire sono proprio Memoria e Marmol, quest’ultima un pulsante incedere di bassi felpati perennemente sul punto di esplodere fino al liberatorio ingresso degli archi. Il timore, talvolta, è per l’accostamento cromatico arrischiato - Maiz: la lancinante litania degli archi e il rumorio di click'n'cuts impertinenti -; per la giustapposizione arbitraria e blasfema di unità significative minime - la mancata sintesi di sacro e profano in Mapa, gli insetti sintetici di Muim che ronzano su un coro sacro. Ma i brani meglio riusciti (Mo, Mes, Mir) dicono già di una sintassi sonora personale ed innovativa che ha tutte le carte in regola per fare scuola. (7.5/10)

Se gli si domanda con quale criterio abbia scelto i campioni di musica classica, Fernando risponde con estrema semplicità: «Per la realizzazione di Martes avevo bisogno di brevi frammenti di musica in cui gli strumenti eseguissero parti soliste. Solo più tardi, e a partire da questi frammenti, ho costruito l’architettura ritmica del brano. Non sono mai partito con un’idea chiara in mente su come avrebbe suonato la resa finale del brano, tutto all’inizio era solo frammento, il resto veniva da sé. In Martes si trattava esclusivamente di samples di dischi di musica classica, a partire da Remembranza, invece, ho iniziato ad utilizzare campioni originali».
Ma prima di Remembranza tocca ad Utopía (Leaf, 2004) tentare di spiegare al popolo della club culture cosa esattamente sta accadendo. Il disco si premura di riscrivere alberi genealogici che sappiano tranquillizzare i timorosi, grazie ai trattamenti che gente come Sutekh, Jan Jelinek, Colleen ed Icarus riserva ai brani originali di Martes. Oltre che remix album, Utopìa incorpora al suo interno i brani del 12 pollici Ulysses (Leaf, 2003): due lunghe suite che per la prima volta rinunciano ai campionamenti di archi lasciando che la statura del Corona autore (e non semplice collagista) emerga imperiosa. (7.0/10)
In Remembranza (Leaf, 2005) Murcof, e sono i primi rintocchi di campana di Recuerdos ad annunciarlo, è il cerimoniere di una lunga e solenne messa laica. Incentrato sul tema del ricordo, il disco gioca ancora una volta con il magniloquente effetto sortito dall’utilizzo di campioni carichi di passato e di ascolti-non-fatti - quasi madeleine che eccitano in continuazione la memoria sonora dell’ascoltatore. Le dinamiche ritmiche tendono asintoticamente a scomparire (Rostro, Camino) - la lunghezza, il bisogno di un ritmo teso in ampiezza sono quasi la misura della violenza dell’ispirazione, una specie di contrappeso alla sua pressione e tensione (Razòn, Reflejo). Non si dà più il rischio dello sfasamento cromatico: Remembranza è un’omogenea nebulosa di suono grigio-scuro, sofferta e sofferente. Una preghiera rivolta ad un Dio assente, la traccia di un’ostinata e disillusa ricerca, tutta privata, del Sacro: l’altro lato, a ben guardare, di quella religiosità pacificata e rumorosa sbandierata durante le feste popolari del Messico rurale. (8.0/10)
Le lunghe composizioni di Remembranza si dimostrano perfette per musicare scenari immaginari, posseggono una forza evocativa la cui potenza non sfugge per molto ai più attenti cineasti e realizzatori di immagini. La passione di Fernando per il cinema ha radici profonde – la si scorge nell’entusiasmo con cui ci racconta dell’attuale stato di salute del cinema messicano: «Il talento di alcuni ottimi registi messicani viene finalmente valorizzato anche fuori patria. L’anno scorso ho composto la colonna sonora per La Sangre Iluminada di Ivan Avila, una sorta di dramma metafisico ambientato nel Messico centrale. Avila, Reygadas, Vargas, per non parlare dei più noti Iñarritu, Cuaron e Del Toro, stanno facendo grandi cose per le sorti del cinema messicano»; la si scorge già nella colonna sonora, interamente curata dal nostro, di Nicotina, La vita senza filtro film del 2003 del regista spagnolo Hugo Rodriguez.
A completare il ritratto dell’artista, la valente attività del produttore. Oltre che autore di numerosi importanti remix - dal Kronos Quartet a Miles Davis -, Murcof ha di recente contribuito ad esportare in contesti extra accademici il talento del pianista Francesco Tristano, producendo il recente Not For Piano: «In realtà - precisa Fernando - ho conosciuto Francesco, tramite un amico in comune, quando Not For Piano era già quasi completo, il mio intervento è venuto solo in un secondo momento. L’idea all’inizio era di limitarci al master del disco, ma ascoltandolo abbiamo pensato di comune accordo che si poteva lavorare ancora un po’ sulla resa finale. Nulla di eccessivamente invasivo, solo la cura di piccoli particolari e la messa in luce di determinati aspetti del suono».
