Punte di diamante o giovani dinosauri? Superati i dieci anni di attività, i Mogwai continuano volente o nolente a far parlare di sé. In occasione dell’uscita di Mr Beast, vi (ri)proponiamo un vasto approfondimento sulla band di Glasgow.

I Mogwai nascono nel 1995 per iniziativa del chitarrista Stuart Braithwaite; accanto a lui troviamo Dominic Aitchinson al basso, Martin Bulloch alla batteria e John Cummings alla seconda chitarra. Tuner, il primo singolo, si pone timidamente come la continuazione a livello chitarristico delle sperimentazioni di Slint, June Of 44 e Bardo Pond, mentre a livello canoro la vena melodica di Braithwaite rappresenta l'ultimo strascico di una tradizione dark-ambientale che si lascia alle spalle Talk Talk, Cocteau Twins e Death In June. Il brano mette il gruppo sulla mappa, evidenziando che anche nel vecchio continente poteva attecchire un movimento per un rock non più rock, ovvero un genere in grado di catalizzare l’attenzione di coloro che non si riconoscevano nella dimensione discotecara della X o della E generation, nella brain-dance elettronica di marchio Warp e tantomeno nell’accezione di post-rock del critico musicale Simon Raynolds, vicina anch’essa ad una metamorfosi elettrock.
Tuttavia, il gusto che si viene a creare è un ibrido tra una sottesa voglia di digitale, cioè minimale e ripetitivo, e una sorta di sacra sensibilità romantica, seria come nella miglior tradizione progressive dei King Crimson ma dolorosamente ridotta all’osso, cioè scarnificata, tolta dalla poesia, dalla struttura che la teneva in vita e ne conduceva il linguaggio. Angels Versus Aliens, secondo singolo, si focalizza su questo stato d'animo ma ci ricorda altresì che è la tradizione newyorchese capitanata dai Sonic Youth - col suo minimalismo, la sua voglia di sporco fuori ma ordinato dentro - l'influenza principale di questo e di altre canzoni del gruppo. La canzone mostra inoltre quella che diventerà la specialità nonché il limite dell'approccio: il crescendo monolitico senza baricentro. Non un progredire verso una meta, ma un crescere di tensione compatto, sorretto sopra ai ronzi della chitarra riverberata e distorta, proprio come piaceva agli Spacemen 3.
Comunque sia, è con il terzo singolo che i Mogwai fanno il salto di qualità: Summer non è un lento crescere di tensione come Angels Vs Aliens ma un brano dove il rumor bianco della distorsione chitarristica esplode all'improvviso per poi spegnersi e infine schiantarsi con fragore, rollercoaster ben agganciato al proprio asse vorticante tra i gironi di chissà quale purgatorio, quasi un Mr Hide sonico della solitudine romantica di Tuner, un suo inesplicabile e inscindibile complemento.
Segue a pochi mesi New Paths to Helicon, il singolo che chiude una fase fortunatissima per il gruppo, l'ultimo a precedere la raccolta Ten Rapid, che conterrà tutto il materiale fin qui prodotto più alcuni inediti. Il brano, anch'esso un crescendo, esplora gli stati emotivi legati al sogno e alla nostalgia attraverso un’estetica che riprende alcune intuizioni degli Slint, in particolare la delicatezza del chitarrista Dave Pajo che emergerà appieno nell'esordio degli Aerial M un anno dopo (1997). Da questi promettenti esordi i Mogwai sembrano esser concentrati nel voler ottenere il massimo risultato con il minimo numero di accordi possibili, sfruttando per quanto possibile l'intensità/dilatazione degli intrecci fra le chitarre e la fisicità del suono in sé. Il pericolo per la band è evidente: tanto manierismo e serietà (smorzato soltanto da alcune trovate nei titoli dei loro pezzi e album) possono diventare abitudine, ripetitività nelle soluzioni. Un rischio che il mondo del rock non ha mai saputo perdonare. D'altronde è difficile uscire dai clichè, specie quando l'edificio ha solide fondamenta e come tale vengono universalmente riconosciute ed apprezzate.
Young Team, il primo ellepì, è questa costruzione stabile e equilibrata: per certi versi un approdo possibile del seminale sound degli Slint, per altri un’esplorazione di uno stato d'animo terribilmente aderente alla generazione del post-punk anni novanta, una desolazione sensibile e assieme un’energia isolata che si traduce in impotenza sociale. L'album, che ottiene un pressoché unanime successo di critica e pubblico, è tutt'ora il capolavoro della band e può a buon titolo essere considerato un faro per molte altre, tra cui i Sigur Ros e ovviamente i "nostri" Giardini di Mirò, ma anche Explosions In The Sky, i Delgados dei primi tempi, i Ganger, e seppur perifericamente - per forza di osmosi -i conterranei Arab Strap.
A questo punto la storia dei Mogwai si complica un po', proprio come è accaduto migliaia di volte per altrettante rock band: Come On Die Young, nelle intenzioni il concept album della consacrazione, si rivela invece un rebus per critici o una trappola per artistoidi per i quali "ciò che non si afferra appieno è bello per definizione". Ovvero, più semplicemente, è un album con sì delle idee ma realizzate in modo appena abbozzato, senza un filo conduttore solido, senza la volontà di strutturare il lavoro. Eppure in questo disco i Mogwai mettono in moto tutti gli abili trucchi sonici che conoscono: il rumor bianco del noise chitarristico, la ninnananna pianistica, la percussione marziale, le atmosfere d'impatto ultra psicologico. C'è tutto, eppure manca qualcosa di importante. Lo spettro di un estetismo fine a se stesso è già lì, dietro un muro sottile, il sound ne sembra sordamente pervaso ma il gruppo pensa di poter giocare ancora qualche carta, gabbando il destino, oppure ritardandolo quel tanto che basta per conferire un senso a un progetto che così tanto ha dato alle vite dei tre musicisti.

