

Certo, pretendere una qualche forma di mobilità sonora da parte dei giapponesi Mono era forse utopico. Un po’ come chiedere ad una tartaruga di fare una gara di velocità contro un ghepardo e sperare che vinca. Paragone che peraltro sembra davvero azzeccato. Perché la band nipponica continua a percorrere le strade della musica strumentale con passo lento(issimo) e cadenzato, proprio come se fosse una testuggine.
Una formula – arpeggi & depressione – che in You Are There comincia però a mostrare un po’ la corda. Perché la pesantezza orchestrale del cd – quel suo reiterato richiamare un’epica quasi cinematografica, che in altri continenti prenderebbe il nome di Godspeed You! Black Emperor – rischia seriamente di restare sullo stomaco. La traccia di apertura del disco, ad esempio, sono 13 minuti di post rock paleolitico in cui la band si avvita su se stessa con fare pretenzioso e sguardo autoreferenziale. In pratica, l’elogio della pigrizia artistica. E le cose vanno pure peggio con i pezzi seguenti, due mammuth narcolettici che brancolano spaesati in una valle immersa nella nebbia del già – troppe volte – sentito.
Eppure, la seconda parte del lavoro prende quota, toccando vette addirittura mozzafiato. Are You There? è ancora puro suono Mono-litico, senza però l’arrugginita impalcatura di sterile formalismo che nutre i primi tre brani del cd. Un distillato di estasi malinconica, con le chitarre avvolte da pesanti riverberi a creare un’atmosfera ovattata che sembra provenire da altri luoghi e altri tempi. La chiusura, affidata a The Remains Of The Day e Moonlight, conferma – pur con meno autorevolezza – l’innalzamento qualitativo rispetto alla prima parte del disco.
You Are There è quindi un album dall’anima ambivalente ed eccessiva, tanto nei lati negativi quanto in quelli positivi. Difficilmente potrà aggiungere qualcosa di significativo nella carriera dei Mono, anche se gli estimatori di questi sei brani non mancheranno. E, tutto sommato, non ci sarà niente di scandaloso in ciò. (6.3/10)

Viene resa disponibile anche per il mercato occidentale la collaborazione tra i Mono e Katsuhiko Maeda, in arte World’s End Girlfriend, distribuita l’anno scorso solo in Giappone. Il layering orchestrale e avanguardista del compositore nipponico porta frecce all’arco della compagine post rock. Il risultato è un mix tra la classica contemporanea più avvicinabile, sul tipo di certo Phillip Glass o meglio ancora di Max Richter, e la schiatta post rock più sensibile alle volate cameristiche, Rachel’s e Godspeed You! Black Emperor per esempio.
Proprio questi ultimi devono però essere presi come modello primario. Se si ascolta Moya dei canadesi e dopo ci si dedica all’ascolto di questo disco, è assai probabile che sopraggiunga rapida un po’ di sorpresa per la rispettiva somiglianza. Le prime tre parti dell’unica grande composizione che compone questo lavoro, sembrano altrettante prosecuzioni virtuali del brano dei GYBE!, mentre il vocalizzo etereo sul piano estatico della quarta va verso Jocelyn Pook o cose simili.
Insomma, il disco si lascia anche ascoltare. Il problema in questo post rock contemporaneo del Sol levante è però la solita totale mancanza di originalità, l’assenza di idee poco praticate, di azzardo strumentale e di voglia di osare, e con un simile pedigree il disco finisce in fretta di produrre motivi di interesse. A questo si aggiunga anche la pesantezza chilometrica delle durate e l’enfatizzazione eccessiva delle emozioni, e il quadretto è completo. (5.8/10)

Non c’è molto che si possa dire su un disco che come recita il sottotitolo, raccoglie alcuni brani sparsi in EP pubblicati dalla band tra il 2000 e il 2007. E’ tutto come uno se lo aspetta. Il solito post rock di marca Mogwai e GYBE! che non ha più alcun senso già da un bel po’. Visto e considerato che il progetto dei Mono è comunque sbagliato all’origine, tanto vale ascoltarsi per bene il disco e segnalare quel poco di buono che c’è. Vediamo… l’arpeggio di Black Woods ha un buon carattere ombroso, vagamente gotico, solo che poi tutto viene annullato dalla parte distorta e heavy. Yearning è un po’ lenta a carburare, ma non combina molto salvo poi andare a rinchiudersi nel solito maelstrom di distorsioni. Poi ci sono due pezzi che hanno il titolo italiano (Memorie dal Futuro, Due foglie, una candela: il soffio del Vento). Su Black Rain si distingue un reading di Giovanna Cacciola degli Uzeda. L’ultimo brano Little Boy (1945 - Future) riassume il carattere musicale dei Mono. Un carattere che potremmo senz’alto definire come “godzilliano”, nel senso proprio di Godzilla, il dinosauro del giurassico disturbato dalle radiazioni nucleari, creato dal maestro Ishiro Honda. Di solito i Mono iniziano con arpeggi lentissimi e flebili (l’acqua del mare di fronte a Tokyo che si agita), proseguono con basso e batteria che fanno la loro apparizione (Godzilla comincia ad uscire dall’acqua, gli abitanti di Tokyo cominciano a scappare); c’è un primo momento heavy con le distorsioni (Godzilla uscito dal mare sbatte contro i pali della luce e li distrugge. Aumenta il panico); si ritorna nella calma apparente degli arpeggi flebili (arrivano i militari, gli abitanti di Tokyo pensano che riusciranno a salvarsi), momento heavy finale con distorsioni e batteria a mille (Godzilla incenerisce aerei e carri armati si avventa su Tokyo e distrugge tutto). The End. (5.5/10)