E poi Cosmos (Leaf, 2007), il disco agognato, annunciato, rinviato. Quello che doveva essere un dodici pollici, passaggio interlocutorio, ma che si dilata, diviene opus magnum, tassello fondamentale di una discografia ormai importante, di certo degno successore di quel Remembranza che pareva essere punto d’arrivo indiscusso. Cosmos che erge il suo autore alla statura di un classico, Cosmos che cambia le regole del processo compositivo, Cosmos che non è più solo elettronica, non ancora musica classica (8.0/10).
Piove a dirotto sulla Città del Messico surreale e nevrotica di Carlos Reygadas, il santuario della Vergine di Guadalupe è deserto, ha ospitato migliaia di fedeli, in processione ondeggiante e rumorosa. Tre uomini sono sul campanile, spingono a fatica la grossa campana, è l’ora dei rintocchi. Solo rumore di pioggia sulla Città del Messico surreale e nevrotica di Carlos Reygadas. La campana non emette alcun suono.

Tre anni dopo Martes (Leaf / Wide, maggio 2003), esce Remembranza. O meglio, tre anni e un disco di remix - Utopia (Leaf / Wide, giugno 2004) - dopo. Remembranza è un altro disco a tema, che ricalca paro paro struttura e sovrastruttura del predecessore: di nuovo tracce - otto, per la precisione - dal titolo a iniziale costante (per Martes la M, per il nuovo nato la R, giustamente), e di nuovo un brano conclusivo di sintesi-contraddizione (rispettivamente Union e Camino). Al secondo album ufficiale Fernando Corona, alias Murcof, nativo di Tijuana (Messico) - un passato da laureato in linguaggi di programmazione e la passione per il minimal-break-techno sviluppata da autodidatta - dimostra che le linee portanti della sua estetica sono già ben delineate. Forse in modo anche troppo acuminato.
Da una prima scorsa alla durata della tracklist (meno uniforme rispetto al disco precedente), si percepisce però una sensibilità più vagamente inquieta e instabile. In senso assoluto, l'opera si compone di sei colossi di 8 minuti medi di durata, intercalati da tre sketch di psych-ambient digitale à la To Rococo Rot (Resignaciòn, Ruido e Retrato). Soprattutto, l’idea di fondo di Remembranza è - guarda caso - quella della rievocazione di memorie e luoghi perduti, ma con una particolare attenzione/ossessione nei confronti dei loro risvolti angosciosi, melanconici, visivamente deformati, incupiti nel profondo.
Il maggiore di questa stirpe di pièce a metà tra dark ambient e guazzabugli elettro-acustici inerti, Reflejo, mostra più di un punto di continuità col precedente lavoro (droni in precariato timbrico e click stocastici, beat elettrogeni): nubi strumentali soverchianti si addensano e si dilatano in parentesi rarefatte. Rios attacca con la strumentazione in sordina, un brulicare in lenta progressione da Pan American più torbidi, quindi sviluppa una base cadenzata che trasporta verso partiture sardoniche quasi à la Nino Rota. Recuerdos è velatamente macchiettistico: andamento ritmico a pulsazione cardiaca, eventi sonori e organetto thrilling, musique concrete di passi nella notte. Rostro è una bruma cupa di note ambientali Future Sound Of London e ricami strumentali dolenti. Il già citato Camino chiude l’opera con rintocchi gravi e cornici spettrali di archi, ad accogliere una base in downtempo cubista, inesorabile e indugiante.
Abbandonati molti dei click'n'cuts che avevano fatto la fortuna di Martes, Corona si dà a soundscape plumbei che sanno di gotico come di diluito, spesso allentati nelle linee ritmiche e sconfinanti nella pittura sonora astratta. Tra gli apparati futuribili a sua disposizione, quelli più classicheggianti (specialmente gli andirivieni del piano campionato, minaccioso nei suoi incisi oscuri) ne sono i veri protagonisti. Funzionale ma paradossale. (6.1/10)
Nome atteso da tempo dagli amanti dell’elettronica, Murcof fa il suo trionfale ingresso a Roma e per l’occasione gli si spalancano le porte dell’istituzionale Auditorium, merito dell’organizzazione del nuovo appuntamento capitolino Meet In Town, con la collaborazione della Fondazione Musica per Roma, Snob Production e lo zampino dell’ormai consolidato Dissonanze, che accompagnerà la città per tutta la stagione.