Una major propone un allettante contratto alla band, segno del mutamento del clima, di una speranza di rinascita sotto nuove vesti, magari con un nuovo approccio: tornare indietro fino al primo singolo Tuner e da lì riprendere il filo del discorso, concentrandosi sulle ballate. Rock Action (2001) è la storia di questo “new deal”: ci si trova tutto quel che i Mogwai ci hanno abituati a sentire più 4 canzoni, tanto belle e ben realizzate quanto fragili nella melodia, godibili come un buon vino ma incapaci di lasciarti un retrogusto dall’accettabile persistenza. Non stupisce quindi che, due anni e un fortunato tour più tardi, si torni a calpestare l’antico sentiero: dentro Happy Songs For Happy People - un titolo che, più che una ironica allusione, è uno stizzito appunto a ciò che oramai sembra un destino dispiegato – gli scozzesi si aggirano in una dimensione dove esistono mille varianti/spettro di Summer, centomila di Helicon, un milione di Itaca, infinite possibilità intrappolate in un unico ineluttabile fato. Venendo all’oggi, Mr. Beast è un lavoro che conferma questa “capitolazione armata”, prova a guardare da fuori il fenomeno Mogwai, lo strattona, lo trasfigura, lo rimette a nuovo (o almeno tenta di) con la sufficienza e l’affetto che si merita un giocattolo d’infanzia un po’ scassato. La band suona più disinvolta, meno succube di quel (tutto sommato) breve ma formidabile momento di gloria. Permettendosi punti di riferimento sorprendenti ma neanche troppo, senza riuscire a non sembrare rassegnati ad un ruolo secondario, dignitoso certo ma non eclatante, non necessario.
Sembrano insomma capire bene, Braithwaite e compagni, quanto la cifra sonica che hanno contribuito a definire abbia raggiunto una irreversibile saturazione, quanto la spinta poetica/estetica che alimentò i loro primi indimenticabili fuochi sia ormai esausta. Sarebbe ingrato fargliene una colpa. Il post rock – quel tipo di post rock che fustigava la “terra promessa” del rock con una tempesta di tumulti e silenzi – è sbocciato in fretta per poi, inevitabilmente, sfiorire. Perché il rock è un blob capace d’ingoiare tutto, anche se stesso morente. E ripartire più vivo/morto di prima. Di conseguenza, i Mogwai sono passati dalla categoria delle punte di diamante a quella dei giovani dinosauri, in obbedienza alla frenesia consumistica che brucia sensazioni nel momento stesso in cui le prova. Rimane quindi il dubbio che la loro intuizione non abbia potuto esprimersi appieno, rimanendo sospesa, irrisolta, come una tensione esausta, un mare di bitume ormai incapace di agitarsi. Una rivoluzione che si è esaurita allo zenit, implodendo in un fragore privo di conseguenze, incapace di filiazioni credibili. Eppure tessera irrinunciabile del puzzle sonoro che - scomposto e febbrile, paradigmatico e dissociato - ha pervaso i novanta come il sordo riflesso di un incubo.

E’ il primo album concepito e realizzato come tale, una sistematizzazione dilatata e rigorosa della Mogwai-poetica, il suono finalmente più corposo a testimoniare l’ingresso del quinto elemento Brendan O’Hare, bravo a destreggiarsi tra tastiere e chitarra. Dopo la breve, estatica introduzione di Yes! I Am A Long Way From Home, quasi una prefigurazione del successivo CODY, precipitiamo negli 11 minuti abbondanti di Like Herod, un ballatone stravolto tra stasi sonore e inarrestabili sfuriate chitarristiche, dilaniato da intensissimi feedback e pacificato da lunari fraseggi di corde, gli stessi che costituiscono la struttura portante di Katrien, dove le tastiere sembrano un baluginare discreto e la furia viene sostituita da una rabbia amara, a stento contenuta.
Il breve intermezzo pianistico di Radar Maker ci prepara ad accogliere l’ineffabile Tracy, cuore al sapor di vibrafono, linea melodica semplice, solita impeccabile stratificazione strumentale: insomma, la maniera che interviene a nobilitare un pezzo altrimenti abbastanza insignificante. Summer è una riedizione del brano già contenuto in Ten Rapid, una cosiddetta “priority version” che non aggiunge alcunché di imprescindibile a quanto già conosciamo, se non una più ficcante definizione sonora.
Quando ormai siamo convinti di passare una serata piacevolissima ma innocua, With Portfolio col suo vortice insostenibile di rumore bianco rubato ad un boeing in decollo ci atterrisce ed annulla. Shockati, ma per nulla domi, accogliamo il tenero languore malato di R U Still In 2 It: arpeggi incrociati in forte riverbero, il drumming soffice, un piano “letterario” che va a braccetto col recitato cinico di Aidan Moffat degli Arab Strap (già presente nel 4 Satin Ep dello stesso anno) a versare inquietudine e malinconie. La coda è ancora una volta un baluginare irraggiungibile, una prospettiva struggente, leggendaria, lontana. Il tempo di registrare la processione gotica di A Cheery Wave From Stranded Youngsters, ricca di morbidezze percussionistiche su una triste teoria di piano, che subito imbocchiamo il chilometrico scivolo finale, la straordinaria Mogwai Fear Satan, forse il capolavoro degli scozzesi: straordinario il lavoro ai tamburi - un battito dispari di sincopi e frenesia - così come tutto il campionario di strumenti messi ad esplodere la propria irrequietezza, dalle chitarre impegnate in distorsioni e bordoni al flauto etereo di Shona Brown all’orizzonte cupo di suoni sintetici. Feroce e struggente, monolitico e frastagliato, sorretto da una strana, inafferrabile ironia, Young Team è uno dei dischi cardine dei novanta. (8.0/10)

Young Team macinò esiti ad un tale livello di assolutezza formale che per i Mogwai fare reset divenne atto di pura necessità. Occorrevano nuovi schemi di gioco, diverse prospettive: il risultato furono questi 70 minuti di monolite oscuro, controverso, enigmatico, caratterizzato dalla collaborazione con l’ottimo Dave Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips…) e dall’entrata di Barry Burns a sostituire il dimissionario O’Hare.
Catalogato l’impatto straniante dell’iniziale Punk Rock: (cigolii, vapori e talkin’ a cura dell’iguana Iggy Pop), il ballatone Cody si rivela subito come uno dei momenti migliori del disco, pervaso di crepuscolare tenerezza nel caracollare lucido delle chitarre e nello srotolarsi dimesso del canto. Scorrono quindi episodi che definiscono un sentire ed un esporre più lineare, dalla trascurabile pregnanza, quasi figure di passaggio in cui la voce non trova ragione e spazio: dal narcotizzante e stralunato Helps Both Ways al più teso Year 2000 Non-compliant Cardia per approdare alla vibrante Kappa, percorsa da un riverbero cupo pericolosamente in bilico su un vuoto di senso e prospettive.
La vagamente stucchevole Waltz For Aidan quasi ci convince che i Mogwai abbiano rinunciato alle caratteristiche stratificazioni in crescendo, alla marea emozionale che monta fino a tracimare, invece veniamo smentiti dalla successiva May Nothing But Happiness Come Through Your Door, la cui trama al limite tra complessità e naturalezza si perde in un circuito di ormai prevedibili accumuli e rilasci. Il giochino si rivela però stanco, la cresta di un’onda non più travolgente, spenta al primo spumeggiare. Scorrono poi quasi invisibili tanto i due balbettanti minuti di Oh! How The Dogs Stack Up quanto l’ennesimo vortice di malinconia malferma denominato Ex-Cowboy, figlio di rarefazioni e rumorosità ormai stantie. Christmas Steps ci impone un’altra lunga cavalcata nebbiosa, tutto il tempo cioè di maledire la dura legge di ciò che è stato, che tra le volute filmiche della conclusiva Punk Rock/Puff Daddy/ANTICHRIST diventa abulica dissolvenza in nero. Una così grande mobilitazione di mezzi, e così vana. (6.1/10)

