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Mouse On Mars

di Edoardo Bridda e Michele Saran
Scoppiettanti, intricati, massimalisti, ironici. I Mouse On Mars sono il simbolo di quella nu elettronica che nei Novanta fondava la propria arte sulla contaminazione totale, prediligendo la trasfigurazione digitale e il dialogo tra gli stili, al purismo della tradizione di genere. Pop e funk, rock, exotica e ska ...il gioco di bianchi e di neri si è da sempre tradotto in un misto di transistor e ironia, una rara e intelligente materia prima che si è rivelata indispensabile cartina tornasole di un Tamagochi sonoro altamente euforizzante e assuefacente.
Il gioco è continuato a testa alta nei Duemila dove i due hanno sviluppato un discorso meno funambolico, sintetizzando in chiave fumettosa e pop le intuizioni dei lavori precedenti. E questo salvo rimangiarsi tutto in side-project e progetti collaterali, come quest'ultimo con la Ipecac di Mike Patton, dove il cubo di Rubik da risolvere è quello della Drum'n'Bass, un genere che forse i nostri contribuiranno a rilanciare
Foto: Andi Toma e Jan Werner

 

Copertina: Autoditacker (Thrill Jockey, 1997)
  • Sui Shop
  • Juju
  • Twift Shoeblade
  • Tamagnocchi
  • Dark Fx
  • Scat
  • Tux & Damask
  • Sehnsud
  • X-Flies
  • Schnick Schnack Meltmade
  • Rondio
  • Maggots Hell Wigs

Autoditacker (Thrill Jockey, 1997)

di 2004 Michele Saran

Autoditacker, l'opus numero tre dei Mouse on Mars, è forse il classico disco che mette tutti d'accordo. Sia i palati fini, quelli che cercano l'inventiva - mutuandola dalle due opere precedenti -, sia le anime incerte, fragili, bisognose di rassicurazioni, sia gli intenditori open-minded che in un disco di elettronica cercano soprattutto la poesia dei timbri.

In Dark Fx, ad esempio, c'è un battito vagamente Suicide che inizialmente sembra concedersi a strutture e sonorità predefinite, ma poi cambia di continuo, in una piccola apoteosi del dinamismo techno. Ci sono sovrapposizioni sonore, ispessimenti della base ritmica, ma anche ritorni (variati) di campioni incontrati a inizio brano. Juju propone un intro dreamy à la Dif Juz: anche qui abbiamo lunghe e aggrovigliate divagazioni timbriche, ma pure una sfumatura fredda, che imprime una volontà costruttiva lineare. Maggots Bell Wigs è un tipico esempio di procedimento Mouse on Mars, e uno dei classici del disco: inizio crescendo-noncrescendo, incontro della melodia, sovrapposizioni, increspamenti, concerti di suoni pulviscolari e campioni atmosferici. Analogamente, in Rondio le cose si fanno più solenni e pensose, arricchendosi di vibrazioni gravi e scure (quelle che rendono realmente la melodia) .

Scat è un gioco di fanfare e suoni corali, che inizia con rintocchi staccati e cadenzati di campionatore, e poi via via si riempie di suoni glitch metamorfici. Schnick Schnack Meltmade è un buon mix di techno retro-futurista solcato da dettami synth-pop che riecheggiano addirittura gli Human League, a renderlo scorrevole e ballabile, e X-Flies un'oscura divagazione emotiva, un ambient saturato da vegetazioni drum'n'bass. Tamagnocchi apre con una melodia glitch da camera, rarefatta e asciutta, che fungerà da base per una breakbeat atmosferica, messa in piedi dal gioco di società di Wagon Christ e Drome. Le variazioni in questo caso portano ad aperture di campionatore, a vedute aeree che diventano trance estatica e quasi lirica, venata da influenze Faust (IV) e appendici ritmiche del motorik beat inventato dai Neu!. Di contro, i battiti metallico-digitali di Tux & Damask sembrano quasi ricondurre a una versione storpiata e accelerata di una piece dei Bark Psychosis, forte di un bel contrasto tra stasi catartica e dinamica irrequieta, spasmodica.

