Se è vero - come è vero – che stiamo vivendo in tempo reale la definitiva ibridazione delle forme sintetiche nel pop, nel rock e nel folk, e che i risultati fanno pensare a qualcosa di intimo ed urgente, coinvolto in profondità con lo stato delle cose, allora non possiamo esimerci dal considerare i Mùm come una delle band più importanti in circolazione.

L’opera dei minimalisti storici (Glass, Riley...), poi di Eno, Neu!, Kraftwerk, prestatasi negli anni come mezzo di contrasto per dissidi socioesistenziali (Suicide, Devo...) e substrato di guizzanti tracimazioni pop-dance (New Order, Human League...), può essere altresì ravvisata (trasfigurata) nel background su cui si struttura l'onnipresente sottofondo contemporaneo, dalle canzoni di ogni ordine e grado (che ti seguono in veste di muzak per sale d'aspetto, ascensori, centri commerciali...) alle soundtrack cine-televisive, dai videogames alle suonerie dei cellulari.
Non deve perciò stupire se quelle stesse intuizioni riaffiorano - previo un lungo capillare lavoro di metabolizzazione - ad un livello più intimo, fianco a fianco con i moti più impalpabili dell'anima (Pan Sonic, To Rococo Rot, Fennesz, Boards Of Canada, certi Air...), con l’aria un po' smarrita ma familiare di chi è rientrato dopo un lungo viaggio. Come un archetipo di ritorno.
È a questo punto che entrano in gioco i Mùm.
Sono in quattro: Orvar Smàrason (elettroniche), Gunnar Tynes (elettroniche e chitarre) e le gemelle Ktìstin-Anna e Gyda Valtysdòttir, pianoforte e violoncello, già celebri quest’ultime per aver graziosamente occupato la copertina dell’album Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant dei Belle And Sebastian.
L'accademia, il pop sintetico e il punk hardcore sono dunque gli eterogenei bagagli d'esperienza che confluiscono nel progetto Mùm, nato - per una di quelle combinazioni che a posteriori sembrano disegni del fato - nel bel mezzo di una rappresentazione teatrale (le sorelle recitavano, gli altri due si occupavano delle musiche), anno domini 1998.
Giovani, carini (le gemelle di sicuro) e occupati ad imbastire le trame tenui di canzoni sottilmente insidiose, sottilmente votate a far coincidere il respiro di fisarmonica, archi e pianola con lo zampettare febbrile dei beat sintetici e con il pigolio cibernetico dei glitch. Il miracolo è che queste elaborazioni sembrano un fatto naturale e profondo, privo di compiacimento, meditato (e quanto!) eppure semplice come uno sguardo posato sulle cose.
Sembra poco, è moltissimo. Sono sistemi di rappresentazione che si saldano, stringono alleanza contro l'eclissi delle sensibilità. È scoprire il reale nella direzione opposta, verso quell'artificiale che al vero ritorna riproducendone il gesto, scovando nel suono - opportunamente combinato, reinventato anch'esso in funzione simbolica - un veicolo prodigioso di emozioni. L'avatar, simbionte che reca tracce inestinguibili d'umanità, contro l'aridità dell'idolo - "umano" troppo inumano - ed il circuito chiuso dell'idolatria.
Occorreranno due anni ai Mùm per licenziare l’album d’esordio, pubblicato dalla microscopica Thule Records ad uso e consumo del mercato islandese.
Sentiamo delle responsabilità nell’aprire noi stessi agli altri e non ci importa quali etichette ci vengano date. Comunque la nostra consapevolezza risiede nel non fare musica che sia solo passiva, cioè composizioni tappezzeria, non vogliamo fare musica “carta da parati”, per quanto la società occidentale la prediliga.
Beh penso che molti musicisti che lavorano in questo campo, con computers e samplers, facciano di queste cose. Naturalmente abbiamo un sacco di cartelle piene di ritmi, suoni, melodie ancora inutilizzate che non aspettano altro che vedere la luce del giorno.
