Un intruso. Un reduce. Un artista sempre più consapevole di sé. In espansione. Un uomo, anche, che scopre la necessità di incaricarsi del mondo con rinnovata urgenza di padre non più solo figlio. Intervista con Massimo Zamboni.
E' una persona diversa, oggi, Massimo Zamboni. E quindi un artista diverso. Più sicuro di sé. Consapevole - come si dice - di limiti e potenzialità. Sta espandendo il raggio d'azione con puntiglio, con equilibrio, intensamente ma in punta di piedi. Quando invade una nuova modalità espressiva, lo fa quasi di sfuggita, mettendoci però una naturalezza, una determinazione che te la fanno sembrare una conseguenza inevitabile. Dopo lo scrittore di Emilia Parabolica (Fandango, 2002) e Il mio secondo dopoguerra (Mondadori, 2005), dopo il compositore di soundtrack per film e documentari, ecco spuntare il quasi-videomaker nell'ultima multimediale fatica discografica. A dire il vero, tutto ciò era già stato anticipato da In Mongolia in retromarcia (Giunti, 2000), documento letterario e video di un viaggio compiuto assieme a Giovanni Lindo Ferretti nell'estate del '96, ai tempi della gestazione di Tabula Rasa Elettrificata (Virgin, 1997), l’album con cui i CSI sorpresero il mercato alternativo emergendo al livello del mainstream. Forse non a caso fu anche il loro ultimo disco di inediti prima di tirare giù il bandone.
Quel viaggio in Mongolia arrivava a concretizzare una spinta ideologica e poetica verso est che già caratterizzava i primi CCCP. In quel preciso momento storico significava anche e soprattutto indagare un'amnesia culturale, emotiva, storica. Gettare il cuore oltre la barbarie (ex)jugoslava che la civilissima Europa non riusciva a comprendere, a dominare, a metabolizzare. I CSI non si tirarono indietro, non rifiutarono il confronto. Sulle macerie ancora calde di Mostar concentrarono l'obiettivo nel giugno del '98. La città dello Stari Most, il ponte di pietra da cui prese il nome, simbolo di una concordia secolare che nel '93 venne altrettanto simbolicamente abbattuto dal mortaio croato a sancire la frattura coi bosniaci musulmani.
In quella città tragicamente divisa i CSI tennero due concerti, uno per ogni “sponda”, ad ipotizzare un ponte musicale, una speranza che accomunasse. Ma per Zamboni quel soggiorno in quella terra di vite e relazioni ferite fu in primo luogo motivo di angoscia, di tensioni emotive irrisolte. Come racconta egli stesso, la principale difficoltà, il cruccio più bruciante, era capire se le mani delle persone che incontrava avessero stretto armi assassine. Per l'impossibilità di risolvere l'enigma preferì limitare al minimo le relazioni, chiudersi umanamente per difendersi da un'intollerabile per quanto solo presumibile complicità.
Sono passati dieci anni da allora. Gli eventi si sono consumati. Le ferite, in qualche modo, stanno rimarginando. Il ponte è tornato ad unire le due sponde del fiume Neretva. I CSI non esistono più. Gli equilibri si sono spezzati riaggiustandosi in altre forme, puntando altre direzioni. Sono finite amicizie. Sono nati figli.
Sto assistendo alla presentazione di L'inerme è l'imbattibile alla libreria Feltrinelli di Firenze. Parlando del suo nuovo CD, Zamboni sfoggia un aspetto asciutto, sereno, come rinfrancato (stavo per scrivere ringiovanito) fisicamente e mentalmente. Si esprime con una generosità che ingentilisce - per così dire - la lucida intensità dei concetti. Ci racconta del ritorno a Mostar nel settembre del 2007 per affrontare quanto lasciato in sospeso dieci anni prima, per sostenere sguardi e parole come non aveva saputo e potuto, scoprendo storie di vite inermi rivelatesi straordinariamente imbattibili.
Un'urgenza di chiudere i conti maturata anche grazie alla paternità che nel frattempo - otto anni fa - gli ha cambiato la vita, le prospettive. Convincendolo della necessità di "incaricarsi", un termine che ricorre spesso ne Il tuffo della rondine, la documentazione video di questo secondo viaggio balcanico, film che assieme ad altri due clip – L’accoccolato e La giornata del fabbricante, sorta di backstage a bassa fedeltà il primo e poetica speculazione sull’inquietante scultura in copertina (opera di Beatrice Pasquali) il secondo - e ad un libro contente racconti, riflessioni e testi, costituisce una sorta di “corollario organico” al nuovo disco.