Se CODY divorava le stesse prospettive che si proponeva di ravvivare, la terza prova su lunga distanza riesce appena ad abbozzarne qualcuna. Spicca la parziale rinuncia allo schema classico – e francamente un po’ trito – del “piano + crescendo” di cui sopra, a vantaggio di un significativo lavoro sui timbri e sui dettagli (alla produzione c’è ancora Dave Fridmann) che apre ad inattese suggestioni folk. L’apertura è affidata alla palpitante Sine Wave, flebile frase di synth incalzata da singulti rarefatti di chitarra, gocce di vibrafono alla Tortoise, un drumming spezzettato e commosso, incursioni di rumore bianco che sanno rendersi morbide folate di memoria. Tocca poi a Take Me Somewhere Nice – malinconia di chitarre acustiche e canto dolcissimo, un velluto d’archi, l’evocativo respiro degli ottoni, interventi sintetici irrequieti – e a Dial: Revenge – sorta di madrigale screziato di sottile inquietudine elettrica - ribattere che qualcosa è davvero cambiato: bei pezzi, cocciutamente atmosferici, ma come crocifissi ad un impianto iconografico fin troppo studiato per sembrare autentico.
Poi i Mogwai sembrano preoccuparsi di spendere valuta più familiare, licenziando così la ballatona strumentale You Don’t Know Jesus, provvista del tipico contrapporsi nervoso di chitarre e batteria, l’antico furore nell’accumulo progressivo di amarezze, come una rabbia interiore ai limiti dell’esprimibile. Il gioco suona piuttosto artificioso, esausto, e non lo risolleva certo la pur dignitosa 2 Rights Make 1 Wrong, che col suo proliferare di situazioni (l’arpeggio serrato, l’assedio dolcissimo degli archi e dei fiati, le improvvise apparizioni di un banjo prima e di un coro celestiale poi) è emblema e sostanza dei Mogwai anno 2001, bisognosi di espedienti da giustapporre all’horror vacui che ormai li divora (che dal vivo diventa una sostanziale incapacità di gestire i mezzi toni, i fraseggi acustici, balbettii dispersi schiacciando il pedale del volume coi distorsori a manetta). Chiude il programma la sghemba Secret Pint, una fragranza di piano, chitarra, voce e percussioni nobilitata da un ectoplasmatico velluto d’archi, come un sogno che svapora ad un passo dal compiersi. (5.5/10)

Il quarto album ufficiale dei Mogwai sancisce ad un tempo il rientro nei ranghi ed il loro superamento attraverso una forma sospesa, trasfigurata, quasi ambientale. Come se dell’antica furia incontenibile e scentrata, di quelle progressioni algebriche su plateau desolati non fosse rimasta che un’attitudine, un istinto esausto, stremato dalla lucida consapevolezza d’essersi già speso. Non prima di aver verificato – con l’inconcludente Rock Action - l’impossibilità di intraprendere strade davvero nuove. La scappatoia diventa quindi un restyling dignitoso delle vecchie strategie, un rinnovarsi in definitiva fasullo checché le soluzioni adottate si dimostrino anche curiose oltre che indubitabilmente competenti. Ecco dunque che l’ennesima reiterazione dello schema declina verso suggestioni chimico-sintetiche di certi Air (flagrante nell’iniziale Hunted By A Freak, a partire dall’uso del vocoder) o inafferrabili esotismi nordici (il progredire silenzioso di piano ed elettroniche Mùm in I Know Who You Are But What Am I? e le algide spianate d’organo Sigur Ros – gli epigoni diventano maestri? - in Boring Machines Disturb Sleep).
Altrove, plana sulla geografia autunnale di certi Early Day Miners (Golden Porsche, la traccia più breve, forse la migliore) oppure costeggia l’epica orizzontale di Brian Eno (vedi il trepido dipanarsi di Kids Will Be Skeletons in cui si materializzano miraggi Joshua Tree), innervando all’occorrenza l’impasto con un canto al limite del recitato, restituito alla funzione defilata e suggestiva del post. Sorta di ritirata strategica, dissimulata da un maquillage sapiente che gioca su registri diversi tenendone immancabilmente al centro uno, che è poi il solito codice Mogwai, come dimostrano appunto Killing All The Flies e l’estenuante teoria valzeristica di Ratts Of The Capital: gioielli d’efficacia, per carità, ma sostanzialmente inutili, emerite stucchevolezze a 40 carati. La chiusura di Stop Coming To My House si candida così quale paradigma di quanto scritto finora, puro manufatto Mogwai anno domini 2003, stratificato e versicolore, polimorfo e dissonante, grumo sonoro organizzato in tentativo di decollo, alla cui essenza non serve più spiccare il volo. Gli basta una sembianza, il gusto del limite sfiorato da un’accumulazione algebrica di elementi solidali, un’apoteosi di mestiere lucido e tecnica incandescente. La sensazione è che il discorso sia stato portato ai limiti estremi, esplorata ogni possibilità rispetto al presente, sparate tutte le cartucce del caricatore, è forte e viva. D’altronde, il meccanismo funziona, il manufatto si lascia ascoltare: ma poi? (6.0/10)

Volersi musicisti normali, artigiani del disco rock senza pretese di originalità tuttavia custode di un unicum emotivo, sembra l'obiettivo-limite, l'idea scandalosa dei nostri giorni. E anche l’ultima spiaggia per Stuart Braithwaite e compagni, che con Mr. Beast provano la carta dell’album rock che potrebbe realizzare qualsiasi band cresciuta ascoltando ciò che girava negli anni ottanta e novanta. Le coordinate della proposta vengono chiarite quasi subito, rivelando cioè la discendenza tanto dai pastelli cibernetici del Brian Eno tra pop e avanguardia (Acid Food), quanto dalla furia epica & rigida dei Metallica tra Master of Puppets e il Black Album (Glasgow Mega-Snake). Superato un certo spaesamento iniziale, provocato dalla convenzionalità – al limite del trito - di certe forme, i Mogwai sembrano impegnati a convincerci che non si tratta dell'ultimo escamotage per stare a galla, ma di un humus primordiale, guazzabuglio di elementi preesistenti o addirittura fondanti l'originale poetica della band.
Difatti gli scozzesi tengono a mente queste premesse (le vibrazioni & rifrazioni ambient, i riff massicci e ipercinetici) quindi procedono recuperando le consuete meditazioni attonite (Emergency Trap) e l'esasperazione delle dinamiche (Folk Death 95). Va detto che gli riesce piuttosto bene, con una certa naturalezza, una viva ostinazione, una nonchalance appassionata e solo a tratti un po’ disperata (come quando in I Chose Horses affidano a Tetsuya Fukagawa degli Envy un tipico talkin’ post-rock). In effetti l’ascolto scorre senza momenti di noia né particolari sussulti, tanto che quasi non ci si accorge della pressoché definitiva scomparsa dei caratteristici crescendo: un tempo marchio di fabbrica della band, oggi rischierebbero la noia o – peggio – il ridicolo, per cui bravi i Mogwai ad aver capito ciò che i Sigur Ros invece no. Il loro è dunque un procedere più dritto, un imbastire trame preziose e vibranti, instaurando complicità crude con l’evanescenza (l’iniziale, palpitante Auto Rock) e la tempesta (la conclusiva, tagliente We’re No Here). Firmando un armistizio col futuro, che non è proprio il caso d'indagare. Non più. (6.3/10)