Lo studio dei Sigur Ros è una vecchia piscina abbandonata! Originariamente era una piscina per i dipendenti di una fabbrica e loro l’anno riciclata. Noi abbiamo registrato in quel luogo la maggior parte del nuovo album.
Non c’è una scaletta preferenziale. Noi cerchiamo di non distinguere tra suono, parole, struttura e scrittura. Ci sforziamo di lasciare che la nostra musica viva fuori dai linguaggi e dai criteri.
Se il canto fa più pop, allora chi lo sa… Non sono a conoscenza di queste cose, ma Kristin è decisamente in un periodo di sperimentazione sulla propria voce, che sembra essere un ottimo strumento. Così sul prossimo album è molto probabile che la sentiremo di più
Spero proprio di no. Dipende da cosa si sta sfuggendo. Dalla dura realtà di tutti i giorni? Non penso proprio che la bellezza delle piccole cose, i piccoli sentimenti nascosti, esser svogliati alla sera o appagare una confortevole paura siano forme d’evasione. Sono vita, nonché cose importanti per viverla bene. Come ho detto prima non vogliamo fare musica per addormentare la gente, vogliamo anzi svegliare sentimenti nascosti, aprire porte e finestre.
Abbiamo lavorato un sacco nei teatri e anche con la danza moderna, in passato, ci siamo cimentati in improvvisazioni per film muti e come per la Corazzata sono state realizzate sonorizzazioni complete. Continueremo a farlo nel futuro e magari potremmo comporre musica anche per nuovi film. Alle volte rimaniamo ipnotizzati dalla connessione tra suoni e immagini, proprio come per la musica e la poesia e in generale tra tutte queste cose. Lavorare per la Corazzata è stato sorprendente per noi, mettendoci in contatto con sentimenti che pensavamo di non poter evocare.
Dunque, pensiamo alla nostra musica negli spot in un po’ di piani differenti. Prima di tutto: non vogliamo che le nostre composizioni siano asservite al profitto, alla vendita di prodotti, non è leale nei confronti di chi acquista i nostri album, che c’è affezionata. Secondo, non vogliamo prendere parte del business che degraderebbe la nostra musica. Terzo, siamo totalmente contro la cultura pubblicitaria così com’è emersa sia per il suo controllo sulla società, sia per la sua invasione dello spazio mentale, che toglie creatività ai ragazzi. Così molte energie giovanili finiscono nelle industrie della pubblicità perché questa gente crede negli standard proposti dalle stesse multinazionali dello spot. Questo ha un impatto notevole sull’arte, la politica e occasione di dibattito con i giovani oggi. Siamo rimasti sbalorditi che la Sony avesse utilizzato una nostra canzone senza chiederci il permesso, prima o poi le cose gli torneranno indietro.
Non lo so e forse non ci interessa. Penso che certa parte delle stampa sia molto buona, e molta è pessima ma non c’è via di mezzo. C’è gente accorta in ogni stato per cui ogni posto ha qualcuno che scrive decentemente. E comunque la critica musicale sembra persa in un suo mondo isolato dal resto. Non è vero?
Phfoof. Non penso che fare liste o dissertare su questi nomi costituisca un lasciapassare. Kraftwerk e Eno hanno ovviamente un grosso impatto su tutta la musica elettronica composta oggi ma non so in che modo ci influenzino. È uno studio che non mi interessa.
Naturalmente è importante per noi andare fuori e suonare per la gente che ci ascolta, vedere i loro volti e donargli qualcosa, se si sorprendono o evocano emozioni. Siamo privilegiati per il fatto che giriamo il mondo, fare così tante cose e conoscere così tante persone. Ci viene naturale suonare live, prendere in mano gli strumenti e suonare. La cosa negativa è che può diventare estenuante. Poi è anche costoso essere in tournée per cui i nostri show sono sempre pochi… Come tutti, abbiamo avuto la nostra parte di incidenti da tour.
