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Merzbow

di AA.VV.

 

 

 

 

 

 

 

 

Copertina: ...

Merzbow & Carlos Giffoni – Synth Destruction (Important Records / Goodfellas, maggio 2007)
Merzbow/Carlos Giffoni/Jim O’Rourke – Electric Dress (No Fun Production, maggio 2007)
Merzbow – Merzbear (Important Records / Goodfellas, giugno 2007)
Merzbow – Zophorus (Blossoming Noise, 12 giugno, 2007)

di Nicolas Campagnari

Pare che tutto sia iniziato un anno fa circa, in corrispondenza con il “Synth Destruction Tour” in Giappone di Carlos Giffoni che vide protagonista anche “The Lord of Noise” Merzbow. I due in libera uscita seminano rumore e devastazione per tutto il Sol Levante utilizzando, e qui sta la vera novità, esclusivamente synth e strumentazione analogica, nuovo amore di Giffoni e ritorno di fiamma per il giapponese. Synth Destruction altro non è che la registrazione audio del concerto del 25 settembre 2006 a Tokyo, ecco allora distorsioni impossibili, sinewaves al cianuro, rumori che sembrano provenire dal reattore di un aereo al decollo; un’ora che metterà a dura prova il vostro udito seppur cullato da calore “umano” dell’analogico. (6.4/10)

Electric Dress non si discosta tanto dal gemello Synth Destruction essendo la registrazione del concerto tenutasi cinque giorni dopo sempre a Tokyo; questa volta però alla coppia di noisers si aggiunse il “desaparecido” Jim O’Rourke che provò ad aggiungere il suo tocco di sapiente arrangiatore al maelström sonoro, talvolta riuscendoci, senza cambiare la sostanza assassina del materiale sonoro in questione.(7.3/10)

Sembra evidente che l’esperienza del tour con Giffoni deve aver lasciato un segno nel taciturno e stakanovista giapponese se ci troviamo davanti a due dischi come Merzbear e Zophorus, tutti e due caratterizzati dall’abbandono del freddo laptop in favore di chitarre e synth old-fashioned. L’elemento ritmico sembra prendere quasi il sopravvento in Merzbear, che si  avvicina alle sonorità più controllate di dischi come Merzbuddha, per esempio: ritmiche industrial sorreggono abrasivi spasmi sonori e feedback prodotti dal glorioso EMS Sythi; pare quasi di ascoltare dei Daft Punk in vacanza ad Ann Arbour dai Wolf Eyes. (6.7/10)

Chi è abituato al suono più harsh degli anni passati rimarrà decisamente sorpreso. Atmosfere più da Theater of Eternal Music virato in salsa white noise invece per Zophorus capace di produrre esperienze estatiche non molto lontane da quelle di Hototogisu di Matthew Bower. Sicuramente un disco meno addomesticabile rispetto a Merzbear ma non meno godibile, anzi. (7.2/10)

Live: Merzbow + Valerio Tricoli – Artissima - Lingotto, Torino (8 novembre 2007)

di Vincenzo Santarcangelo

Il live set di Valerio Tricoli si accende improvviso: il salone espositivo del Lingotto è ancora affollato da sciantoso via vai di imprenditori dell’arte. Dire che l’installazione del ¾ Had Been Eliminated sia site specific è assai poco: il suono delle macchine si inerpica pieno per la rampa in cemento che conduce all’Ovale della Fiat, aderisce alle pareti, profondo in altezza, foderando internamente la struttura cilindrica. L'effetto è amplificato da improvvisi lampi di luce che squarciano il buio assoluto a ritmo di musica, fino alla sinestetica esplosione finale di bianco accecante e rimbombare di bassi. Alla batteria, presenza celata in uno degli ultimi tornanti della rampa, quindi al di sopra del pubblico dislocato ai primi livelli, il sodale Andrea Belfi conferisce, ce ne fosse bisogno, maggior dinamismo alla performance.

Si attende per Merzbow. Si attende per mezz'ora abbondante di rumore bianco a gradiente ritmico variabile - si passa dalla totale assenza di impalcatura ritmica all'incalzare di beat quasi gabber. Uno schiaffo - fisico, ancor prima che morale - a quanti, a pochi metri di distanza, mercanteggiano opere d'arte modello grande magazzino. A quei passanti, di tutto punto vestiti, che, di ritorno dalla Fiera dell'Arte Contemporanea, incappano, loro malgrado, in quel monstrum sonoro che si dimena tra mille rantoli. Che tornano alle loro Porsche, ora tappandosi le orecchie, in un disperato tentativo di oltrepassare indenni quel campo di forze; ora osservando esterrefatti, basiti, qualcuno un po' schifato - e solo dopo aver guardato in alto, a quelle teste che spuntano dai vari piani della rampa che conduce all'ovale del Lingotto, come a chiedersi come possano tante teste appartenere a persone così idiote da farsi devastare da simile tormento.

Una performance dal potente valore simbolico, prima e più che estetico: le frequenze che salgono su per la rampa, quel muro di suono generato da un distinto signore orientale che da tempo si fa chiamare Merzbow, sono - nome omen - la risultante di tutti gli scarti di una società alla deriva.