Fa un po’ ridere che i Mogwai abbiano fatto la colonna sonora per un film su Zidane. Me li vedo, che sghignazzano nei loro arpeggi seri, e che si rimproverano e poi si attaccano la risata a vicenda, mentre provano. Comunque, questo è un disco dei Mogwai più lenti ed ariosi, come una perenne fine di Mogwai Fear Satan senza una pregressa esplosione.
I Mogwai hanno la vocazione di fare da cornice ai grigi umori, e alle poche vampate di dolcezza fanciullesca che li sorprendono. Se in tutta la carriera hanno sempre cercato (e spesso trovato) quell’equilibrio che crea degli stati d’animo con la musica e con la stessa li accompagna, asseconda e consola, in Zidane. A 21 Century Portrait il discorso è più facile: c’è già l’immagine (a quanto pare una lunga soggettiva di una partita vista con gli occhi del protagonista) a creare lo spleen, con la predisposizione al sensazionale del pubblico calcistico.
Il risultato è un lungo contrappunto (senza sbalzi, e con un’elettronica silenziosa) ad emozioni altrui; questo, senza giudizi di valore, si chiama professionismo, e nasce dall’astrazione, forse una delle maggiori innovazioni del post; quella astrazione che del resto ha portato anche al rock matematico.
Tutto sommato, in Zidane i Mogwai interpretano se stessi. O forse no. Forse ci credevano davvero e il film è stata una contingenza. Farebbe comunque ridere. (5.7/10)

Curioso come i significati delle parole cambino col tempo. Se dicevi post-rock una decina d’anni fa, pensavi soprattutto alle evoluzioni/devoluzioni cervellotiche di Tortoise, Gastr del Sol, Slint, For Carnation e Don Caballero. Oggi, anno di grazia 2008, ai più viene in mente un solo nome: Mogwai. Con tutto ciò che ne consegue, nel bene e nel male. Non è questa però l’occasione per ricordare ancora una volta come lo stile sia degenerato progressivamente in maniera – non tanto per gli iniziatori (che anzi hanno cercato, con alterni risultati, di aggirare l’ostacolo), quanto per i tanti, presunti successori (nessun nome, li conoscete già). La ristampa deluxe dell’album da cui tutto questo scaturì, Mogwai Young Team, ha anzi il merito di farci riflettere su quanto le intuizioni in esso contenute costituissero una formula così vincente da poter essere adottata con facilità da tutti. Alle complicazioni matematiche dei corrispettivi modelli americani, si prediligono ondate umorali che dettano silenzi e rumori, o il semplice reiterare di poche note, su cui costruire atmosfere, far viaggiare stati d’animo, tratteggiare paesaggi immaginari. Una sorta di versione 2.0. di ciò che musicalmente fu il punk, a ben pensarci, a beneficio di un’intera generazione - di musicisti e ascoltatori - a venire.
Comunque, non dev’essere stato questo il quadro che si erano figurati, nel ‘97, questi quattro – poi cinque – youngsters di periferia; semplicemente schifati dal brit pop (chi ricorda le magliette blur : are shite?), preferirono piuttosto guardare aldilà dell’Atlantico, fomentati e aizzati dai fermenti che li circondavano nella natia Glasgow (quella culla dorata chiamata Chemikal Underground, di cui questa riedizione è anche l’ennesima e sacrosanta autocelebrazione). In soldoni, non fecero altro che prendere qualcosa che rock più non era, inzupparlo di malinconia e ferocia, per poi scomporlo e ricomporlo secondo nuove, semplici regole. Con naturalezza disarmante, ed inossidabile tenacia.
Un’operazione che, nonostante il calendario, conserva ancora tutta l’urgenza, la freschezza e l’impatto della novità (che poi è la potenza dei veri classici); il basso dondolante di Yes, I Am A Long Way From Home, le esplosioni di feedback di Like Herod, la struggente melodia per glockenspiel e quattro corde di Tracy, il dramma slo-core di R U Still In 2 It, l’indimenticabile progressione a tre note di Mogwai Fear Satan (fra deflagrazioni shoegaze e fluttuazioni kosmische) sono e restano dei topoi. Guardando all’indietro, e vedendoli ancora oggi, ci rendiamo poi conto che i Mogwai hanno sempre fatto il loro lavoro con personalità, coerenza e - soprattutto- leggerezza (confrontarli con gli innominati successori, prego).
E così, in attesa – tutto sommato serena – del prossimo episodio della saga, The Hawk Is Bowling (arriva a settembre), è davvero il caso di riempirsi ancora una volta le orecchie con il loro debutto, qui rimpolpato da un bonus disc che presenta, oltre a inediti e rarità - lo spleen wave à la Cure di Young Face Gone Wrong , la già nota cover di Honey degli Spacemen 3 -, alcune versioni live catturate tra ‘97 e 2000. Cameriere, ancora un po’ di quel post-rock, grazie. (8.7/10)