Sehnuo e Sui Shop sono pezzi che riportano il discorso sul piano del dancefloor. Il primo è un'altra trance estatica che però si interrompe bruscamente e fa spazio a sonorità da Amon Düül frenetici, e a una rincorsa IDM che implode in palpiti tremolanti. Il secondo vomita pulsazioni cieche e instancabili, puntellate di suoni geometrici, su cui si innesta una melodia divisa in due parti. Sono piccole entità elettroniche che si rincorrono e si completano a vicenda, o che si annullano improvvisamente nei giochi ritmici del campionatore, in un crescendo sottile che rompe la rigidità dell'insieme.

Giocando a mani salde sul doppio tavolo della modellazione ritmica e della composizione elettronica cangiante e multiforme, il duo tedesco tratteggia e stilizza un aguzzo, denso e compatto florilegio illusionistico. È un disco in cui conta soprattutto la variazione esorbitante, largamente imprevedibile, caricaturale, come un eccitato microcosmo dotato di vita creativa autonoma che accompagna ogni brano, e che coinvolge, assorbendole, tutte le variabili del costrutto musicale. (7.3/10)

Copertina: Niun Niggung (Sonig, 1999)
  • Download Sofist
  • Yippie
  • Pinwheel Herman
  • Super Sonig Fadeout
  • Booosc
  • Diskdusk
  • Gogonal
  • Albion Rose
  • Mompou
  • Distroia
  • Wald F.x.
  • Circloid Bricklett Sprüngli

Niun Niggung (Sonig, 1999)

di 2004 Michele Saran

Aprono il disco giochi folk e rintocchi quasi fusion, in uno svilupparsi e risvegliarsi reciproco di Pan e della sua compagna di avventure: la natura (mai così esaltata in senso postmoderno). Il carattere di preludio dell'iniziale Download Sofist, uno dei capolavori del disco, è accentuato dai rumori/soundscape e da successive fanfare cocktail-jazz. Il vaso di Pandora è stato così aperto: è tempo per i Mouse on Mars di far vedere cosa valgono come graffittisti electro - oltre che come illustratori eccentrici - e come poeti provetti del contrasto cromatico in musica. E allora: mosaici di sovrapposizioni sonore, andamenti techno puntati messi a contatto (fotografico) con brusche interruzioni, melodie e armonie stralunate in levare dall'effetto quasi comico (Yippie), contrasti dinamici tra mosaici Intelligent Dance Music, gemiti digitali e austeri accompagnamenti da night club (Super Sonig Fadeout), o contrasti tra techno minimal e campioni di palude ( Booosc).

Un altro elemento portante, utilizzato spesso dal duo tedesco, è quello della variazione caricaturale. Si veda, a questo proposito, la melodia eseguita in modo spensierato e corale, ma poi sottoposta a variazioni ritmiche date dal contorno strumentale, di Pinwheel Herman, o la house music abulica di Diskdusk - con influenze svaccatamente tetutoniche (Can su tutti) - che arriva a inglobare più espedienti (voci, campioni radiofonici, tastiere). A volte trovano svolgimento quasi compiuto, a volte sono puri frammenti in successione più o meno cadenzata.

Gogonal, un altro dei pezzi forti, attacca con una intro da Greenwich Village, da Lovin' Spoonful redivivi, però successivamente sviluppa una ritmica eccentrica che costruisce un motivo disco-dance a se stante. Un grumo melodico allergico a qualsiasi facile orecchiabilità, che richiama quasi le claustrofobie psichedeliche di On the Corner di Miles Davis, e che al centro del pezzo si permette una divagazione kosmische musik, come Cluster sotto anfetamina. E arriva Albion Rose, brano sornione ravvivato da una frase delle tastiere, alla quale si sovrappone man mano un contorno sovreccitato di attori strumentali (e campioni) che dà al tutto un tocco di solenne mestizia.