L’intervista che dovevamo effettuare al termine della presentazione salta a causa del soundcheck incombente per un concerto in programma di lì a poco in quel di Prato. Ci accordiamo per una chiacchierata telefonica un paio di giorni più tardi, che è quanto segue.
Una tragedia. Freddo, pioggia, poco pubblico, un teatro tenda piuttosto inospitale, non capisco come possano fare concerti in quel posto... Tra l'altro lo spettacolo è impostato in maniera parecchio teatrale, con proiezioni di immagini, letture, per cui proprio non era possibile fare qualcosa di accettabile in quel contesto. Insomma, un disastro.
Penso di avere raggiunto una maturità consapevole che deve fare i conti con un passato ingombrante ma anche molto bello. Per tutto ciò sento di poter continuare ancora per molto tempo, se le idee mi sorreggono e il fisico pure. Senza deliri di onnipotenza, senza illudermi che potrò controllare tutto, perché ovviamente non è così. Però ho l'idea molto precisa di ciò che voglio e soprattutto di ciò che non voglio.
Credo molto in una sorta di imperativo etico rispetto a ciò che si realizza. Non vorrei che sembrasse un atteggiamento maniacale o bacchettone, ma l'artista deve essere mosso da una spinta etica, una specie di dovere verso chi ascolta le sue cose. Un dovere che intendo assolvere.
Sono sempre stato un intruso (ride), non l'hai mai trovata la mia categoria. Ho suonato la chitarra perché avevo quella, perché mi capitava di fare quello proprio come oggi mi capita di cantare. Sento di non avere colleghi, ma non per spocchia. E' che non mi ci trovo, ci sono punti di vista troppo diversi...
Dov'è che lo senti? Tra l'altro è un pezzo che mi piace molto...
No, non è voluto. Probabilmente fa parte del patrimonio che ho acquisito, una delle cose con cui faccio fatica a fare i conti. Non è certo l'unico caso di "somiglianza" che mi viene fatto notare. Sono normali affioramenti, è inevitabile che saltino fuori, anzi è un piacere. Sono totalmente incapace di copiare, ti assicuro.
C'è da dire una cosa, così facciamo piazza pulita: non ho mai ascoltato una nota dei PGR. Ci sono cose che se provo a toccarle sento come un brufolo sulla punta delle dita, per cui le evito. Quindi sono salvo da questo punto di vista (ride).
In effetti Nel mattino estremo è un pezzo fintamente semplice. Frutto di una complessità molto forte che resta volutamente dietro... Quanto al riprendermi certe cose, è così. Con questo CD ho la ferma intenzione di ripartire da dove ho dovuto staccarmi, fuggire per tanti anni. E' molto brutta la sensazione di doversi scollegare dalla propria storia - che è come scollegarsi da se stessi - perché qualcuno te lo impone. Adesso sento di avere la forza per ripartire da lì.
“Impegnato” è sempre stato uno di quegli aggettivi che hanno seppellito la musica rock. Un po' come dire "sostenibile". Certe parole sembrano destinate a seppellire ciò che toccano. Però io non capisco perché il rock dovrebbe essere disimpegnato, mentre il mondo tende sempre più disimpegnarsi da te stesso sento anzi di dovermi impegnare sempre più nei miei confronti. E di conseguenza verso tutti gli altri.
La retorica è la trappola che si deve evitare. E' terribile quando il rock appoggia la prima causa benefica a portata di mano senza neanche sapere di cosa si tratti davvero, contribuendo alla confusione generale o peggio ancora sostenendo cause che poi si rivelano dannose o truffaldine. Spero anzi penso di avercela fatta a non cadere in questa trappola.
Ho sempre continuato a viaggiare negli est, è una vocazione naturale. Certo, ho viaggiato molto e dappertutto, ma i viaggi del cuore mi portano sempre a est. Quel che devo scoprire lo scopro sempre da quella parte. Il cantautorato rock tende invece a rivolgersi ad ovest, quasi esclusivamente. Per questo ho trovato pochissimi compagni di viaggio...
Quello che Umberto Saba cantava di Trieste: la sua grazia scontrosa.
La notizia della reunion ovviamente era la solita palla che gira periodicamente (ridacchia). Gli altri a dire il vero si sono "reuniti" continuamente, hanno continuato a realizzare canzoni, nel bene e nel male, forse anche a sproposito. Ho i miei giudizi su questo e me li tengo. Quanto ai CSI, se ne può parlare, certo. Il fatto che sia tornato a Mostar dopo dieci anni, laddove i CSI sono terminati in sostanza, rivendicandola con forza come luogo di ripartenza, questo per me ha un senso molto preciso. Ed è proprio quello che può permettermi di fare pace con i CSI come persone, al di là della pace che ho già fatto coi CSI come musica espressa.