Una raccolta di singoli che ha il non trascurabile merito di suonare come un album vero e proprio, anzi talmente coeso da proporsi alla stregua di un concept. L'apertura è un delirio ritmico in dissolvenza, come un avvertimento, un marchio e una preghiera: Summer si alimenta di un dialogo tra chitarra solista e vibrafono, tra calore e metallo, assedio e distanza che arroccano pericolosamente sotto orgasmi di basso-chitarra-batteria e tempeste di synth. Il marchio-Mogwai è già ben presente e definito: una trance insidiosa, un ingannevole piano, poi d'un tratto l'esplosione, le estreme conseguenze del suono, il feedback e le distorsioni quasi al limite della sostenibilità, anche se mai fuori controllo, anzi come piegate ad una poetica di piccoli segnali assordanti.
C’è comunque ampio spazio per la delicatezza (Helicon 1 e Helicon 2 sembrano passeggiare su un cuscinetto di serenità e nostalgia, Tuner ha il coraggio di un timido accenno di voce, A Place For Parks è dolce e sinuosa, con tiepidi colori di synth e le chitarre come uno sciame granuloso) e per l’inquietudine (i feedback febbricitanti di I Am Not Batman, l'inusitata apparizione di campane e la trama ritmica nervosa di Angels Versus Aliens), anche se è con Itaca 27 § 9 che il disco trova il suo vero compimento, nell'esplosione repentina di un breve e lancinante crescendo, un frastuono screziato, impetuoso e devastante per un tour de force emozionale che lascia storditi, inermi, strabiliati. (7.6/10)
![Copertina: Club Beatroot, Part 4 – f&j/13th note [maggio 1997]](mogwai/Club%20Beatroot.jpg)
Club Beatroot pt. 4 (f&j/13th note, maggio 1997) è un 7” split con PH Family (stampato in 500 copie) al quale i Mogwai ancor oggi guardano con disprezzo per la pessima registrazione. Ed il suono in effetti è davvero di scarsa qualità: a risentirne sono in particolare le chitarre, completamente distrutte nella parte noise del brano e svuotate di quella carica emotiva ben nota a chi aveva già ascoltato i primi 45 giri dei Nostri. Versione più breve di quella che appare su 4 Satin EP, Stereo Dee manca perfino del finale elettronico e non può vantarsi nemmeno dell'altro lato affidato a PH Family, i quali provano semplicemente a scaricare la loro furia nell'hardcore di I Bring You Important Information...

Altro split single è Do the Rock Boogaloo (Fierce Panda, 23 marzo 1998) - uscito su cd e 7" - omaggio ai Black Sabbath, una della band a cui i Mogwai devono buona parte dell'attitudine aggressiva della loro musica. Uscito per l'attentissima Fierce Panda (una vera fucina di nuovi talenti), il disco presenta sul lato A il tributo dei Magoo, come prevedibile riproposto con una voce trattata al vetriolo. I Mogwai invece si cimentano in una versione divertita, piena di chiacchiere, risate, colpi di tosse e rutti, tanto da sembrare quasi disimpegnata. Anche il cantato è un po' approssimativo e di conseguenza la musica non raggiunge mai il grado di coinvolgimento sperato. Non resta che prendere atto della parziale delusione e guardare a questo EP come a un semplice divertissement .

Prima uscita ufficiale dopo il clamore creatosi attorno a Young Team, l'EP No Education = No Future(Chemical Underground, 29 giugno 1998) - così denominato in opposizione alla decisione presa da un sindaco scozzese di mettere il coprifuoco serale per i minorenni della sua cittadina - si apre con un brano epico della discografia dei Mogwai: Xmas Steps possiede le caratteristiche riscontrate nell'esordio su lunga distanza quali impeto, spiazzamento dell'ascoltatore e vena contemplativa sostituita da aggressioni uditive; ma non solo. La parte iniziale del brano, certamente in debito con le atmosfere rilassate di alcuni episodi inclusi in Ten Rapid, apre una nuova via che verrà esplicitata di lì a poco in CODY, album nel quale verrà peraltro inclusa una versione leggermente differente di questa traccia. E proprio la parte più riflessiva viene d'un tratto abbandonata con la prepotente intromissione di una linea di basso dalla quale partirà la fase ritmicamente più coinvolgente. Le nuove scelta, in perfetta continuazione con il percorso aperto dai primi 7", viene ribadita dall'intimismo che pervade Rollerball, mentre la bellissima Small Children In The Background sembra essere stata ripescata fra le registrazioni dei primi lavori, con quel frastuono che ricopre le placide chitarre alla David Pajo. Inizialmente il cd venne realizzato in versione promozionale, ma problemi legali dovuti all’utilizzo della voce di John Madden (che commenta una partita di football) hanno obbligato i Mogwai ad apportare delle modifiche a Helps Both Ways e ad intitolarla Small Children In The Background. Anche qui si gioca con i nomi e Stuart Braithwaite diventa "pLasmatroN", Dominic Aitchison "DEMONIC", John Cummings "Cpt. Meat" e Martin Bulloch "bionic".

Altro capitolo fondamentale della discografia dei Mogwai è questo EP senza titolo , comunemente denominato Stanley Kubrick in omaggio al celebre regista inglese, il cui nome dà anche il titolo alla prima traccia. Si tratta di un brano carezzato dal riverbero delle chitarre ed annebbiato da sfumature noise sullo sfondo, perfetto per accompagnare la visione di "2001: Odissea Nello Spazio" . I Mogwai sembrano ormai aver trovato la loro vera identità grazie anche all'arrivo di Barry Burns, ed in Christmas Song si ritagliano un cammeo cristallino simile a May Nothing But Happiness Come Through The Door, mentre si sciolgono romanticamente fra le spire di Burn Girl Prom Queen accompagnati in maniera ineccepibile dalla Cowdenbeath Brass Band. Un discorso a parte va fatto per Rage: Man, brano decisamente memorabile nella carriera della band, oltre che perfetto compendio del Mogwai-sound; i tratti stilistici di questo pezzo risultano inscindibili dall'impatto emotivo che ne deriva, e lo rendono prezioso ed equilibrato. L’edizione americana realizzata dalla Matador comprende anche Rollerball e Small Children In The Background (entrambe su Fuck The Curfew), mentre nel 2000 la giapponese Toy Factory ne prepara un’altra che riunisce anche 4 Satin EP, Fuck The Curfew EP e due video. L’edizione inglese della Chemikal Undeground, infine, sostituisce al video Xmas Steps degli elementi interattivi. Curiosamente, nelle note interne al disco i ragazzi di Glasgow (già sponsorizzati da Adidas e Kappa) invitano Nike, Puma e Umbro a prendere contatti con la band.
![Copertina: Travels In Constants EP – Temporary Residence [marzo 2001]](mogwai/Travels%20In%20Constants.jpg)
Travels in Constants (Temporary Residence, marzo 2001) è stato interamente concepito per il singles club della Temporary Residence e spedito solo a coloro che avessero acquistato in blocco i dodici cd editi fra il 1999 ed il 2001 dalla label di Baltimora. La prima traccia, senza titolo, sembra riportarci alle atmosfere di Ten Rapid, con chitarre dilatate ed un tamburo che batte in lontananza. Di lì a poco ci ritroviamo abbandonati in quel liquido sonoro denominato post rock, arricchito dalle tastiere e da una voce che per adesso si limita ad un semplice "la-la-la" ma che rappresenta quasi un assaggio di quel che avverrà con le liriche - stavolta ben più curate - di Rock Action. Quiet Stereo Dee richiama il brano già incluso in 4 Satin EP e nello split registrato dal vivo con PH Family; tanto la prima versione si rivela eccitante e adrenalinica, quanto la seconda potrebbe arrivare direttamente dalle session di CODY, riproponendo il suo mood autunnale ed emozionante: una grande reinterpretazione che ha il sapore della maturità. Arundel invece è una docile composizione scritta da Papa M (aka David Pajo) che chiude il cd all'insegna della dolce malinconia. Continua inoltre l'abitudine dei Mogwai di giocare con i nomi, dato che nelle note interne i Nostri si firmano come: St Francis of Assasin, Bearded Monsignor, Pious Bionicus, John of Arc e Holy Stuarto.