Per il momento non sono previste date in Italia, anche perché ci siamo stati da poco, ad un festival organizzato veramente male a Roma nel giorno del blackout (durante la "Notte Bianca" del 27 settembre ndr.). È divertente perché eravamo a NY quando c’è stato lo stesso problema. Comunque a Roma abbiamo suonato 35 minuti dopo che eravamo stati nel luogo del concerto tutto il giorno per preparare tutto. Quando abbiamo iniziato ad ingranare e sentire la musica qualcuno ci ha detto di smettere, dopo un ora è arrivato il blackout. Tuttavia quando abbiamo suonato a Ferrara, Pisa e Brescia penso siano stati i migliori concerti della nostra carriera, lì la gente e l’organizzazione sono stati semplicemente perfetti.
A parte questo siamo rimasti sconvolti l’altro giorno quando abbiamo sentito le news dal vostro paese: dei poliziotti pestavano i manifestanti al summit europeo. È disgustoso vedere immagini come queste specialmente nel vostro Belpaese. Politicamente la vostra situazione è orribile, detestiamo Berlusconi e tutto quel che rappresenta.

Un disco impressionante, tenuto conto oppure no che trattasi del debutto per quattro giovani sconosciuti provenienti da una scena – quella islandese – non certo trascurabile (sempre viva la memoria di Sugarcubes e Gus Gus, fastosa pure se ormai cosmopolita Bjork, in arrivo Sigur Ròs) ma pur sempre periferica.
Pensare che i Mùm lo concepirono e realizzarono sognando di coprire le distanze relativamente brevi della propria madrepatria (come testimonia l’edizione originale dell’album, con le note in islandese strettissimo). E già sarebbe stata una mezza impresa, malgrado il piccolo aiuto di Musikvatur, guru dell’electro nazionale.
Invece, consensi in tutta Europa. Persino negli USA molte orecchie si drizzarono ad ascoltare, conquistate da questa sequenza di meraviglie emozionali. Apre bene l’iniziale I’m 9 Today (box di giochi ritmici, riff di tastiera soffice e minimale, come dei Kraftwerk fanciulli), così suadente che la Sony penserà bene di utilizzarla senza autorizzazione per uno spot (seguirà bega legale, con sconfitta della multinazionale). Chiude benissimo Slow Bicycle (soffice decompressione per piano elettrico e synth più una fauna di elettroni in effervescenza che per un attimo fa balenare il fantasma dei Talk Talk).
Nel mezzo, ipnotiche suggestioni come la toccante suite centrale Asleep On A Train/Awake On A Train (fisarmoniche, archi, rotativa di corde e blips) o stranianti esotismi come le giapponeserie attonite di Random Summer (chissà se a David Sylvian sarà piaciuta...). Tutti pezzi strumentali tranne uno, quella Ballad Of Broken Birdie Records che si profila come dei Massive Attack in regressione fiabesca: ritmica languidamente narcotizzata, guizzanti sottigliezze electro, voci da ninfa boschiva, in pratica un assaggio di ciò che maggiormente si definirà (puntando un'indefinitezza palpitante) nel lavoro successivo.
Due gli apici dell’opera: le diafane congetture funky tra arzigogoli ritmici e microburst videogame di Smell Memory da una parte, le densità astratte di Sunday Night Just Keep On Rolling dall’altra. In entrambe, il brancolare dei sensi incantati in una torpida opalescenza. Tra di esse, la definizione dolce e risoluta di un’estetica già perfettamente consapevole di sé. (7.5/10)
L’esordio è indubbiamente un buon biglietto da visita, ragion per cui non stupisce se una stellina come l’italo-islandese Emiliana Torrini e l’altro giovane fenomeno Sigur Ròs affidano ai Mùm il remix di loro pezzi. Tuttavia i quattro spendono gran parte di tempo ed energie per comporre musiche originali a commento del glorioso film muto Battleship Potémkin (La Corazzata Potiomkin), un progetto senz’altro defilato, lontano dai clamori, ma vicino, vicinissimo ai loro topoi musicali. Passati nel frattempo tra le fila dell’occhiuta Fat Cat Records (quella appunto dei Sigur), sul finire del 2001 iniziano ad imbastire la seconda prova, avvalendosi dell’esperto Valgeir Sigurdsson (già con Bjork) alla produzione.