Non propriamente videomaker, è una cosa troppo impegnativa. Per Il tuffo della rondine ho avuto la fortuna di incontrare il regista Stefano Savona. Io ci ho messo la sceneggiatura, la musica, la conoscenza dei luoghi, delle persone. Ma la mano registica del film è di Stefano. La sua "grazia scontrosa" mi ha aiutato moltissimo ad evitare i problemi della retorica.
Sì. Ho un'idea forte di quello che voglio, solo che non posso fare tutto da solo. Anzi, potessi delegare di più lo farei. Il problema è che ho due o tre libri in mente, oltre al prossimo cd. Poi ci sono gli spettacoli dal vivo, cui tengo molto. Mettere insieme tutte queste dimensioni non è facile...
Il tour sicuramente, ne ho veramente bisogno come di un attestato di base da quale muovermi. Sarà nei teatri, negli auditorium, vedremo. Poi i libri, il cd. Colonne sonore. Verrà il momento buono per ogni cosa.

Zamboni torna al formato canzone con un disco ovvio eppure sorprendente. E' come te lo aspetti, però non così diretto e fiero nel rivendicare la calligrafia CCCP-CSI, come se prendesse un pugno di fili da un intervallo temporale di quasi vent'anni e li tirasse fino a qui, attualizzandoli d'un suono urgente, iperrealista, a tratti feroce.
Il canto è delegato a quattro interpreti diverse e complementari (Lalli, Nada, Fiamma e la cantante lirica Marina Parente), chiamate a sublimare la presenza-assenza dell'autore, che si limita a fare talkin’ in due pezzi. La ragione ufficiale, ovvero i limiti che lo stesso Zamboni candidamente si riconosce, è in realtà una questione secondaria.
Più importante mi sembra la distanza così frapposta – una membrana sottile ma abbastanza efficace – rispetto al “logos declamante” di Giovanni Lindo Ferretti, distogliendo almeno in parte la tentazione di sovrapporre l’oggi con lo ieri (anche se nella centrale Miccia Prende Fuoco - reggae in puro stile CSI cui Nada regala una prestazione cavernosa – non puoi fare a meno d’immaginarla affidata al solenne salmodiare di "Giolindo").
Aperto e chiuso dal sipario strumentale di Santa Maria Elettrica (dove la chitarra è una vena in cui scorre linfa indolenzita), il programma oscilla attorno ad un senso di rabbiosa afflizione, giocando a contrapporre l’intimo e l’universale, l’etereo e il viscerale. C’è il blues di Da Solo (da qualche parte nell’incommensurabile interstizio che separa i Pink Floyd da Max Gazzé) e il reggae sintetico di Kral (elettronica guizzante e liquida un po’ Ustmamò).
C’è l’epica stiepidita della strumentale Stralòv (basso corposo, punture incrociate & opalescenze di synth) e la ballata singhiozzante di Pied Beauty (riadattamento da un “salmo” di Gerard Manley Hopkins, archi e tastiere, Fiamma che in english si esalta, trattiene e rilascia vocalizzi come la Bjork - un po’ troppo à la Bjork - splendido il plateau luminoso di tastiere nel finale).
Il drumming motoristico più la distorsione mordente di chitarre in Su Di Giri (dove Nada libera un furore trattenuto e disinvolto) e la pulsazione sintetica sotto le corde trattate & segmentate di Blu Di Prussia (con intenso recitato di Zamboni vagamente in stile Emidio Clementi) rimandano in qualche modo agli ultimi Wire, ma potrebbe anche trattarsi di una naturale evoluzione del genoma CCCP.
Con la title track e Ultimo Volo America si consumano rispettivamente l'episodio più intenso e più insolito del lotto: la prima avvolge attorno ad un loop cibernetico un trepido arpeggio, gocciolii di tastiera, moog cosmico e la sofferenza metabolizzata del canto di Lalli; la seconda rimanda tanto al Battiato synth-wave-apocalittico de L'Esodo che a quello delle sperimentazioni ultra-pop in sella alla voce freak di Giuni Russo (c’entrerà qualcosa il produttore Saro Cosentino, già col cantautore siciliano?), j'accuse bruciante che dribbla la retorica affidandosi al lirico stordimento innescato dai vocalizzi della Parente.