A ridosso dell'uscita di Rock Action, nel 2001 si susseguono diverse release collaterali. La versione giapponese dell'album (Crysalis 4 aprile 2001) contiene due inediti interamente strumentali e dal sapore fortemente folk (mentre quella brasiliana solo Close Encounters). Nel primo troviamo David Pajo come guest star alla chitarra, per una traccia perfettamente in linea con le sonorità del disco ed in particolare con Take Me Somewhere Nice e You Don't Know Jesus. Pajo si fa trascinare lentamente dalle ritmiche scandite dalla batteria, comunicando una partecipazione emotiva fortissima e riuscendo a far brillare la bonus track. La successiva Close Encounters non possiede la stessa potenza sonora di Secret Pint, ma rappresenta una conclusione ancor più azzeccata per l'album, grazie ai suoi brillanti intrecci di chitarre e batteria. Fra le curiosità che possono stuzzicare i collezionisti all'acquisto di questa edizione vanno annotate: la classica fascetta che accompagna tutti gli album d'importazione giapponese, la scritta "Mogwai" in rilievo sul cd, il foglio plastificato con tutti i testi e le note in lingua nipponica, il booklet leggermente differente (sia nelle note interne che nella qualità della carta).
![Copertina: US Tour EP – no label [maggio / giugno 2001]](mogwai/US%20tour%20EP.jpg)
Venduto durante il tour americano dei Mogwai nel 2001, il 10” US Tour EP (Matador, 24 maggio 2001)è uno split con i Bardo Pond, band che apriva i concerti degli scozzesi. Accanto alla splendida D to E (già nell'EP dal vivo) troviamo Drum Machine, due brani che opportunamente sono stati affiancati per l'evidente affinità musicale. Ancora una volta ritornano i richiami folk di sperimentato successo, sebbene la seconda traccia rappresenti un episodio minore della discografia dei Mogwai. Peraltro eccellenti anche i Bardo Pond, che sul secondo lato del vinile si lanciano in sortite psichedeliche di gran vigore e trasporto, perfino quando rallentano il ritmo in Highlands. Reinterpretazione di un tradizionale inno ebraico, il singolo My Father, My King (Rock Action / Matador, 22 ottobre 2001) invece non aggiunge nulla a quanto già mostrato dalla band, trascinandosi stancamente per venti lunghi minuti ed oscillando fra un giro di chitarra e qualche accordo metal. Il tutto si farebbe facilmente dimenticare se l'EP non fosse stato mixato da Steve Albini - al solito impeccabile dietro il banco di registrazione - ai mitici Abbey Road di Londra. Inutilmente prolissa e ridondante, My Father My King è ormai un prodotto di maniera che può essere tralasciato senza alcun rammarico; peccato, perché dal vivo anche questo brano ha ben altro impatto. La versione per Australia e Nuova Zelanda include due tracce live apparse nel Tour EP, mentre quella giapponese ci aggiunge anche il video di Dials:Revenge.
![Copertina: 5 Track Tour Single – no label [2001]](mogwai/5%20Track%20Tour%20Single.jpg)
A chiudere il ciclo di uscite nel 2001, 5 Track Tour Single (no label, 2 novembre 2001) racchiude una collezione di brani registrati durante l’arco del 2001 e raccolti in questo EP ormai introvabile. Ad aprire la cinquina troviamo quella Close Encounters che invece chiudeva l'edizione giapponese di Rock Action (ed a cui vi rimandiamo). A seguire Drum Machine, un leggero soffio di vento in cui i fiati vengono posti in prima linea accanto ai lievi accordi di un banjo, mentre D to E abbraccia toni epici di particolare forza evocativa, assolutamente cinematografica. Il finale del brano si allaccia alle sonorità di Ten Rapid subito prima di lasciare spazio ai due live, entrambi registrati al Rothesay Pavilion nell’aprile del 2001: l'iniziale freddezza di You Don't Know Jesus e la sua attesa carica di tensione si sciolgono nel fragore e negli stridori delle chitarre, un classico stilema che i Mogwai hanno utilizzato in più di un'occasione e che hanno saputo sfruttare al meglio in Like Herod. Impossibile poi non cedere alla commozione ed alla carica emotiva di un pezzo come Helicon 1, in questa versione ancora più vibrante e solare. Un vero raggio di sole che riscalda fino a farci avvampare, un muro di chitarre che letteralmente avvolge l'ascoltatore prima di farlo tornare alla quiete.

Questa raccolta contiene- come suggerisce il titolo - una selezione delle registrazioni che Stuart Braithwaite e Co.hanno fatto in più riprese (dal 1996 fino ad oggi) per la BBC, e in particolare per le celeberrime Sessions del mitico e compianto John Peel (al quale quest’album è dedicato).
In più di un’ora la scaletta va a pescare lungo tutta la carriera della band, dall’esordio sulla lunga distanza con Ten Rapid fino a Happy Songs For Happy People. Si parte con Haunted By A Freak, tratta proprio da quest'ultimo, maggiormente riverberata rispetto all’originale, con tastiere e batteria in primo piano rispetto alle consuete chitarre stratificate ed una voce filtrata a sublimare il tutto. Voce che ritroviamo solamente in altri due episodi, questa volta senza effetti, e più precisamente in Cody da Come On Die Young (dal quale è stata scelta anche Kappa) e in Secret Pint, unico brano estratto da Rock Action . Non sono stati tralasciati neanche gli ep: ecco infatti Superheroes of Bmx, con la sua drum machine intarsiata tra suoni di organo, voci lontane registrate da chissà quale radio, effetti stereo/rumoristici direttamente dallo spazio e la melodia cristallina di una romantica chitarra e R u still in 2 it (da 4 Satin EP), purtroppo in versione strumentale, senza il contributo vocale di Sir Aidan Moffat degli Arab Strap, comunque molto ben eseguita e sempre coinvolgente. Vette del disco sono senza alcun dubbio i 18 minuti abbondanti di Like Herod, posta strategicamente in mezzo all’album, che rappresenta perfettamente la potenza e l’impatto emotivo che i Mogwai sanno creare e trasmettere nella dimensione live, e New Paths to Helicon pt.1, semplicemente una meraviglia sonora, una suite per chitarre elettriche con uno dei più bei crescendo, insieme a quelli cult di Glenn Branca, che il rock tutto abbia mai avuto. Chiude il disco una magniloquente, avvolgente e sognante versione di Stop Coming To My House.
A conti fatti, Government Commissions può essere considerato come una sorta di best of composto da alternative versions, quindi un’interessante testimonianza per i fans della prima ora, ma anche un ottimo compendio introduttivo per chi si avvicina per la prima volta al mondo sonoro dei Mogwai. (7.0/10)