L'insieme di Mompou e Distroia - in successione - costituisce quasi un doppio brano. Nel primo, il divertissment chill-out di rumori, cacofonie, effetti digitali e tastiere caotiche è quasi l'emblema dell'album. Nella seconda parte, il tutto è prolungato e sviluppato via via secondo una ritmica drum'n'bass, un'attitudine quasi free jazz, un hip hop di altezze "verticali" e dense sonorità IDM. Per finire, ecco la coppia cui è affidata la chiusa: Wald F.x. propone pulsazioni staccate e pensose del campionatore, secondo un minimal techno che pare accennare a un assolo quasi jazzistico, mentre Circloid Bricklett Sprüngli rende un effetto di marcetta popolare, con tanto di grancassa e campionatori impazziti e synth tarantolati in luogo degli ottoni.

Pur guastato dall'eccesso di espedienti stilistici, che a volte fanno disperdere il senso generale, il sesto album del duo tedesco è un suggestivo collage dada-electropop di incastri a mosaico, che denota indubbia maestria e perizia tecnica. Attraverso uno studiato e ponderato switching tra sottocodici stridenti (cabaret, electro sperimentale, disco, folk dal piglio solenne), ha anche un buon ritmo e una resa sonora tridimensionale dell'impalcatura portante. Riveduto e fatto uscire nel 2000, con tracklist variata, per la Thrill Jockey. (6.7/10)

Copertina: Radical Connector (Thrill Jockey/Wide)
  • Mine Is in Yours
  • Wipe That Sound
  • Spaceship
  • Send Me Shivers
  • Blood Comes
  • The End
  • Detected Beats
  • All the Old Powers
  • Evoke an Object

Radical Connector (Thrill Jockey/Wide)

di ©2004 Edoardo Bridda

I Mouse on Mars non hanno bisogno di presentazioni. Abituati a sorprendere e trasformarsi di album in album, non potevano che presentarsi all’appuntamento discografico con nuovi assi nella manica. Radical Connector, ottava prova sulla lunga distanza a tre anni dal fortunato Idiology, non sfigura infatti per almeno un paio di ragioni, davvero intriganti.
Pur non presentando cambiamenti sostanziali nel metodo compositivo, il nuovo lavoro si distingue dalle uscite precedenti innanzitutto per una precisa scelta di campo: più che ficcare la testa nel tunnel massimalista, Andi Toma e Jan Werner preferiscono manipolare le superfici e mantenersi all'interno degli steccati dei generi. Il terreno privilegiato è dunque il pop, genere sul quale il duo ha lavorato con particolare attenzione astraendolo, modificandolo e adattandolo all'innesto di alcuni connettori particolarmente preformanti come il funk e la disco.
Mine in Yours e Wipe That Sound, le tracce poste in apertura, nonché Blood Comes, rappresentano pertanto l'ottimo risultato conseguito in questo senso: scioglilingua passati al vocoder, sincopi ritmiche irresistibili, Prince che incontra imprescindibili Kraftwerk in una sala giochi. Insomma tanta maestria e ironia e una lezione, peraltro perfettamente assimilata, appresa dai Daft Punk (il cui vocoder all'amarena è lì a dimostrare quanto il duo francese abbia segnato il passo)
Tuttavia la sensazione è che i Mouse on Mars giochino tutte le nuove carte a loro disposizione in questa prima mano e, una volta succhiato il succulento frullato funky-soul-robotico, poco sia rimasto da dire. Se infatti Spaceship gioca amabilmente tra tappeti glitch e bleeps spaziali inserendo ritmiche sincopate in labirinti hip hop e house, l'incanto si rompe nella disco easy listening di Send Me Shivers e in quel colpo a vuoto a base di fascinazioni atmosferiche che è The End (entrambe con Niobe al canto). E se Detected Beats riesce a aggiungere un ennesimo tassello a quell'elettronica proteiforme che caratterizzò Autoditaker, l'hip hop ingrassato per voci sporcate al vocoder (in un cantiere ritmico memore di Aphex Twin) di All The Old Powers scorre senza lasciare traccia di sé.; infine Evoke An Object, dove la carne si smalta di metallo, forte di una melodia ammaliante e del consueto lavoro certosino alle ritmiche, chiude l'album con un cocktail lounge androide che, per quanto d'alta classe, odora anch’esso di dejà vu.
Non sarà l'album dell'anno e di certo neanche un brutto lavoro, tuttavia Radical Connector soffre della lunga distanza. Sarebbe forse stato preferibile nel più contenuto formato EP, magari con i soli esperimenti funky-pop. (6.5/10)

