
L’incontro con i Silver State permette a Matthew Ryan di trovare nuovi colori per la propria scrittura molto classica, trasformando in qualcosa di nuovo, e spesso inaspettato, canzoni che avrebbero potuto con molta meno fantasia essere risolte nella solita Americana prediletta dai cantautori. Hold on Firefly e Drunk And Disappointed sono ruvide quanto gli schizzi del Paul Westerberg di Stereo, e mettono in evidenza le somiglianze tra la voce di Ryan e quella del leader dei Replacements. Le canzoni che più si fanno notare sono però quelle nelle quali i Silver State percorrono i pericolosi e vasti territori della Big Music. Matthew Ryan presumibilmente non suonerà mai in uno stadio, a meno che non provi a scavalcare di notte, eppure molti brani di questo suo lavoro ci riportano al tempo in cui era normale sognare un rock di spazi e platee sconfinate, ai giorni neo quali gli Echo & The Bunnymen non si facevano fotografare se non avevano a disposizione un ghiacciaio o una spiaggia deserta. Dulce Et Decorum Est ha il respiro, l’ambizione - e il violino – dei Waterboys più magniloquenti, American Dirt si rivolge invece agli U2, per prendere in prestito il basso di With Or Without e il piano di New Year’s Day. La cosa sorprendente è che un suono tanto ambizioso sia il risultato di registrazioni molto spontanee, votate allo spirito del Rock’n’Roll, e non di un attento lavoro di produzione. Ad esser tanto magniloquenti si corre sempre il rischio di sembrare dei palloni gonfiati, ma Matthew Ryan va premiato per il rischio che corre, sia perché le sue canzoni sono forti, e reggono bene anche in Cinemascope, sia perché sa quando è il momento giusto per ricordarsi (Jane I Steel Fell The Same)che tutto comincia da una voce e da una chitarra. (7.3/10)