Immancabile nella discografia di qualunque appassionato dei Mogwai, il bellissimo remix di Don't Die Just Yet di David Holmes esce nel gennaio 1998 per la Go!Beat, sottoetichetta della Polygram in quel periodo molto attenta al fertile territorio scozzese. Il brano, originariamente scritto da Serge Gainsbourg, è stato ripescato dal geniale David Holmes che ha poi deciso di farne una cover da singolo e di affidare ad alcuni gruppi la riedizione dello stesso pezzo. I Nostri trasformano magistralmente questo classico francese, personalizzandolo attraverso l'introduzione di fruscii, borbottii (di Lee Cohen), percussioni di varia natura e stordimento noise. Davvero splendide anche le altre tracce incluse in questo dischetto, partendo con la versione da summer song (mista al loop di piano) degli Arab Strap, passando per quella da spy-story di Delakota ed arrivando alle incredibili soluzioni electro-blues di Holmes. Esiste inoltre un’edizione 7” stampata in 700 copie.

La scelta di proporre Fear Satan come brano da remixare su singolo (Mogwai Fear Satan Remixes - eyeQ, 30 marzo 1998) è tanto azzeccata quanto impegnativa, una sfida a superare la compiutezza di una delle più belle tracce realizzate dai Mogwai fino a quel momento. Sono proprio loro ad aprire il mini cd con dieci minuti di sospiri e astrazioni sonore che vanno a cancellare la parte ritmicamente (e di conseguenza fisicamente) più coinvolgente, in favore di un’implicazione assolutamente cerebrale e sognante. Anche in questo caso, però, non mancano i disturbi stridenti che riempiono la parte finale del remix, d'improvviso sostituiti dalla techno assordante e anarcoide di ?-ziq. Il talentuoso dj (già alla Rephlex, Virgin, Planet Mu...) scardina la traccia iniziale e si riappropria della materia musicale satanica, lanciandola a velocità supersoniche attraverso una tempesta di scariche elettro-noise. Surgeon ritorna alla matrice onirica del brano, per poi invaderlo con cinque minuti di rumore bianco che assumono l'aspetto di musica ieratica, sacralmente intoccabile e proiettata verso lo spazio. L'ultima traccia non poteva essere affidata che a Kevin Shields, leader dei My Bloody Valentine e oggi unico intestatario di questa fondamentale band. Da sempre indicato dai Mogwai come loro mentore e prima fonte d'ispirazione, il creatore di Loveless ci trascina in un quarto d'ora di immersione in un liquido lisergico di fortissima suggestione, a tratti interrotto da inquietanti sferzate noise. Sorretta da un tappeto ritmico appena riconoscibile, Fear Satan svela il suo lato più allucinato ed incantato, sfiorando di poco le inebrianti emozioni proposte dall'originale.