Copertina: Live 04 (Sonig / Wide, settembre 2005)
  • Mine Is In Yours
  • Diskdusk
  • All The Old Powers
  • Distrofia
  • Twift
  • Gogonal
  • Wipe That Sound
  • Actionist Respoke
  • Frosch

Live 04 (Sonig / Wide, settembre 2005)

di ©2005 Edoardo Bridda

A dimostrazione di quanto i Mouse On Mars abbiano investito nella loro ultima prova, tramite l’etichetta personale Sonig, arriva nei negozi il loro primo compact live, un documento sonoro che immortala alcune delle esibizioni che il duo ha portato in tour per il mondo lo scorso 2004.

Un’accattivante Mine Is In Yours, una strepitosa Wipe That Sound e la piacevole All The Old Powers sono le scoppiettanti chicche funk di Radical Connector e, come c’era da aspettarsi, sono loro a dominare la scaletta; tre gettoni di presenza anche per Niun Niggung, l’album che permise alla coppia di Colonia di farsi conoscere al di là dei confini elettronici nel 1999, nessuna traccia invece da Glam (perché non inserire la strabiliante Tiolct Metal Plate ad esempio) o da Iaora Tahiti (ci siamo dimenticati di Gocard?), a favore di una Twift (Rost Pocks, 2002) e di Actionist Respoke (Idiology, 2001). Un brivido arriva con la conclusiva Frosch, pescata dal debutto Vulvaland (1994).

Chi li conosce come live band lo sa bene, i Mouse On Mars le macchine le fanno suonare nel senso più fisico del termine e i loro show sono famosi per essere delle feste vere e proprie che non si limitano a sbandierare un’ortodossia elettrocratica: nella scorsa tournée, l'accento si è spostato come non mai sulla strumentazione più tipicamente rock con un chitarrista e un batterista rasta posto al centro del palco (oltre allo stesso Jan Werner al basso).

E a giudicare dalla splendida performance di Wipe That Sound, l'unica a presenziare nella doppia veste audio e audiovideovideo (in Quicktime), l'affiatamento è veramente coinvolgente quando il resto dell'album, con nostro rammarico, è soltanto da ascoltare.

Perché mai Andi Toma e Jan Werner non hanno pensato a un dvd? (6.2/10)

  • Kahn
  • Wackler
  • Moggast
  • Blasphere
  • Sequenced Twinset
  • Tubino See-Through
  • Tenson
  • Filterabend
  • Swingern In Flingern
  • Blasmusik
  • Fi Intro
  • Fi

Lithops – Queries (Sonig / Wide, 6 giugno 2006)

di Edoardo Bridda

Contenente Blasmusik, traccia recentemente esaltata da Keith Fullerton Whitman, Queries è una compilation che raccoglie le fatiche di Jan St. Werner (la metà dei Mouse On Mars) del periodo 1995-1999, ovvero quel lasso di tempo pre e post  Autoditacker (1998), il lavoro che sancì l’estetica della nu elettronica tedesca.