Qualcosa è cambiato. Le canzoni sembrano stringersi attorno al proprio cuore, sembrano ripararsi in se stesse. È una tensione centripeta, è il tentativo di opporre una forma allo sfaldarsi degli appigli, al crollo delle illusioni, alla paura.
Causa e conseguenza dello scarto stilistico, il canto: è presente in metà delle tracce, è l'anomalia che innesca la coagulazione delle strutture attorno alla componente melodica, assestandole dalle parti del "formato canzone”. Affidandosi ad esso, ma solo dopo averlo trasfigurato in una dimensione che stempera e confonde tempo e spazio.
E’ come passare da una rappresentazione astratta in cui le microdinamiche – dei colori, delle linee, delle posizioni – contano almeno quanto l’insieme (anzi spesso di più), ad una di tipo impressionistico le cui parti sono il processo figurativo stesso, elementi organici al tutto, esperienza percettiva totale, da cogliere con uno sguardo solo.
Canzoni che sembrano inezie, destinate ad esaurirsi in pochi ascolti, e invece sono piccole inscalfibili magie a cuore aperto, i sensi rattrappiti dallo stupore. Dall’incalzante sortilegio di Green Grass Of Tunnel (pulsa il basso, si incrociano palpitanti riff di tastiera, il canto è una filastrocca fatata) a Now There’s That Fear Again (quasi una mestizia Black Heart Procession assediata da calligrafie glitch, intanto che la voce vaporizza lenitiva), dalla lunga The Land Between Solar Systems (come dei Mogwai distillati, contemplando l’inattendibilità di ogni confine) alla trepida We Have A Map Of The Piano (si ispessisce la trama del basso, le voci rilasciano sussurri a staffetta, il piano detta la direzione, percussioni reali e ghirigori artificiali tratteggiano una cornice sfrangiata, la fisarmonica schiude fiabesche mestizie).
Si indovina sotto la cute sintetica il cuore antico del folk, il distendersi orizzontale delle ballate (discendenti-droni di certi Red House Painters), di una narrazione che non rinnega anzi fa tesoro di ogni suggestione cinematica, chiudendo il cerchio attorno ad una capacità immaginifica tanto potente quanto misurata.
Tutto ciò vale inevitabilmente di meno per gli episodi strumentali - che siano oleografie Kraftwerk su minutaglia Oval (Don’t Be Afraid, You Have Just…), valzer dissimulati tra fisarmonichine tristi, controcanto valvolari e archi lacrimosi (I Can’t feel My Hand Any More…) o irrequiete sovrapposizioni di feedback soffici come neve radioattiva, mentre violoncello, fisarmonica e tastierina si accarezzano in un giaciglio di ritmiche brulicanti (K/Half Noise). In essi tuttavia la voce è un'assenza - come dire? - sublimata, sostituita da linee melodiche terse, semplici, cristalline (si veda la title track, quella minima variazione su cinque note - curiosamente simile al motivo di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo – cui offrono splendida guarnizione sorprendenti sbuffi di tromba).
Album insomma dal respiro classico e transitorio assieme, sottile e imponente, filigrana incantata attraverso cui è possibile scorgere un orizzonte intero di timori, speranze, inquietudini e un semplice, umano, irrinunciabile bisogno di emozioni. Quelle stesse che riempiono gli interstizi dell'esistenza, dove l'azione ristagna in un silenzio vuoto ed è possibile - anche solo per un attimo - pensarsi. (8.0/10)

Ho atteso la terza prova dei Mùm con un misto di curiosità, scetticismo ed eccitazione. Ormai conosco queste sensazioni, e anche il modo per disinnescarle: sospendere ogni tentazione di giudizio precoce, consumare primi ascolti distratti, di sfuggita, lasciare che i pezzi si sviluppino in sottofondo, che attecchiscano se ne sono in grado, quindi buttarcisi a capofitto. Così ho fatto.