Poche settimane dopo l'uscita dei Fear Satan Remixes viene pubblicato Kicking A Dead Pig (eyeQ / Jet Set, 18 maggio 1998), album di remix con tracce scelte da Young Team e Ten Rapid. Anche stavolta si rimane a bocca aperta per i nomi presenti e per l'eccelsa qualità musicale: sono gli Hood ad aprire la compilazione, acquietando i tumulti contenuti in Like Herod senza che nulla venga disperso della sue tensione. Anche Alec Empire si cimenta sulla stessa composizione, arrivando ad un risultato tanto simile nella sostanza quanto distane nella forma: l'ex Atari Teenage Riot destruttura con accanimento e soddisfazione, strapazzando le ritmiche, accavallandole e riempiendole di drill. Pure Max Tundra si muove tra gli eccessi rumoristici con Helicon 2, alzando appositamente i volumi di registrazione, modificando l'organizzazione e forzando i suoni sui quali si regge la sfuriata finale. Quasi irriconoscibile Summer, affidata al rifacimento di Klute e tramutata in un drum'n'bass instabile e frammentato, cui segue il geniale collage sonoro preparato dagli Arab Strap. Ancora una volta il duo scozzese dimostra un'inventiva che sbalordisce, remixando ed incollando alcuni brani dei Mogwai e riuscendo a creare un coinvolgente mix sapientemente equilibrato. Accanto all'oscurità proiettata da Third Eye Foundation con la sua versione di A Cheery Wave From Stranded Youngsters, troviamo le versioni di Fear Satan curate da Surgeon e dal giovane team e già incluse nel precedente singolo, ma rimangono ancora una coppia di brani all'appello: dj Q alle prese con R U Still In To It (incredibilmente trasformata in un pezzo house di altissima qualità) e soprattutto la magia di Tracy nelle mani di Kid Loco. Il dolcissimo brano incluso nell'albo d'esordio dei Mogwai viene impreziosito della raffinatezza del dj francese, proponendosi come miglior pezzo della collezione. L’edizione americana del disco è uscita su triplo vinile e doppio cd, includendo l’Ep Mogwai Fear Satan; quella britannica per Chemikal Underground uscì solo con le versioni di ?-ziq e My Bloody Valentine aggiunte alla normale track list.
A completare il quadro dei remix per la Eye Q, abbiamo un 12" pubblicato esclusivamente in edizione promozionale e contenete due brani: R U Still In To It a cura di dj Q in versione identica a quella su cd e Like Herod remixata da Alec Empire. Quest'ultima, sostanzialmente simile alla traccia di Kicking A Dead Pig, se ne discosta per una maggiore pulizia del suono ed una minore destrutturazione. Piacerà probabilmente a coloro che abbiano poche affinità con l'hardcore digitale ed apprezzino le atmosfere soffocanti e scomode in stile Tricky (periodo Pre Millennium Tension).
![Copertina: The Paradise Motel – Drive – Infectious [marzo 1999]](mogwai/Paradise%20Motel%20Drive.jpg)
Apparso come b-side nella versione 7” dell’omonimo singolo dei Paradise Motel (Infectious, marzo 1999, stampato in sole 500 copie), questo remix di Drive, classico dei The Cars, viene reso evanescente, ancor più etereo e spiazzante, grazie anche a Merida Sussex che scandisce le parole "You can't go on / Thinking nothing's wrong" affiancata da una seconda voce metallica. Se paragonata alla versione per violini dei PM, l'impressione psichedelica che i Mogwai comunicano è straniante, e riesce a tramutare in smarrimento ed alterazione il senso di rassegnazione e romanticismo della versione originale. Quasi vi foste presi una sbronza dopo esservi fatti spezzare il cuore.
![Copertina: Manic Street Preachers – You Stole The Sun From My Heart – Sony [marzo 1999]](mogwai/You%20Stole%20The%20Sun%20From%20My%20Heart.jpg)
A beneficiare del remix dei Mogwai troviamo anche i Manic Street Preachers, campioni d'incasso in Gran Bretagna ed autori di un singolo pop per nulla scontato o fiacco. You Stole The Sun From My Heart (Sony, marzo 1999) è tutto basato su un riuscito giro di chitarra, batteria esplosiva e ritornello da gridare a squarciagola, ma in mano ai Nostri si trasforma in un brano da arricchire con intromissioni elettroniche e poi da sommergere con saturazioni noise: ne rimane solo il ritmo scandito da una drum-machine e l'eco ella voce di Nicky Wire. Molto interessante anche la versione curata da David Holmes, che aggiunge una parte di chitarra e sbilancia il ritmo rendendolo leggermente più ballabile.
![Copertina: The Glasgow EP – Plastic Cowboy [novembre 1998]](mogwai/The%20Glasgow%20EP.jpg)
Seconda uscita per la serie che la Plastic Cowboy ha dedicato a quattro famose città della Gran Bretagna, il 7” Glasgow (Plastic Cowboy, novembre 1998)
include I Can’t Remember, originariamente esclusa dalle session di Young Team. Completato nel '97, il brano è il classico "strumentale post rock", dove le chitarre vengono opportunamente affiancate da un pianoforte, e la drum-machine scandisce un ritmo quasi marziale. La registrazione appena sufficiente ed piglio drammatico non migliorano la situazione, facendo preferire il secondo lato occupato dagli El Hombe Trojeado. Anche loro propongono una versione differente di Neoprene, originariamente inclusa nel sottovalutato Skipaphone, muovendosi in territori alquanto simili a quelli dei Mogwai ma leggermente più accelerati. Gli Yummy Fur si cimentano in un pop-rock divertito ed assolutamente brit (con influenze dei Clash), mentre i The Karelia si divincolano con destrezza fra le maglie new-wave di New Year In New York.
![Copertina: AA.VV. – Everything Is Nice – Matador [settembre 1999]](mogwai/Everything%20Is%20Nice%20Matador.jpg)
Everything Is Nice (Matador, settembre 1999) è un triplo cd commemorativo per i 10 anni di attività della Matador, l'etichetta che distribuisce i Mogwai sul mercato americano e che ha portato alla ribalta alcune delle più significative realtà musicali degli ultimi anni. I primi due dischi di questa bellissima confezione digipack contengono brani rappresentativi di band come Pavement, The Jon Spencer Blues Explosion, Cat Power, Yo La Tengo, Matmos, Arab Strap e Unwound. Fra questi spicca Xmas Steps (nella versione apparsa su Come On Die Young, sebbene denominata come in Fuck The Curfew), ma il motivo di vero interesse è il terzo cd, dedicato esclusivamente agli inediti ed alle rarità. I ragazzi di Glasgow propongono Hugh Dallas, qui presentata per la prima volta, con la quale ripercorrono le sonorità del succitato CODY in una progressiva esplosione di chitarre. Un brano non memorabile, che si rigira (per la verità con grande padronanza) negli stilemi tipici della band, senza evidenziare elementi di reale interesse od originalità se si eccettua l’uso della voce. Una compilation comunque di caratura elevata per merito delle alternative takes e degli inediti realizzati (fra gli altri) da Pizzicato Five, Solex, Bardo Pond e Guided By Voices.
![Copertina: The Sick Anchors – Whole Again EP – Lost Dog [aprile 2002]](mogwai/Sick%20Anchors.jpg)
Inaspettato, e perciò ancor più gradito, nell'aprile 2002 arriva Whole Again, il primo Ep dei Sick Anchors, che apre anche le pubblicazioni di una nuova label di base a Glasgow, denominata Lost Dog Recordings. Dietro il curioso moniker si celano i nomi di Aidan Moffat degli Arab Strap, Stuart Braithwaite dei Mogwai e Sheepy (collaboratore di Delgados, Reindeer Section, Mull Historical Society) che qui presentano tre cover alquanto improbabili con una partenza da brivido: Whole Again delle Atomic Kitten (trio femminile devoto al girl power delle Spice Girls) che viene reinterpretata in stile Philophobia grazie alla scarna strumentazione e soprattutto alla flebile voce di Moffat. Quest’ultimo si dimostra particolarmente ispirato anche con il classico del quartetto vocale The Mills Brothers intitolato You Always Hurt The One You Love, appositamente registrato in lo-fi e con il semplice accompagnamento del piano e di una base che pare provenire direttamente da un grammofono anni ’30. Ma il dischetto si rivela imperdibile grazie all’emozionante cover di Bill Is Dead, dal leggendario marchio The Fall, che sembra davvero appartenere al repertorio degli Arab Strap ed in cui risaltano le qualità chitarristiche di Braithwaite, qui impegnato anche come seconda voce. Un prezioso 7” per un side-project che potrebbe rivelarsi ben più che un passatempo e che impone Aidan Moffat, qualora ce ne fosse ancora bisogno, come cardine della scena indie scozzese.

Evento Mogwai duemilasei al Qube. Posto peggiore per accoglierli non poteva esserci in tutta la Capitale. È questa la pecca più grande della serata. Tutti consapevoli che le lamiere simil-postmoderne dell’edificio traballeranno al primo feedback, rifrangendolo in una miriade di coriandoli stridenti, eppure tutti - tanti - lì, a far la fila all’entrata per non perdere l’occasione di sentire il fragore bianco degli scozzesi.
Ed è la potente e ipnotica Auto Rock a materializzare le attese, con il suo piano indolente e cadenzato, le chitarre ad aggiungere strati di tensione assieme alle scosse primordiali delle pelli e qualche orpello elettronico. Un suono compatto e fluido (anche a fronte di volumi non perfettamente calibrati), che scorre in velocità quasi tutto l’ultimo album, secondo copione, con qualche fugace interferenza dal passato come Killing All The Flies, Stanley Kubrick, 2 Rights Make 1 Wrong. Proprio i brani più datati, però, perdono d’impatto, quasi seguissero la linea dei tre minuti tracciata da Mr. Beast, mettendo quindi da parte i crescendo spasmodici in favore di una maggiore fruibilità dal minutaggio ridotto, con la sgradevole sensazione finale di un’implosione forzata, di un percorso obbligato che solo nelle ultime battute riesce a trovare una naturale via di fuga, con le acuminate geometrie di Glasgow Mega-Snake e soprattutto con la ferocia sonica di We’re No Here, buoni dieci minuti di sole distorsioni a chiudere il live.
A luci ormai spente si tirano le somme e non sono, purtroppo, delle più alte: il mestiere c’è e la passione - per fortuna - anche, ma l’onda emotiva travolgente che i Mogwai sono soliti scatenare, in questa occasione ha solo bagnato i piedi.