Nella parte finale la parola guadagna il primo piano, s’imprime a fuoco sulla cortina madreperlacea in tre quarti imbastita da Dolorama (giustapposizioni di synth, riverberi traslucidi di corde, “un crollo di nero/un pigro sfacelo di torri di fumo”), brulica schizzando e spremendo accenni di senso nel techno-rock ipercinetico della già citata Blu Di Prussia (“mi taglia il cuore vedere come sei/dalle due parti della stessa pistola”), scivola sulla pelle incantata di Schiava Dell’Aria ( “e la retorica di un ponte arcobaleno/ci ricompensa col turno della vita”, in un golfo mistico d’archi al sapor di Sigur Ros), attestando uno stile denso e asciutto, grave e febbrile, meditato e avvincente.
Un debutto insomma di tutto rispetto, che non chiede sconti al passato ma lo reclama ancora vivo e pulsante, arma carica puntata sul presente. Sul futuro? (7.1/10)

Rispetto al ghigno affranto ma combattivo di Sorella Sconfitta, questa seconda opera solista di Massimo Zamboni - non considerando la soundtrack per L'orizzonte degli eventi del 2005 - è pervasa di una strana energia trattenuta, pur sempre inquieta ma ferma, a suo modo forte. Imbattibile, appunto. E', se volete, il rinculo della sconfitta, che tra le mani di chi si vuole inerme diventa una pistola inceppata, un ordigno-simulacro, simbolo di rinnovata condizione esistenziale. Un disco che è un viaggio che è diventato un documentario e un libro, le tre entità vicendevolmente fortificatesi lungo il percorso a tratteggiare la figura di un artista in espansione così come la vita che da figlio schivo lo ha reso padre bisognoso di prendersi carico di futuro. Di un futuro. A partire dal presente, eretto sulle macerie di un passato ancora fresco di dolore. Mostar, la città spezzata e poi riunita senza ricomporre la frattura. Che col tempo, con le generazioni, sotto la trama del quotidiano, tenta di rinsaldarsi.
Non abbiamo parlato molto di musica, non ancora. Ma la musica è d'altronde solo una parte di questo progetto che s'incarica - già - di ripartire dalla memoria irrisolta di quel famoso doppio concerto dei CSI a Mostar, anno 1998. Per scoprirsi dentro un senso di ripartenza che non sa scendere a patti col passato, che non sa scordare ma non può permettersi di ricordare. Da cui accetti l'unica lezione possibile: che ci vuole la vita per amare la vita. Questo sanno Dario, Nedim e Nedzad, i tre testimoni de Il tuffo della rondine (il film-documentario di cui sopra, regia di Stefano Savona su soggetto di Zamboni), tre reduci vivi dall'insensata barbarie ad un'ora di volo da qui. La musica va considerata a partire da questo "impegno", una carrellata di ballate fosche che pescano inevitabilmente dal canone CSI, barattato però il sacro furore con una tensione tenace ma pacificata (vedi Prove tecniche di resurrezione e soprattutto Quando se non ora), concedendosi electro-dark metabolizzato (Don't Forget) e vischiosi indugi etno-wave stemperati trip-hop (L'ovvio diritto al nucleare di una vergine iraniana).
Elettronica, percussioni, chitarre preparate (un plauso al lavoro di Saro Cosentino). Però il segno caratteristico del lavoro è la voce di Zamboni, che è cresciuto tanto da misurarsi coi propri limiti senza timore, esponendosi al canto in quasi tutte le tracce (pure se lo aiutano tra gli altri la solita impagabile Nada, la soprano Marina Parente e l'eccellente Nabil Salameh). Non è la sua specialità, ma si spende con una generosità che gli permette di ricordare ora il Godano più cisposo (soprattutto in Nel mattino estremo), ora la crudezza ieratica di certo De André (ne L'ovvio diritto al nucleare...) e ora - udite! - il Ferretti livido altezza Co.dex (in Cranja).
La scrittura non sempre eccelle, talora si appoggia prevedibilmente al repertorio, ma almeno la contro-preghiera di Gloria gracile (col delirante ritornello a cura della Parente) e la trepidazione indolenzita di Rivolta cranica (infarcita di baluginii Air e caligini Sylvian) non danno adito a rimpianti. Curioso poi come qua e là sembri affiorare la memoria omeopatica di Happiness Is A Warm Gun, evidente in coda a Quasi tutti: fosse voluto - ma non lo è - il parallelo "poetico" sarebbe geniale. (7.2/10)