

Quattro anni dopo Moon and Antarctica, il trio di Washington ritorna con un disco nuovo di zecca. Prima c’era stata l’uscita della fantomatica opera prima - di fatto il loro lost album - rispondente al nome di Sad Sappy Sucker (2001, su K). Questo Good News for People Who Loves Bad News si pone non tanto come continuazione del precedente lavoro, quanto piuttosto come sorta di ideale nuovo corso. Ideale, sì, perché molte delle idee in esso inventate e sviluppate sembrano solamente essere bozzetti preparatori, prove generali di capolavoro. Lo si può amare come odiare, fatto sta che il mood principale risiede nella dimensione di pressapochismo alticcio e irriverente, appena accennato, buttato giù con maledettismo latente ma, come detto, ancora da svezzare a dovere.
I tratti fondanti dell’opera precedente sembrano abdicare in favore di un divertimento simpaticamente pazzerello, o di una sorta di song-form tutta loro (che ingloba sia i canovacci sbandati del Rain Dogs waitsiano, sia il blues cacofonico di Beefheart, sia le distorsioni dei Built to Spill). Laddove MaA proponeva una struttura tenuta insieme da un collante dal piglio da fabula rigidamente canonica (presentazione iniziale-perturbazione dell’equilibrio-risoluzione-conclusione nuovamente positiva), lambendo quasi i tratti di un piccolo psicodramma in musica, GNfPWLBN sceglie la frammentazione e l’alternanza esuberante (a tratti eccessivamente estetizzante) tramite l’inserimento di brani più tipicamente allineati ai dettami del marchio di fabbrica stilistico. Si ascoltino le chitarre scampanellanti e il crescendo crepuscolare dell’iniziale World of Large (introdotta da una manciata di secondi di accordo tenuto all'unisono dagli ottoni suonati dalla Dirty Dozen Brass Band, quasi a sancire fin da subito il carattere di divertissment che pervaderà l’ascolto), oppure la ballata guitar-driven di The Ocean Breathes Salty, o ancora gli struggenti arabeschi di Blame It on the Tetons .
Si tratta - con buona pace delle eventuali voci su una "svolta stilistica radicale" - di un necessario ritorno all’ordine dopo sconquassi armonici come quella altisonante canzonaccia da poeta-viandante sbronzo che è Bukowski, ma anche come l’andamento isterico di Dance Hall. Black Cadillacs è un brano call-and-response con andamento vaudeville, variato con fare surrealista e visionario di pregevole fattura, mentre Satin in a Coffin è una nuova pièce di evidente ispirazione waitsiana, nella quale il canto sconnesso e urlato sprofonda in zone di catarsi urbana, assieme al fedele banjo. C’è spazio anche per il funky-space metafisico di The View, ancora irradiato da un nuovo cameo di voce alticcia e vagabondante e da squarci alticci di synth.
Questo è un disco che vuole impressionare, più che descrivere, attraverso una galleria ipnotica di personaggi scardinati e insofferenti, condannati a sfogare la loro rabbia solo a piccole dosi. Ed è forse questo il bello del tutto, il prendere sprazzi aneddotici, brandelli di storielle alla deriva e sparpagliarle alla rinfusa, senza pretendere volontà unitarie o studi compositivi troppo premeditati. Si prende o si lascia, si ama e si odia, ancora e ancora. E contano ben poco i "ritorni all’ordine" di cui sopra, se non sono inseriti in un ascolto libero, disinibito e voluttuosamente sganciato da volontà didascaliche di qualsivoglia natura. Abbiamo ancora, attraverso quest’ottica, una certa quale struttura, un certo gusto agrodolce (inasprito da una produzione al limite del caricaturale e da una qualità di registrazione ariosa e vivificata), un certo svolgimento più o meno lineare. Ma più frammentato, più calibrato sul "farsi" dinamico di volta in volta, attraverso i piccoli episodi del quotidiano, quasi un Super Io che - staccatosi dall’Io -, abbia deciso di assumere consistenza autonoma per via incidentale. A completare un nucleo musicale di breve durata - almeno rispetto a MaA -, che si impone e si dispone nei padiglioni auricolari (apparentemente) senza cura e forma.
Quarto lavoro sulla lunga distanza (escludendo la raccolta Building Nothing out of Something e il lost album di cui sopra), i Modest Mouse scelgono di percorrere in modo difficile la strada più facile che potessero scegliere, nel rispetto del proseguo della loro carriera. E lo fanno con un pugno di canzoni scomode, puzzone, inusuali, che se inquadrate a dovere arrivano ad avere un senso forte (e scacciano il rischio di volgare farsa, o, peggio, di clamoroso bluff). Se si accettano le regole del gioco, un disco che vale. (6.5/10)

Erano attesi i Modest Mouse, soprattutto quando il wave pop maturato nella precedente fatica avrebbe goduto del contributo in pianta stabile di Johnny Marr (la sei corde scintillante degli Smiths), dei controcanti di James Mercer (l’ugola degli Shins), e del ritorno del batterista dei primi lavori Jeremiah Green. Una ciurma ben assortita per un cambio di pelle annunciato e così è stato: We Were Dead Before The Ship Even Sank è fuor di dubbio l’album dance della band di Issaquah, nonché un album funky dalla chiara attitudine albionica. Dashboard, singolo d’apertura,ne è la riprova più immediata. Impeccabile il riff di Marr, limpido il funky bianco scopertamente vicino David Byrne in motore pelvico Franz Ferdinand. Attitudine che si sporca appena di frizioni white nei giri Gang Of Four di We've Got Everything (per non parlare di quei falsetti Ottanta di Mercer), ma anche di quelle black con il basso disco music di Education, negli inserti psyco-rap di Fly Trapped In A Jar (grandi arrangiamenti), nelle piroette Prince in bitume angolare britannico di Steam Engenius o in quelle concitate fino allo spasmo di Invisibile (con Isaac Brock in turbamenti tra Cave e David Thomas, salvo poi zittirsi al cospetto delle scintille marriane primi-U2 style).
Non manca l’elemento scopertamente ferdinandiano con Spitting Venom,come neppure il tocco Smiths (ma và) nel midtempo di People As Places As People, eppure il treno funk non dimentica continuità e bontà di un percorso solido e necessario. Nella stessa Spitting (otto minuti) è adorabile l’interscambio tra le varie specialità della band tra momenti intimisti, crescendi dal sapore post, folk a vario titolo (qui pure Violent Femmes) come tutto l’album nasconde piccoli segreti sixties dai quali gli Shins hanno preso l’abbrivio tanti anni fa. E per chi già l’acclama c’è Fire It Up, la pop song rasposa e ottimista che non può mancare in un album Modest Mouse, come del resto non si sentirà la mancanza delle ballate riflessive con i giusti accenti come Parting Of The Sensory (che si trasformerà – sorpresa - in una sbornia Pogues!) e Missed The Boat (strofe parlate, ritornello singalong). Ultimo elogio a questo bel disco va a Dennis Herring, produttore qui come del precedente album, una produzione attentissima a ogni sfumatura chitarristica la sua, calibrata quando si tratta di fondere ritmo e orchestrazioni (Dashboard), delicata quando è doveroso risaltare canti, cori e soprattutto controcanti (Florida). Un album lungo, frizzante e soprattutto molto, ma molto, generoso. (7.5/10)