Luogo migliore non poteva esserci, il Teatro Studio, trasformato in un piccolo - neanche troppo - club con tanto di bar all’interno e divanetti Le Corbusier, e a giudicare dalla fila che c’è all’entrata la serata si prospetta di quelle ghiotte. Sotto il profilo musicale il live set del messicano non delude: drone pesanti e viscerali che battono in gola, ritmiche frastagliate e cangianti, elementi classici dolenti a disegnare atmosfere cupe e minimali già ascoltate in Remebranza e presenti anche nell’ultimo Cosmos, di cui propone un assaggio (su tutte la techno dark di Cielo). Un’ora - né più né meno - di ipnotici vortici rarefatti, di plumbee cadenze minal break che stordiscono un pubblico educatamente seduto per terra. A peccare di ingenuità sono però i visual che accompagnano delle così forti suggestioni sonore: dispiace ammetterlo ma il loop di forme e linee geometriche variamente assortite e colorate non sono all’altezza della proposta musicale, troppo elementari e poco innovative, oltre che rappresentative, per entrare in comunanza con i suoni. A sterzare in tutt’altra direzione, e a chiudere l’evento, è poi il trio fiorentino dei Minimono, che mutano lo scenario in un vero e proprio dancefloor con il loro minimal groove, fatto gi glitch e ritmiche frantumate.
A notte inoltrata la sala comincia a svuotarsi, ma la sensazione di aver trovato un nuovo club in città dove trascorrere un weekend di qualità è ancora inebriante.

Nube minacciosa - Cuerpo Celeste -, presagio di tempesta. Indugiare d’archi, come un lamento che si rinnova nel tempo, oltre ogni tempo. Cuerpo Celeste, un paziente permanere in attesa di tempesta. Cuerpo Celeste, la tempesta che arriva, la tempesta che è organo che prega, è coro di voci campionate, è percuotere di tamburi. La tempesta che è musica sacra.
Quasi stonano oramai i pattern ritmici di Cielo e di Cometa, il Murcof che abbiamo imparato ad apprezzare, minimal techno e campioni di musica classica, incalzare cadenzato e aura ieratica a disorientare quanti sarebbero quasi tentati di muovere il proprio corpo. Perché il nuovo Fernando Corona è quello di Cosmos I. e II., il degno discente di un maestro riconosciuto come Arvo Pärt, il compositore più che il manipolatore del suono, il demiurgo di scenari apocalittici. Laddove non ha più alcun senso distinguere tra musica campionata e musica suonata; laddove crollano barriere tra classica ed elettronica, lì, esattamente lì, stanno le due sezioni di Cosmos.
Lì i saliscendi emozionali della lunga suite Oort, un alternarsi infinito tra suoni che lambiscono il silenzio, accarezzandolo, e lancinanti esplosioni di coro e strumenti, la ricerca del sacro urlata in un Cantus In Memory Of Benjamin Britten per la generazione del laptop. L’ideale colonna sonora dell’ultimo, lunghissimo piano sequenza a seguire il binario di un treno, a chiudere Japon, film capolavoro del messicano – non a caso – Carlos Reygadas. (8.0/10)

Benvenuti alla Reggia di Versailles. E ad accoglierti è un minaccioso avvicendarsi di rumori concreti, come se spiriti piombati direttamente dal passato si divertissero ad armeggiare con la mobilia dei sovrani.
Welcome To Versailles, un poderoso esercizio di musique concrète, l’incipit del nuovo lavoro di Fernando Corona. Avrebbe potuto continuare ad incantarci all’infinito con la risaputa dialettica di minimal beat e musica classica, suonato e campionato. E invece stavolta Corona si fa autore - compositore! - di un album che probabilmente spiazzerà i fan della prima ora, quelli rubati alla club culture più illuminata, un album ambizioso, audace, a tratti persino controverso.
Nell’estate del 2007, poco prima dell’uscita di Cosmos, il festival di suoni, luci ed acqua Les Grandes Eaux Nocturne commissiona all’artista messicano la sonorizzazione di un sontuoso allestimento della fontana del Jardin du Roi. Il risultato è un lavoro per metà filologico - la sfida a utilizzare registrazioni di strumenti tradizionali del XVII secolo suonati da musicisti di estrazione classica - per metà rivoluzionario. Il Barocco di Murcof è tanto quello del contrappunto, della fuga e delle cantate, di Monteverdi, Händel e Purcell (le fedeli riletture di Louis XIV’s Demons, A Lesson To The Future, Spring In The Artificial Garden), quanto quello della pli bouleziana e deleuziana. Barocco come dispiegamento infinito, ripiegamento della materia e piega dell’anima. Barocco come anamorfosi di passato e presente, Barocco come involuzione ed evoluzione. Si ascolti il delizioso cortocircuito provocato da Lully’s “Turquerie” As Interpreted By An Advanced Script, speciosa interazione tra un motivetto marziale e beat appena accennati.
Siamo dalle parti di The Civil War dei Matmos ma qui non v’è traccia di kitsch. Lo si diceva già in occasione di Cosmos: lo stile Murcof è ormai assurto alla statura di un classico contemporaneo. (7.5/10)