
L’hanno presentato come l’album politico dei Mudhoney. La notizia puzza di operazione riciclo, se volevano parlare di guerra potevano farlo quando erano al centro dei riflettori e non iniziare adesso a quarant’anni suonati.
Under A Billion Suns è discontinuo, difetto tipico dei Mudhoney in studio: se i cinque noiosi minuti di In Search Of sono insopportabili e Endless Yesterday sembra davvero senza fine, la strumentale Brief Celebration Of Indifference è una cavalcata anfetaminica alla Surgery per alzare il volume al massimo e distruggere in colpo solo casse dello stereo, vetri della finestra e timpani dell’ascoltatore.
Where Is the Future è un pezzo malato, fangoso e dissonante che ricorda Sweet Young Thing Ain't Sweet No More, con l’aggiunta di una tromba che combatte una lotta senza quartiere con i fuzz di Turner e il drumming tribale di Peters.
I fiati tornano in Let's Drop In , forse per aiutare Arm a sforerare le proprie doti di “heartbreaker”, mentre Empty Shells, It Is Us e Blind Spots citano il passato sporco e cattivo con Mark che urla come un ossesso e lancia i suoi all’attacco sulle onde di un rock figlio del punk, degli MC5 e dei concittadini Sonics.
Le uscite della Sub Pop hanno accompagnato la vostra Meglio Gioventù e non vedete l’ora di rispolverare la vecchia camicia a scacchi in vista del tour di Arm e soci? Questo disco fa per voi. Siete curiosi di conoscere questa band leggendaria? Superfuzz Bigmuff vi aspetta nei negozi da quasi vent’anni.
I Mudhoney entrano di diritto nel club delle band che, dopo aver messo ferro e fuoco il rock con le armi del passato (Cramps, Blues Explosion, Fleshtones), nel nuovo millenio rinunciano alle rivoluzioni (musicali), ma non risultano sorpassati e rimangono assolutamente imperdibili dal vivo. (6.2/10)
Si ha la sensazione di fare un viaggio nel tempo, la sera del concerto dei Mudhoney. Un viaggio a ritroso di soli quindici anni, ma sembra già un secolo: era il tempo di Seattle “capitale” del grunge, il tempo di band che ripescavano vecchi suoni per trarne linfa vitale, era il tempo dei Nirvana, dei Melvins e dei Mudhoney, per citare solo alcuni dei più rappresentativi.
I Mudhoney sono sempre stati il gruppo più incline al garage e al rock’n’roll, con frequenti sbandate nella psichedelia e nel rock acido dei ’60, eppure riescono ancora oggi a suonare freschi e monumentali, neanche fossero i primi a costruirsi una poetica sulla distorsione. Il concerto è una sorta di greatest hits, con tutti i brani giusti al momento giusto: si apre con Suck You Dry, tanto per chiarire le idee, si spara qualche cartuccia dall’ultimo – prescindibile – Under A Billion Suns (Where Is The Future, un pezzo dedicato a Bush), qualche puntata anche per il precedente Since We’ve Become Translucent, come Where The Flavor Is e Sonic Infusion, private dei fiati e degli altri effetti che negli ultimi due dischi hanno variegato il sound granitico della band.
In breve, è una versione rozza dei Mudhoney quella sul palco, la più vicina alle loro origini probabilmente. All’appello non mancano gli anthem che hanno fatto storia, da Touch Me I’m Sick a Here Comes Sickness, dalla semi-ballad If I Think a Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More, un’orgia di riff iperdistorti della premiata ditta Arm/Turner, con l’inconfondibile voce del primo che si staglia sopra il caos. Il pubblico, accorso in massa, gradisce e poga forsennatamente, è stata davvero la serata giusta per sfoggiare camicie di flanella e capelli lunghi (per chi se li può permettere). Un’ora e mezza in marcia verso ilfuzz, come titola un’ottima compilation del quartetto: ad una tumultuosa Into Your Shtik e ad una furente Hate The Police l’onere di chiudere.

Potrete anche chiamarli sopravvissuti, se proprio ci tenete, e ragioni dalla vostra ne avreste. Pensateci bene, però: essere ancora sulle scene dopo venti anni e spazzar via la maggior parte dei giovincelli garagisti in circolazione deve costare fatica. Non sarebbe mai e poi mai possibile senza quello spessore che il semplice “mestiere” non è in grado di darti e, del resto, già lo asseriva Darwin secoli fa che solo i più forti sopravvivono. Per dimostrarla, la propria forza (bravura, in questo caso) non occorre immettere su mercato un album all’anno col rischio di far la figura del veterano capace solo di infilare un “ti ricordi, quella volta…” dietro l’altro. Basta articolare parole quando si ha qualcosa di rilevante da esprimere.
E’ esattamente questo lo spirito che aleggia su The Lucky Ones: impossibile accusare Arm, Turner e compari di revivalismo perché a Seattle c’erano già dalla primissima ora e dopodomani ci saranno ancora; pertanto si meritano gratitudine per non essersi inventati svolte improbabili, per aver tenuto duro lungo una carriera avara di soddisfazioni economiche. Avere vent’anni sul groppone e non sul passaporto ti ripaga con la coscienza del tuo passato illustre, qui rinverdito a dovere e non è un caso. Da là arriva infatti questo nono atto, schivando comunque la nostalgia con l’attenzione all’intarsio rivelatore (mai sottovalutarli, i finti grezzi…), del quale ti accorgi dopo ascolti e identifichi come il valore aggiunto ai brani. Se lo possono permettere solo coloro che rappresentano la “memoria storica” di qualcosa, gli altri lascino stare che non è aria.
Perché sì, che volete aspettarvi, c’è il solito garage grunge stoogesiano - da Sabba Nero, però, riff e clima di Running Out - ed è un bel sentire, specie nella corsa contro il muro e schianto finale New Meaning o nell’incipit I’m Now, con quel piano martellante, l’handclapping e le citazioni da Robert Johnson. Ciò nonostante, altrove assapori una gemma acid-folk (We Are Rising) e slarghi psichedelici (ma come li farebbero degli incupiti Violent Femmes: And The Shimmering Lights); sei testimone dell’apparizione di Maestà veramente Sataniche (What’s This Thing) e di Bo Diddley (Next Time). Parafrasando Manzoni, lo stile, se uno non ce l’ha, mica può darselo. Ci torneremo sopra il prossimo mese: nel frattempo mandate quanto sopra a memoria e, mi raccomando, mettete il volume sull’11. (7.3/10)