
Una storia cominciata come tante, in uno dei club londinesi che sfornano jam a ripetizione e qualche volta (dai remoti giorni del Cavern e fino ad oggi) propiziano incontri artistici degni di nota. Un musicista che bazzica da tempo i territori del rock indipendente, Daniel O’Sullivan, chitarrista dei Guapo, un bel giorno si trova a suonare nella stessa serata dei Panic DHH e rimane affascinato dal modo di maneggiare gli strumenti di Antti Uusimaki: “sembrava Vangelis, sepolto dietro wires e sintetizzatori”. Entrare in contatto risulta facilissimo per i due che in poco tempo danno vita ad un progettino da leccarsi i baffi. La formula del duo, però, è solo apparente, considerato il cast d’eccezione che accompagna i fondatori del progetto Mothlite: il saxofonista e clarinettista Gilad Atzmon (che può vantare collaborazioni nientemeno che con sir Robert Wyatt), il fagotto di Chloe Herington (Chrome Hoof), la violinista Sara Hubrich (Miasma & The Carousel Of Headless Horses) e la batteria di Jaime Gomez Arrellano.
Prende spunto da un film il progetto Mothlite (Mothlight di Stan Brakhage) - all’esordio con The Flax Of Reverie , in recensioni.E non potrebbe essere altrimenti, considerato l’approccio estremamente rappresentativo, ancor più che tematico, con il quale si sono costruite le composizioni. La potenza visionaria, la capacità di dipingere paesaggi sonori dai toni sfumati, immagini di sensazioni, lascia scoperto il lato più meditativo e onirico dei due musicisti, che scelgono di unire le atmosfere del dark-doom, melodie raffinate, minimalismo e progressive, dando vita ad un sound a metà tra il camerismo e l’elettronica. Pianoforte, chitarra e clarinetto ad alternarsi nei primi piani, con violino, fagotto e sintetizzatori a fare da sfondo e un sound a volte ossessivo, a volte oscuro, altre volte più sereno, costituiscono l’ambientazione di una trama familiare anche se mai scontata. I riferimenti sono chiari, ma anche numerosi. Si parte dallo spiritualismo meditativo di Arvo Part e si arriva fino al raffinatissimo pop dei Talk Talk di Spirit Of Eden, senza mai dimenticare ciò che hanno rappresentato per il rock inglese sia la cosiddetta Scuola di Canterbury, sia le sperimentazioni elettroniche del giovane Brian Eno. Una tavolozza di colori opachi che da vita ad un grigio un po’ rassicurante e un po’ angosciante. Uno spettro che si aggira per l’Europa. Non sarà proletario e nemmeno rivoluzionario, ma vi riponiamo ugualmente molte speranze.

Risultato del felice connubio tra il chitarrista Daniel O’Sullivan, già nei Guapo, e Antti Uusimaki dei Panic DHH, The Flax Of Reverie ha lo spessore di un gran disco, molta sostanza e pochi fronzoli. Sei capitoli intensissimi, che aleggiano in atmosfere oscure e meditative. Tempi dilatati, ma anche episodi brevi e intensi (River), nei quali l’ambient-minimalismo del duo Eno-Fripp cammina a braccetto con i Low e giunge fino al pop raffinato dei Talk Talk di Spirit Of Eden (Neverbegoodwood). La cura delle linee vocali e una discreta scrittura orchestrale completano la struttura di una costruzione equilibrata, ben riuscita, nella quale convivono l’anima postuma del metal, il progressive canterburiano e il dark, e di cui Hypnogogue è la degna conclusione: ambientazione da film horror, un pianoforte che si insinua con incedere esitante, sincopato, circondato da suoni elettronici. Presto la temuta oscurità lascia il posto ad una strofa ossessivamente ripetitiva, che si libera in uno sfogo quasi free nel quale si affacciano anche il fagotto e la batteria. Poi la calma, ma una calma disturbata, un’alba nuvolosa fatta di cori angelici e distorsioni sintetizzate. Il finale, con il ritorno del pianoforte e degli archi a condurre le melodie, è un’apoteosi ipnotica. Un quadro in orizzontale, disegnato sulla linea del tempo. Uno dei sei che O’ Sullivan e Uusimaki hanno scelto per rappresentare il loro esordio. (7.4/10)