Da Chicago e Rio de Janeiro, passando per l'Islanda e tornando a New York. Nostalgia, febbriciattola e mal d’amore di un multistrumentista in grado di vantare un'alternativa convincente al sulfureo dub-jazz dei Tortoise e alla saudade di Arto Lindsay.

Co-fondatore e percussionista nei Dylan Group, attivo dal 1998 con la ragione sociale di Mice Parade, nonché proprietario dell'etichetta Bubblecore (Hafler Trio, Barry Adamson), Adam Pierce è, assieme a Four Tet, uno di quegli artisti che hanno traghettato il post-rock verso i territori dell'elettronica e della musica etnica (in particolar modo africana e brasiliana). Dal suo primo album solista The True Meaning Of Boodley Baye al recente Bem-Vinda Vontade, sempre in stretto contatto con Doug Sharin (HiM), Pierce, prendendo le fila dalla fondamentale lezione dei Tortoise, è riuscito a trovare una formula personale che si è arricchita negli anni della saudade del concittadino Arto Lindsay, senza dimenticare la fragile delicatezza di un David Grubbs e la fanciullesca poetica dei Mùm...

Obrigado in brasiliano vuol dire grazie, mentre Saudade (pronunciato sow-da-je) è una parola intraducibile che significa un qualcosa tra nostalgia, febbriciattola estiva e mal d’amore. Saudade è un sentimento vacuo, dai contorni difficili da esprimere a parole, eppure ridesta qualcosa che tutti noi, almeno una volta, abbiamo avvertito d’estate, magari in un attimo di straniamento dovuto all’eccessivo calore della sabbia bollente; forse, in un lampo di trance nell'osservazione di quegli invisibili fumini che s’alzano da terra filtrando il color turchino; oppure, in quell’attimo emotivo che separa la consapevolezza del rifiuto dall’illusione di un sorriso abbronzato.
Obrigado Saudade è il titolo del quarto album di Mice Parade, il secondo per vocazione etnica dopo Mokoondi (FatCat, 2001), nonché la perfetta traduzione musicale di quanto sopraccitato: una tela dove il tratto gentile dalle tinte pastello sprigiona un’invidiabile sinestesia d’umani vissuti. Un album estivo che si nutre di calore e colore, che t’abbraccia come un amico che non rivedi da tempo. Un impasto sonoro accessibile mai bagnato di cingenti quotidianità, una collezione di brani che fluttuano in un presente dilatato, un non tempo che si staglia in un luogo preciso dai contorni tuttavia indefinibili, a perdita d’occhio. Impossibile esimersi delle sensazioni evocate da Focus On A Roller Coaster, il primo singolo dell’album nonché la prova più bella, anch’essa tutt’uno col proprio significato semantico. Perfetta in questa sede la trama cinetica perché estremamente liquido risulta lo svolgimento del paradigma del Roller Coaster, delle montagne russe, con quelle note di chitarra che ti s’imprimono nella memoria e la fanno funzionare; con il fuoco dell’obettivo sul movimento, sul mirabolante bob che si staglia sul mare incrociando in aria le imbarcazioni attraccate ai moli; con l’occhio cinematico che si apre quando il punto d’osservazione continua a rimanere focalizzato su quei capelli che si sollevano diritti durante le repentine discese. Nello scarto c’è la saudade, quel mal d’estate, resistente pellicola perché significativo complemento del divertimento patinato dei rotocalchi.
Coadiuvato come nel precedente album da amici come Kristin Valtýsdóttir dei Múm (per la quale il musicista suona sporadicamente la batteria nei live set), Doug Scharin (Him, Directions in Music, June Of 44), Rob Laakso (Swirlies), Rob King e Dylan Cristy (Dylan Group), Pierce confeziona un album incantevole: Two, Three, Fall (con Kristín) racchiude il leggiadro tocco brasilero di Lindsay e la timidezza canora di David Grubbs; Mystery Brethern (con Doug Scharin) amalgama egregiamente gli stilemi Tortoise a efficaci poliritmi nonché a quel feeling dondestan caro a Robert Wyatt. Convincenti anche i restanti brani: come l'acquatica Wave Greeting, tra drumming deciso, sbuffi melodici e spruzzate cosmiche; e l'ammaliante Out Of The Freedom World dove le chitarre come sirene, si trasformarmano in lire. Una pecca? Un songwrighting ancora debolmente imbrigliato nelle languidezze post-rock. (7.0/10)