A scanso di equivoci, non ci troviamo di fronte a materiale di scarto di quella fase; anzi l’album è più una sorta di prequel di quell’astrattezza sintetica che da sempre caratterizza le (scarse) produzioni a firma Lithops, comprese le microchirurgie per piccole improvvisazioni qui presenti in coda alla tracklist.
Grappoli elettronici sotto la mira di laser e lamiere impassibili, come ritmiche e scrosci di vetro e acqua, s’avvicendano tanto in trame IDM versante ambientale (Kahn con tracce dei primi Orb, l’acquitrino cosmico di Sequenced Twinset in odor di Iaora Tahiti, Wreckler, Blasphere, Tubino See-Through sul versante Autoditacker), quanto in piece sottocoperta, che riportano alla mente certe microwave di Oval (e, chiaramente, Microstoria). Su quest’ultimo versante troviamo episodi poco significativi (Filterbend, la warpiana Swingern In Flingren)ma anche altri degni di nota, come la sopraccitata Blasmusik (l’agonia di un synth dimesso, che pare nondimeno una chitarra elettrica in mano a Fennesz) e le isolazioniste Fi Intro e Fi.
Sono dei Mouse On Mars “lo-fi” o dei Microstoria “alternativi” quelli di Queries. Niente che spinga all’acquisto dell’album a spada tratta, anche se gli archeologi dell’etichetta Sonig, alla ricerca di possibili traiettorie musicologiche, potrebbero rimanerne catturati. (6.2/10)

  • Chartnok
  • I Go Ego Why Go We Go
  • Duul
  • Inocular
  • Skik
  • Hi Finilin
  • Bertney
  • Retphase
  • Ignition Segments

Varcharz (Ipecac / Goodfellas, 12 settembre 2006)

di Edoardo Bridda

All’indomani dell’uscita di Radical Connector non erano pochi coloro che sentivano una certa nostalgia per le prove più ardite del duo tedesco.
Il progetto Mouse On Mars sembrava avviato verso una scalata alle classifiche dell’alt music che poco avrebbe avuto a che fare con il vorticoso frullato di certe produzioni Novanta e relative stritolanti esperienze live. Per tutti loro, per tutti noi, nonché per gli appassionati dell’etichetta dell’integerrimo Patton, Varcharz è sicuramente l’album a lungo sperato contenente tutto il cinismo iconoclasta dell’ex Faith No More e lo sguardo beffardo della coppia.

Non privo di un gusto rétro (Aphex drill’n’bass prima, Kid 606 dopo), il videogioco vede livelli drum’n’bass e giocabilità breakcore e qualche folata di testosterone traNsistorizzato. Un coin up alla vecchia maniera insomma, di quello con le astronavi e quei duecentocinquanta sprite che, per tanti che sono, il processore non ce la fa a tenerli e lo schermo sfarfalla.

Chartnok è un brano di Audioditaker e assieme uno degli Autechre remissato da Aphex Twin; I Go Ego Why Go We Go smazza la consueta carta elettrock tra gracchi analogue e tipico rifforama di sintetizzatori. C’è anche un po’ di dance funk alla Radical Connector lì in mezzo, elemento che non manca nemmeno in seguito seppur in pastiglie d’aria compressa. Grandi vecchi i Mouse On Mars. (6.8/10)

  • Opposite Of Windward
  • Cephalopod
  • Evacoda
  • Vortext
  • Stakes Barrier
  • Peek
  • Harpoon Point
  • Stratografic
  • Conturn

Lithops - Mound Magnet (Thrill Jockey / Wide, 7 novembre)

di Edoardo Bridda

Cosa avrà avuto in mente St. Werner? In linea con le hard electronics dell’ultima prova del duo, Mound Magnet presenta un attacco ancor più caotico e stordente per le orecchie dei fedeli della casa, almeno all’inizio. Si comincia nel pieno del pandemonio con il collasso digital-analog di Opposite Of Windward, in pratica gli Autechre di Gantz Graf; segue un’insulsa Cephalopod (St. Werner alle prese con arpeggi amatoriali alla chitarra continuamente infilzati di bleep e glug e boing), e completa la prima quaterna una Vortext dove quel fare semiserio sfocia prima in uno scimmiotto fennesziano e poi, per gradire, in un improv di cartilagini droide e segnali dallo spazio. Il disco si ricompone per poi andare in frantumi, sposando un beat e decostruendolo come oramai da manuale.

Più che ilarità Mouse On Mars (evidenti in Harpoon Point e nella tahitiana Conturn), scopriamo che il tedesco s’è messo a giocare “a fare la guerra”. I guerrieri sono sempre loro: gli aut(siders) di Manchester, magari sfidati con un pizzico d’attitudine Punk, ma tant’è. Solo per feticisti Sonig e neonostalgici. (5.0/10)