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Mountain Goats

di AA. VV.
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  • Wingbone
  • Trick Bird
  • Sawtooth Sung A Cheater's Song
  • Apple
  • Lion & Bee
  • Two Sisters Drunk On Each Other
  • Heron King Blues
  • Outro

We Shall All Be Healed (4AD / Self, 2004)

di Massimo Padalino

John Darnielle era approdato alla 4AD col precedente cd, Tallahassee, rustica prova di cantautorato dolente ma grintoso. We Shall All Be Healed continua convenientemente su quella linea.

Pessimismo quieto ma fatale, dolore vero ma dominato, metaforiche nemesi esistenziali (Linda Blair Was Born Innocent, con bel violino campagnolo di vedetta), sono ancora i sentimenti dominanti nell ’arte dei Darnielle.

La ritmica, a differenza di molti altri songwriter nei paraggi odierni, non è mai fievole, le canzoni navigano (quasi) sempre uptempo e il (ci)piglio di John non sfiora mai né l’indolenza né la malinconia devastante di un Will Oldham.

Rustica e fiera, Slow West Vultures, la narrazione si fa presto epica. Epica personale, d’un dolore e d’una redenzione singole elevate ad auspicio collettivo. Può dar fastidio, può destare reazioni d’antipatia immediata (anche a ragione) ma una tale attitudine, nei nostri, è senz’altro sincera. I pezzi pacati (Mole, Your Belgian Things) sono splendide cornici a quelli maggiormente grintosi (Home Again Garden Grove) e sembrano dipingere, nel complesso, un ritratto d’uomo perso fra relazioni umane che si estinguono, autopsie di vecchi e nuovi amori, scettico persino dei (e nei) propri rammarichi e tuttavia ancora non sconfitto.

Come valli e picchi si accavallano susseguendosi i dodici ambienti rurali e rustici di We Shall All Be Healed, lasciando vigile di vedetta la sensibilità di chi ne volesse ascoltare la voce. A volte è bello perdersi nei deserti e nelle prigioni in cui è costretta l’anima…

In fondo è solo, e ancora, “indie rock”. (6.5/10)

  • Wild Sage
  • New Monster Avenute
  • Half Dead
  • Get Lonely
  • Maybe Sprout Wings
  • Moon Over Goldsboro
  • In The Hidden Place
  • Song For Lonely Giants
  • Woke Up New
  • If You See Light
  • Cobra Tatoo
  • In Corolla

Get Lonely (4AD / Self, 22 agosto 2006)

di Vincenzo Santarcangelo

Pochi riescono ad armeggiare con l’immaginario del ciclico ripetersi dei semplici gesti quotidiani senza cadere nel banale, portandone anzi alla luce l’intrinseca bellezza. John Darnielle è sicuramente tra questi. Svegliarsi al mattino e ripetere, ogni mattino, quei piccoli rituali che separano dall’incontro con il mondo (“I Will Rise Up Early And Dress Myself Up Nice”). Da soli, se possibile, come Darnielle invita a fare sin dal titolo del suo ultimo lavoro (“The First Time I Made Coffee For Just Myself I Made Too Much Of It”).

Scrivere continuamente la stessa canzone, con una regolarità che sfiora il maniacale, ma ogni volta con cura rinnovata. Perché la giornata che attende è ogni giorno diversa (“I Leave As Soon As It Gets Light Outside”). Fare tutto da solo, con pochi strumenti, una chitarra, un piano discreto, percussioni mai invadenti. Cantare sotto voce (come nell’iniziale Wild Sage), senza che ciò impedisca a canzoni come Half Dead, Maybe Sprout Wings e Song For Lonely Giants di ergersi a classici del cantautorato contemporaneo.

Decisamente più solare rispetto al suo predecessore The Sunset Tree, e pervaso di insolita leggiadria anche nei testi, Get Lonely è album che valutato in prospettiva storica non si faticherà a collocare tra le migliori produzioni dei Mountain Goats. Un piccolo rituale si aggiunge a quelli che ci separano dall’incontro con il mondo, è l’ascolto di Get Lonely al mattino. (7.0/10)

  • Sax Rohmer #2
  • San Bernardino
  • Heretic Pride
  • Autoclave
  • New Zion
  • So Desperate
  • Craters On The Moon
  • Lovecraft in Brooklyn
  • Tianchi Lake
  • How To Embrace A Swamp Creature
  • Marduk T-Shirt Men’s Room Incident
  • Sept 15 1983
  • Michael Myers Resplendent

Heretic Pride (4 AD / Self, 18 febbraio 2008)

di Teresa Greco

C’è un’urgenza in John Darnielle, deus ex machina dei Mountain Goats; una febbrile ansia espressiva che non può non passare inosservata, insieme a una vena surreale e pungente. Un’energia canalizzata in musica, nella scrittura, nelle innumerevoli manifestazioni della sua creatività, nei concept album che sono stati pensati a partire da Tallahassee (1992) con l’ingresso del gruppo in 4AD. Prima di ciò, una serie di registrazioni in bassa fedeltà, sin dal lontano ‘95.

L’”orgoglio eretico”, realizzato in tandem con il fido bassista e polistrumentista Peter Hugues (con Darnielle dagli inizi), vede il consueto carico di mestizie, la parata di strambi caratteri in azione, uniti narrativamente in short stories che tratteggiano una serie di nevrosi. Un altro tassello del romanzo del nostro fervido autore. Nell’album c’è anche una più accentuata (del solito) vena rock (l’opener Sax Rohmer #1, la title track), che si manifesta anche in un drumming secco e deciso (per mano del nuovo batterista Jon Wurster, di provenienza Superchunk); sono presenti poi le consuete ballad in acustico marchio di fabbrica (la brumosa So Disperate, per esempio), insieme all’indie pop composito e stratificato e alle orchestrazioni made in 4AD. Una vena melodica che sposa Robyn Hitchcock ai Belle & Sebastian (San Bernardino, New Zion), i Go Betweens più orchestrali (In The Craters On The Moon) a stramberie psych di sapore barrettiano (How To Embrace A Swamp Creature). In sostanza un mezzo cambio di rotta verso sonorità più aperte che non guasta, anzi. E che accentua psicoticamente la freakeria delle liriche di Darnielle (I am coming home to you / with my own blood in my mouth), che non smette di rappresentarci/rappresentarsi per bocca dei suoi personaggi. Negli innumerevoli sé che come le tessere di un prisma compongono una dolente e mai pacificata umanità. (7.3/10)