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Motorpsycho

di AA.VV.

 

 

 

 

 

  • Waiting For The One
  • Nothing To Say
  • Feedtime
  • Gutwrench
  • Sunchild
  • Mountain
  • Tuesday Morning
  • All Is Loneliness
  • Come On In
  • Step Inside Again
  • Demon Box
  • Babylon
  • Mr.Who
  • Junior
  • Plan #1
  • Sheer Profoundity
  • The One Who Went Away

Demon Box (Voices Of Wonder, 1993)

di Paolo Grava

Negli anni a cavallo tra gli '80 e i '90 si assistette in campo indie al recupero di sonorità considerate blasfeme, quali l'hard rock, il folk e il progressive. Fortunatamente non fu un vero e proprio revival fatto di pezzi interminabili, tecnicismi vari, concept album, strumenti d'antan, formazioni numerose, quanto un tentativo di disassemblare quei generi e usarne alcuni componenti filtrandoli con attitudide punk, bassa fedeltà e un approccio spesso dissacrante.

È un fenomeno che riguarda soprattutto la provincia USA ma, se le celebberime bands di Seattle furono maestre nell'arte del riciclo creativo (dai Melvins ai Soundgarden, dai Nirvana agli Screaming Trees), è nella periferia remota del rock che è stata prodotta l'opera più rappresentativa del periodo, a Trondheim, cittadina industriale norvegese.

Qui i Motorpsycho sfornano il loro terzo, monumentale album, Demon Box. Il titolo è preso da un libro di Ken Kesey (padre della psichedelia USA), la copertina da una vecchia foto familiare, a dimostare un doppio legame con la tradizione. I quattro norvegesi aprono il vaso di Pandora del rock e ci accompagnano in un viaggio meraviglioso tra macigni lisergici e vortici fuzzedelici, comuni hippie e colonie marziane, assalti all'arma bianca e pillole surrealistiche e sulfuree, stagedives senza rete e trip senza fine, leggende nordiche raccontate con clangori industriali in sottofondo.
Sunchild è l'indie song definitiva, si sviluppa sull'asse Hüsker Dü - Dinosaur Jr e sfodera un assolo contaggioso da (air) guitar hero. Junior sembra la classica slacker song alla Pavement, ma quando dovrebbe terminare, scala una marcia, sbanda, accenna una assolo e si schianta contro un cumulo di spazzatura grunge. Plain #1 è una perla, parte in punta di piedi con fraseggio acustico su un tappeto di samples vocali e rumoristici (glitch?) per poi gonfiarsi e esplodere in una supernova psichedelica.
Sheer Profundity e Feedtime sembrano uscite da Dope, Guns, and Fucking in the Streets dell'Amphetamine Reptile, l'atmosfera è quella malsana della Grande Mela, le urla belluine e i riff quadrati ricordano Helmet e Unsane.
La cover di Moondog All Is Loneliness è un assurdo raga che ipnotizza lo spettatore al suono di sitar elettrico e violino per poi catapultarlo nella notte artica senza fine.
Demon Box ci sprofonda in un incubo interminabile, figlio illegittimo di Throbbing Sabbath e Sonic Cheer, diciassette minuti di doom apocalittico e feedback accecante capaci di far impallidire (se possibile) la moltitudine di black metal bands che in quegli anni nascevano in Scandinavia. La versione in doppio vinile presenta tre pezzi in più, tra cui il mammuth progressive Mountain (ripreso nell'EP omonimo).

Album irripetibile e strabordante, Demon Box è un lavoro a doppia anima, nel quale si alternano pezzi solari e visionari a tracce cupe e introspettive, come se fosse stato registrato in due sessions durante le due lunghe stagioni polari. Il risultato è un'opera discontinua e circolare (inizia e finisce con due versioni della stessa canzone) nella quale passato e futuro convivono in (dis)armonia: registrazioni casalinghe dei genitori e synth, taurus e samples futuristici, hammond e chitarre ultra-sature.
I Motorpsycho non sono solo dei geniali antiquari, ma anche degli ottimi fabbri, riescono a fondere generi apparentemente inconciliabili (punk, folk, heavy metal, lo-fi) e a ricavarne leghe miracolose, che risentono profondamente dell'ambiente alien(o|ante) del Profondo Nord.

All'epoca della storica alluvione del '93, un centinaio di ragazzi sfidò natura e buonsenso per assistere alla prima esibizione italiana dei Nostri a Valenza Po. Una monumentale versione di Demon Box (intorno alla mezz'ora) li ripagò in pieno.

    disc 1
  • No Evil
  • In Our Tree
  • Coalmine Pony
  • Kill Devil Hills
  • The 29Th Bulletin
  • Devil Dog
  • Triggerman
    disc 2
  • Hyena
  • Sancho Says
  • Sail On
  • The Ace
  • L.T.E.C.
  • You Lose
  • Before The Flood
  • Fury On Earth
  • With Trixeene Through The Mirror, I Dream With Open Eyes

Black Hole/Blank Canvas (Stickman / Self, 17 marzo 2006)

di Paolo Grava

Una delle ultime cult band in ambito rock torna dopo due anni di silenzio e un paio di dischi contraddittori con un album doppio e un componente in meno. Dopo l’abbandono del drummer extraordinaire Gebhardt, i Motorpsycho con l’ausilio di Jacco Van Rooij superano di slancio la prova ed escono allo scoperto con un disco che ha nell’immediatezza la carta vincente.