È proprio la scrittura a godere di uno spazio privilegiato in Bem-Vinda Vontade, un album in tutto e per tutto costeggiante la linea meridiana di Obrigado Saudade tanto da potersi considerare il gemello. Registrato presso i Tarquin Studios a Bridgeport dall'ingegnere del suono Peter Katis (Interpol) e la consueta cantina del musicista a Mt Vernon (sempre nei paraggi di NY), il lavoro, forte di una visione d'insieme fluida compatta, è l'ideale premessa per il banco di prova del musicista.
Brani come Night Wave - primo singolo dell'album -, incisi, come nel precedente album, in presa diretta con il minimo d'ingerenze al computer, sommano organicamente delicati refrain chitarristici, leggiadri contrappunti ritmici e campanellini "islandesi" a un cantato a due che abbraccia emozioni legate alla coppia che si lasciando alle spalle i noiosi soliloqui del post-rock. Del resto brani come The Days Before Fiction (il migliore del lotto), The Boat Room e Ground As Cold As Common, evidenziano che la Valtýsdóttir sia oramai l'altra metà dei Mice Parade e questo non può che giovare alla timida poetica di Pierce.
Tuttavia benché le melodie, pur non memorabili, guadagnano una nuova e più convincente luce, Bem-Vinda Vontade rimane pur sempre un valido acquisto per la classe (chitarristica e arrangiativa) e la raffinatezza con la quale sono suonati brani come The Days Before Fiction e Ground As Cold As Common Non mancano intramezzi che guardano al passato in modo forse calligrafico (come la sommessa e circolare Steady As She Goes, o l'energica distorsione di Passing & Gallopping), ma è indubbio che Pierce, ora più che mai, possa vantare una personale alternativa al sulfureo dub-jazz del combo capitanato da McCombs, un’influenza cardine di moltissimi gruppi che in lui trova un prosecutore di spicco. (7.0/10)

Con Mice Parade scopriamo che quella iniziata con l’insuperato Obrigado Saudadeera una trilogia. Un percorso conclusosi in queste canzoni per chitarre, tastiere timide e la consueta saudade contornata da un paesaggio dalle sfumature e dai profumi impeccabili, tra i quali spiccano un rinnovato drumming (post-hardcore spezzato in alcuni brani), della shoegaze marittima e soprattutto un avvicinamento all’indie americano (quello di Lou Barlow ma anche pizzichi di Touch & Go).
Del sound abbiamo già detto in passato, tuttavia è l’affiatamento degli amici/ospiti più o meno stazionari (Scharin, Dylan Cristy del Dylan Group, Jay Israelson dei Lansing-Dreiden e Dan Lippel) e quel caratteristico sound trans-etnico - innestato nel cuore del post-rock - la maggiore conquista nel percorso di Adam Pierce. La sua creatura Mice Parade suona vieppiù originale e piccole grandi variazioni, album dopo album, ne hanno arricchito e trasformato la formula. Troviamo una scrittura à la Sebadoh clorofillati in un brano come The Last Ten Homes, le chitarre sgraziate elettrificate a contrappeso delle acustiche in Sneaky Red, oppure ancora le percussioni spagnoleggianti di Double Dolphins On The Nickel. Ciliegina sulla torta (salata), le ospiti femminili: un’asciutta Laetitia Sadier degli Stereolab (al controcanto in Tales Of Las Negras) e la consueta Kristin Valtysdottir dei Múm (molto bambola prosciugata che continua a non piacermi) nella lenta e spettrale Double Dolphins On The Nickel.
Altro bell’aspetto è questa timidezza fatta di raffinatissimi arrangiamenti, tutta studiata eppure umile e naturale, dolce ma con un vento a soffiare sotto e sopra. È come se Pierce ti invitasse nella sua vacanza esistenziale poco per volta, così facendo allontana i turisti e i curiosi dell’ultima tendenza (e fa bene), eppure un appunto in calce non va omesso: Mice Parade avrebbe potuto esserlo, ma non è un disco da playlist annuale. Forse è mancato un po’ di coraggio nel songwriting e un po’ di decisione nell’arrangiamento. Pazienza, è una questione di scelte artistiche che non spetterebbe a noi liquidare con un voto. Se dobbiamo però (6.7/10).