Va detto in primis che c'è aria di concept, qualcosa che gira intorno a salpare e navigare (attra)verso mitologici lidi di salvezza, di abbandono, di redenzione. La qual cosa non impedisce di notare come la forma-canzone (e di conseguenza la melodia) sia divenuta finalità principale, disegnando linee gracili e trepidanti per la vocina tutta ansiti e tuffi al cuore di Kristin Anna Valt_sdottir, l'unica gemella rimasta in squadra. Questo comporta l'affiorare delle strutture, quelle stesse che nei primi due lavori rimanevano incantevolmente avvolte in una nebbia opalina, sotto quella superficie ipnotica e straniante sulla cui pelle si compieva nientemeno che la folktronica al suo meglio.
Non mancano certo episodi "ambientali", ma si limitano perlopiù a congiungere tra loro i pezzi cantati, brevi interludi dal fiato un po' corto, che iniziano a solleticare l'anima proprio quando si spengono (il breve palpito di Stir - tipo un Debussy sognato da Aphex Twin - la fatamorgana di Away - un po' troppo simile a certi codazzi Sigur Ros - l'allucinazione counrty di Small deaths are the saddest - a cui i The Books potrebbero guardare con legittimo sospetto), eccezion fatta per la conclusiva Abandoned ship bells che cala come un sipario lentissimo, ricordandomi non poco il Brian Eno languido e livido di Moss Garden nel bowiano Heroes.
Forse perché constatata l'impossibilità di lavorare ulteriormente sui cliché degli album precedenti, i giovani islandesi sterzano dunque verso coordinate più - come dire - tangibili. Canzoni insomma diafane ma corporee, non più acquerelli di luce e memoria e brividi e silicio, in cui tanto la struttura quanto la scrittura regredivano a impalpabile pretesto, ma trame imbastite su di esse. Canzoni dunque, improvvisamente esposte alle intemperie, fragili concrezioni in balia della propria debolezza, improvvisamente mortali, corruttibili, fallaci, quasi come angeli incarnati di wendersiana memoria. É il loro fascino e la loro debolezza, questo confrontarsi con il lato più umano della questione.
Va detto dunque che non convincono un po' di cose, principalmente il canto, il cui lambiccarsi tra falsetti aspirati, vocalizzi precari ed esalazioni fiabesche dona uno spiacevole senso d'affettazione. La qual cosa disturba il già non eccelso fluire melodico, che sembra voler calpestare le orme della diva Bjork salvo incagliarsi in una calligrafia fin troppo accademica, prevedibile, a tratti - spiace dirlo - banale (illuminanti in questo senso Nightly cares e il teatrino per cuori di madreperla in Oh, how the boat drifts) quando non al limite del fuori luogo (quelle Weeping rock, rock e Will the summer make good for all our sins? che sembrano bignamini Black Heart Procession).
A mio modo di vedere l'aspetto più interessante dell'operazione - ciò che rende Summer Make Good comunque meritevole di qualche ascolto - è il rinnovato antagonismo tra ossatura "analogica" e perturbazioni sintetiche, con quest'ultime impegnate in una sorta di effervescenza da contatto, quasi a corrodere la concretezza delle chitarre (talora mosse da fremiti new wave, come in Sing me out the window), delle percussioni, del piano, degli archi, di glockenspiel e fisarmoniche, della luce stessa improvvisamente più formicolante e chiara.