Contrariamente ai rumors che hanno preceduto l’uscita non si tratta di opera divisa in due parti, classica e sperimentale, ma di album omogeneo, un monumento al riff e alla psichedelia pesante. Questa è la spina dorsale del doppio album, il midollo spinale da cui partono le mille diramazioni/divagazioni, che ripotrano alle sonorità che impregnavano Timothy's Monster e Blissard.

Ricordate la cover dissonante e impetuosa di California Dreamin' del secondo album? È questo che sognano ora Bent e Snah, abbandonando le atmosfere degli ultimi lavori, più vicini a Pet Sounds e a una psichedelia più delicata e riflessiva. Lasciano nel ripostiglio anche le sonorità barocche e gli arrangiamenti sciropposi, il folk-rock, il jazz e il country, abbracciando un suono più diretto e rumoroso, quasi da registrazione in presa diretta.

No Evil è un arrembaggio sonico di vichinghi stupefatti, degno dei migliori Oneida, In Our Tree è una struttura geometrica e sincopata che esplode in supernova di cristalli di LSD, per poi ricomporsi improvvisamente in un assolo metallico e allucinato.

Kill Devil Hills parte gioiosa tra riff empatici e campanellini e man mano si tinge di tinte sempre più fosche, di suoni più heavy e distorti fino alla catarsi, quasi un viaggio dal Big Sur al Polo Nord. Il drumming tribale in You Lose e Hyena accompagna cori lisergici e distorsioni fuori controllo. The 29th Bulletin è la gemma pronta ad entrare nel cuore dei amanti del lato più melodico dei norvegesi.

In certi momenti la band unisce il tremendismo fugaziano allo sconvolgimento neuronale dei Grateful Dead, come se i Quicksand suonassero ad un Acid Test. Before The Flood e Fury On Earth sono un momento di introversione prima dell’arrembaggio finale di With Trixeene Through The Mirror... dove le schitarrate alla J Mascis la fanno da padrone.

I Motorpsycho hanno scelto sicuramente la via migliore per ritornare, producendo il combustibile più adatto per i loro live incendiari. (7.5/10)

  • Little Lucid Moments
  • Year Zero (A Damage Report)
  • She Left On The Sun Ship
  • The Alchemyst

Motorpsycho – Little Lucid Moments (Rune Grammofon, maggio 2008)

di Manfredi Lamartina

Sembra che i Motorpsycho siano tornati in loro stessi dopo la lunga parentesi passata a barcollare incerti tra country, folk e beat anni Sessanta – come se imitare i grandi vecchi voglia dire scimmiottarli stancamente – ricominciando così a fare ciò che viene loro meglio. Indie rock melodico. Complesso. Agitato. E dopo la monumentale sbornia del doppio Black Hole/ Blank Canvas, praticamente Timothy’s Monster parte III e IV, arriva Little Lucid Moments.

Che riprende un approccio live fatto di improvvisazioni, pause e ripartenze psichedeliche. Una formula che ha reso grandi parecchi dischi della band norvegese. In questo caso si tratta di quattro brani che si dilungano per un’ora complessiva. Inutile dire che, viste le premesse, è quasi un’immensa jam session ben innestata su un solido impianto di canzoni potenti dai riff sgargianti e dalle melodie trascinanti. Che la materia trattata – e il conseguente approccio alla composizione – sia da sempre nelle corde dei Motorpsycho lo si capisce da come riescono a mantenere la lucidità necessaria per deragliare dalle griglie del pop senza incartarsi rovinosamente nello sperimentalismo velleitario. Il gruppo scandinavo, infatti, suona con geometrica precisione e ragiona per mezze misure. Disinfesta il proprio studio di registrazione dai fantasmi più estremi delle opere precedenti – niente brutalità di tendenza stoner, niente pop dal sorriso sulle labbra – e opta per l’inno indie rock, dilatato stavolta oltre ogni limite.

Little Lucid Moments contiene pezzi ben confezionati, a parte forse la ballata Year Zero, che dopo un inizio notevole alla lunga fa boccheggiare dalla noia gli strumenti e le orecchie dell’ascoltatore. Quattro canzoni che non aggiungono nulla di nuovo al repertorio dei Motorpsycho ma che suonano come Dio comanda. Non è poco, in fondo. (6.8/10)