Insomma, siamo sempre lì, però mai palese come adesso. É come se assistessimo allo schiudersi di un bozzolo, come se nella trama di folk allibiti (il senso di allarme ipnotizzato da flutti d'harmonium in The ghosts you draw on my back) ed inusitate fantasie tropicali (le algide palpitazioni di The island of children's children) vibrasse ancora abbastanza energia da far nascere forme nuove, ibridazioni inaudite.
Volendo potremmo figurarcelo come una vaticinazione circa le sorti del fattore umano in pieno conflitto col virtuale assoluto, sempre più imminente e immanente, a cui per forza dovrà (dovremo) pagare pegno, riuscendo però - questo sembra il "messaggio" dei Mùm - a portare in salvo l'essenza. A costo di andarla a scovare in mezzo alle paludi del mito, sulla luna come Astolfo sulle tracce del senno perduto, come argonauti bramosi del vello d'oro.
Velleità o sogno a cui vien quasi voglia di credere. Ma neppure troppo, ahimè. (5.9/10)

Múm, ovvero 'dell'autoipnosi pop'. Una manciata di album alle loro spalle (Summer Make Good, 2004, l'ultimo), un continuo oscillare, fra delicatessen poppy, trip-hop, glitch, slowcore e quant'altro di narcolettico la musica 'popular' abbia negli ultimi 15 anni introdotto nel mercato discografico europeo e non.
La Peel Session in oggetto, soli 4 brani in scaletta (Scratched Bicycle Smell Memory, Awake On A Train, Now There Is That Fear Again e The Ballad Of The Broken String) offre un assaggio, abbastanza tipico, di quale sia la ricetta sonora da sempre cucinata dagli Islandesi: scatti drum'n'bass conturbanti, melodie sempre sottotono e poco presenti, voci (le gemelline Gyda e Kristin Anna Valtysdottir) leggiadre e 'a disperdersi' (scuola shoegazing, tanto per capirci) ed una vocazione alla psichedelia atmosferica che spesso coniuga tedio e malinconia, come fossero due facce di una stessa medaglia. Nulla di imprescindibile per chi già è avezzo alla proposta del gruppo.
Per tutti gli altri, un buon mini-vademecum all'opera di questi discreti artigiani del minimalismo poppy (fisarmonica, tromba, campane, violini e piani sempre ben presenti nel loro mondo in suoni evanescente e vaporoso). (6.0/10)

Le sperimentazioni al canto della gemella superstite in formazione nella prova precedente avevano convinto in pochi e probabilmente i primi a non esserne soddisfatti erano proprio i Múm, ovvero Gunnar Örn Tynes e Örvar Þóreyjarson Smárason. Così la novità principale all’uscita di questo Go Go Smear My Poison Ivy è l’assenza di Kristín Valtýsdóttir, assenza che si porta dietro anche un voltapagina nel sound del duo, nell'occasione diventato sestetto. Coerentemente avrebbero potuto cambiare nome, eppure i nuovi Múm preferiscono rimanere tali forse in virtù di certe pose giocosamente infantili come School Song Misfortune oppure Guilty Rocks.
Eppure non sono questi gli episodi su cui Gunnar e Örvar si concentrano. Dove il raggio paralizzante della gemella Kristín focalizzava il suono, ora la ricerca svolta verso un indie-pop ammalato di saudade e folclore mediterraneo, fatto di soundtrack italiche d’antan e coaguli elettro-analogici e acustici. Un lavoro che spiazzerà i fan, non certo per la tipica marchetta mainstream da band a fine corsa, ma per questo tentativo di insediarsi nelle pieghe di una poetica minuta, nel (vano) tentativo di farla crescere, renderla adulta.
Ne viene fuori una terra di nessuno post (adolescente), ed è questo sostanzialmente il burrone. La ricerca è tediosa ma non penetra in profondità. I paesaggi, i valzer, gli altipiani, ammaliano ma non godono del respiro e del contesto che abbisognano. Meglio allora la serenità amara di una Marmalade Fires, probabile primo singolo, a sancire l'irrimediabile leggerezza della crisi. (5.0/10)